Quesito semplice e terribile

19 maggio 1987 :: Avvenire, di Giuseppe Bonura

Ci sono libri di stagione, che lasciarlo una lieve traccia di polpa e di profumo, come un frutto caduto.

E ci sono libri che potremmo definire con qualche enfasi, eterni. Non per come dicono le cose, ma per i problemi che pongono, per gli interrogativi che suscitano, per le risposte che forniscono. Il recente libro di Vittorio Messori (Inchiesta sul cristianesimo, ed. Sei, pagine 340, lire 20.000) appartiene alla seconda categoria. E tanto anticipare il giudizio diciamo che, chiuso il libro, si ha voglia di andarlo a riaprire alla prima pagina e di ripercorrerlo tutto, per assorbirne le frasi memorabili, perfino certe singole parole.

Ogni parola è un mondo, ha detto uno scrittore, e non ci si può distrarre. Ma anche ogni idea è un mondo, anche ogni concetto.

Ancora una volta Vittorio Messori ha scritto un libro metafisicamente avventuroso, nel significato pregnante dell’espressione. Armato di penna, di carta, di curiosità, di avida intelligenza e di solida e inquieta cultura, Messori è andato a stanare molti personaggi illustri, e con l’umile tecnica dell’intervista li ha costretti a pronunciarsi su una domanda che, appunto, possiamo considerare eterna: “Sei il Messia che deve venire?”.
Messori è perciò ritornato sul suo tema prediletto, o meglio sulla sua splendida ossessione. Giornalista nel senso più nobile della parola (un giornalista quasi inconcepibile, dati i tempi) Messori è simile a uno specchio in cui si riflettono anime e le menti altrui. Ma non è uno specchio da salotto borghese, lucido e senza graffi. Sotto la superficie scintillante e levigata si scorge lo spessore e la variegata stratificazione di una biografia interiore ed esteriore ricca e tormentata, gioiosa e vigile, intrepida e trepidante.

Sul limitare della sua straordinaria avventura giornalistica, ossia nelle pagine iniziali dedicate alle «Istruzioni per l’uso» di questo libro, Messori si confessa: «Sono recidivo ciò che sinora ho scritto non è stato che il resoconto -sempre provvisorio- di questo aggirarsi attorno alla possibilità stessa di credere. Quasi il lavoro del ferroviere che, con la sua mazza, percuote le ruote del treno per interpretarne il suono”.

E poco più sotto, aggiunge: “ora, nelle pagine che seguono, ritorno cocciuto a porre le domande più semplici e terribili, quelle sulle quali la fede sta, o cade. Quelle che, lo si voglia o no, tutti ci coinvolgono; e con le quali, un giorno, tutti, se il Vangelo ha ragione, dovremo fare i conti. Vi torno per dare relazione non di un confronto con i libri, ma dell’incontro con persone vive; per farmi specchio e megafono di volti e voci concreti. Dietro alle idee -così spesso impotenti a forare il velo dell’enigma che ci circonda- è la testimonianza personale che mi ha interessato. Insieme alla sapienza, ho cercato di sondare l’esperienza”.

Una dichiarazione di intenti che, per la sua sintetica completezza, mette il recensore con le spalle al muro. Diceva Tolstoj che per spiegare per iscritto, e quindi recensire, un vero libro, occorrerebbe un altro libro, almeno di pari lunghezza del primo.

E ci pare che Tolstoj abbia enunciato con assoluta precisione l’insostituibilità della lettura, il confronto quasi corporeo con il testo.

Ogni interpretazione sommaria e parziale (e una recensione non può che essere così) sottrae sempre qualcosa al libro recensito. E a questa ineluttabile legge non possono certo pretendere di sfuggire le considerazioni che andiamo facendo.

Nomi noti o notissimi hanno risposto alla domanda fatale di Messori, con una sincerità e spontaneità che non si sa se attribuire alla sapienza dell’intervistatore e al desiderio di testimonianza degli intervistati. Probabilmente, a tutte e due le componenti. E d’altra parte, questo desiderio di testimonianza, questa pulsante voglia di pronunciarsi sulla questione capitale del Cristianesimo, s’iscrive in un’atmosfera curale e religiosa che pervade tutta la società, tutto il mondo anzi, sebbene taluni fenomeni negativi inducano, a tratti, a pensare il contrario. Ma il ritorno e il bisogno del sacro non è un’invenzione giornalistica. Di nuovo la gente semplice e gli intellettuali vogliono confrontarsi con il mistero dei misteri, con quella Incarnazione che ieri come oggi (e fino alla fine dei tempi) costituisce una parola inaudita, uno scandalo incommensurabile, un abisso verso il quale ogni uomo è inesorabilmente attratto.

Anche l’agnostico. Anche paradossalmente l’ateo.

“Sei tu il Messia che deve venire?” Su quella remota domanda dell’apostolo, gli uomini, lungo i secoli, si sono divisi, lacerati, spaccati, riuniti, esaltati e depressi fino alla disperazione più nera o fino alla santità. Su quella domanda, l’umanità è ancora scissa. I duellanti sono noti: la fede da una parte e la ragione dall’altra. O, per semplificare, il cuore e l’intelletto. Oppure, a un li livello più filosofico, l’irrazionalismo e l’illuminismo.
Ma questa è una schematizzazione troppo recisa e fuorviante. In realtà, i protagonisti dell’inchiesta di Messori trascorrono dall’uno all’altro polo, e allora si nota che irrazionalismo diventa razionalismo e l’illuminismo si trasforma in una sorta di superstizione della logica.

“Sei tu il Messia che deve venire?” Sciascia, Firpo, Eco, Alessandro Galante Garrone, hanno ammesso (facile ammissione) l’importanza umana di Cristo, mentre hanno opposto un rifiuto “ragionato” alla sua divinità. Le motivazioni addotte da ciascuno sono diverse e complesse, e non faremo il torto di riassumerle, perchè il merito di Messori è di avere posto quella domanda al centro di una serie di domande forse meno pregnanti della principale, ma necessarie tutte per capire la storia esistenziale e intellettuale dell’intervistato.

Quattro dunque, gli agnostici “in nome della ragione”. Poi vengono i «si», e sempre in nome della ragione. Tra questi indomiti “razionalisti della fede”, non possiamo non citare il tetragono e appassionato Jean Guitton. In un punto, pronuncia una massima sempre valida: «Se un po’ di ragione può allontanare dalla fede, molta ragione vi può ricondurre” E poco più avanti: «La ragione…può mostrarci l’improbabilità dei motivi che si oppongono alla fede. Applicata al problema di Gesù, l’intelligenza mostra cere ipotesi della non credenza finiscono in vicoli ciechi e apre così la possibilità di rendere sul serio l’ipotesi di fede. Sulla quale, però, non possiamo far altro che scommettere sorretti dalla Grazia. Unico requisito richiesto in questa ricerca della verità è il ragionare con una filosofia autentica: una filosofia, cioè, che non neghi i fatti in nome di un a-priori, che ammetta tutte le possibilità; quindi anche la possibilità del miracolo, dl sboccare sul Mistero».

In questa dichiarazione di Guitton ci sono alcune parole-chiave che attraversano tutto il libro di Messori come una schidionata. Viene infatti citata spesso la celebre scommessa di Pascal. Poi c’è la fondamentale presenza della Grazia. E infine il solenne richiamo a una filosofia autentica, una filosofa omnicomprensiva, che accolga anche la possibilità del Mistero. E qui l’accento è posto, implicitamente, sulla intolleranza del pensiero laicista.

Non possiamo, ovviamente, estrapolare tutte le citazioni che abbiamo sottolineato con la matita. Né dare conto, neppure telegraficamente, del poliedrico, vivacissimo e talora commosso e commovente campionario di biografie che culminano o nel “laico” rispetto della fede, o nell’abbraccio totale e incondizionato della Verità rivelata. Teologi, letterati; scrittori, antropologi, biblisti, astronomi, suore, sacerdoti, mistici e politici hanno depositato, nel libro di Messori, il tesoro della loro spiritualità, nel senso più ampio del termine.

La campionatura è davvero imponente, ed è ripartita in una chiara e nello stesso tempo sagace serie di capitoli-guida. A noi piace terminare con una frase di Divo Barsotti: “Nella Chiesa ciascuno ha il suo posto: la casa del Dio del Vangelo è così ricca perché ci sono tanti posti tutti diversi e tutti necessari l’un all’altro”.

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