Quel paradosso che si chiama fede

19 aprile 1987 :: La Voce del Popolo, di Marco Bonatti

Anni fa, ad un dibattito sulla Sindone, un professore universitario “laico” disse di non credere assolutamente alla “verità” (storica e di fede) del Lenzuolo di Torino, per un motivo molto semplice: che Dio non poteva essere di così cattivo gusto, di così limitata sensibilità da lasciare addirittura la propria immagine impressa su un pezzo di stoffa. È una verità da baracconi quella, secondo il professore. Indubbiamente i miracoli rimangono un po’ ostici, per chi non vuol (o non può) accettare il paradosso della fede. Rimane che, anche per chi sta fuori, la fede e sue conseguenze continuano a fare problema.

Da questo problema parte il libro di Vittorio Messori Inchiesta sul cristianesimo (SEI, Torino, 310 pagine, 20mila lire). Il primo vantaggio che si ha, nel libro, è di leggere qualcosa che parla di realtà importanti. La cultura dell’effimero ci ha abituati a prendere sul serio ogni più immonda stupidaggine, a bere i sondaggi d’opinione su qualunque argomento, purché sia futile. Messori ha il coraggio -la necessità- di parlare invece delle cose fondamentali: del senso della vita, e di quello della morte; del destino di ogni uomo e di quella presenza che sta al centro della storia, Gesù Cristo. E la prima sorpresa del libro è che queste cose importanti lo sono davvero, un po’ per tutti: per i preti ed i laici che ci hanno scommesso la vita ma anche per quelli che credenti non sono, ma che continuano a farsi le stesse domande che non possono evitare la questione.

Inchiesta sul cristianesimo spazza il campo dal razzolare banale, dal tran tran affaticato delle inchieste sociologiche sul «fenomeno religioso», e cerca di dire altre, cose continuando, magari con un po’ di affanno, la ricerca iniziata da Ipotesi su Gesù e proseguita con Scommessa sulla Morte. Anche per chi cercasse soltanto il gusto della lettura, l’inchiesta è affascinante come un romanzo, giocata attraverso serie di personaggi unici e “ad effetto”. A fianco di teologi, filosofi e scrittori, “rispettabili”, la provocazione dell’autore è di porre testimonianze di tutt’altro segno: due astronomi e uno che si occupa dei fenomeni paranormali, un medico legale e due politici, dei mistici e un cardinale. C’è il gusto del giornalista per l’evidenza della contrapposizione: ma c’è anche la consapevolezza che il cristianesimo non è banalizzabile, né semplificabile in schemi troppo stretti.

Inchiesta sul cristianesimo non è, naturalmente, un libro sistematico: piuttosto un sacco pieno di domande. Dentro c’è di tutto, tra cui alcune cose vecchie, Per esempio, c’è l’eterno, sincero stupore di certi laici per i segni di «giovinezza» della Chiesa; c’è riproposta la questione «se sia possibile credere». Ci sono le mode della piccola provincia letteraria italiana, e la spiegazione dei segreti nefasti dei «Nome della rosa» di Umberto Eco, messe insieme a forti dosi di cultura francese, e più ancora di gusto e di modi di pensare francese (consolazione non tra le minori, nel pieno della colonizzazione americana nei mass media).

Alcune cose tornano più di altre, nel vortice delle interviste e delle confessioni carpite da Messori. Torna, ad esempio -ed è uno dei motivi centrali dell’inchiesta- il disagio di tutta la cultura «laica» non solo di fronte al cristianesimo, ma anche di fronte a se stessa , allo «scacco della ragione» che ogni giorno verifica. C’è la sepoltura dei laicismo di maniera, «litania di frasi fatte e di parole vuote» e soprattutto di certo laicismo italiano, tanto più acido quanto più isolato. I riti e la gente delle terze pagine dei quotidiani italiani, dei premi letterati, escono poco bene da questa inchiesta.

Torna spesso l’angoscia per un mondo «in cui cresce l’orrore»: ma non solo quello delle guerre. È l’orrore del vedere la creazione ridotta a giocattolo banale, a baraccone per il divertimento delle «felici masse occidentali», sazie e disperate, per l’arroganza e la cecità dell’Occidente moderno, come dice Elemire Zolla (tra le molte voci torinesi dei volume – Firpo, Galante Garrone, Luigi Ciotti, Arpino, non c’è quella di Primo Levi: mala sua fine tragica di questi giorni sembra, per certi versi, collegarsi proprio alla denuncia di impotenza di chi vede lo sfascio salire, di chi ha visto l’orrore vincere, e non potrebbe sopportarlo una seconda volta).

Il cristianesimo -la ricerca sul cristianesimo- di Messori è però tutto giocato non sui giudizi di cronaca, ma sulle domande che non passano. La speranza cristiana, la fede, rimangono «doni» con cui anche chi ne è escluso è chiamato a confrontarsi. Parlare di cristianesimo è, di nuovo, accettare di scommettere sulla morte, e sulla vita. Qui il giornalista raccoglie con diligenza le storie esemplari e quotidiane dei personaggi, le mette in fila, e lascia spazio per la risposta. Il gioco del cronista funziona anche stavolta, le storie che ne escono sono intriganti e inquietanti insieme. C’è il grande scrittore agnostico che ogni giorno rilegge il Vangelo, il giornalista famoso che dichiara tutta la «fatica di non credere», lo studioso alla moda che confessa di rimuovere le domande. Un teatrino senza sbocchi?

Scendendo verso il centro, il cerchio si stringe. Si indaga intorno a quel cristianesimo che continua a stupire e creare problema. Una fede scandalosa, che pretende di salvare non solo le anime ma anche i corpi, viene ribadito qua e là; una religione «buona per gli schiavi» che sembra inventata da un Dio «troppo popolare», poco amabile dai dotti e dai sapienti, il quale si abbandona ai miracoli, lascia prosperare le Madonne di gesso sulle bancarelle dei santuari. Una fede «di cattivo gusto», stando a quel professore che rifletteva sulla Sindone.

Messori scandaglia da ogni parte gli esiti della fede (o della sua assenza) nella vita dei suoi personaggi (che tali sono, prima ancora che intervistati illustri): alla fine le domande rimangono, e con esse l’angoscia. Forse proprio perché un cristianesimo tranquillo e pacificato è un nonsenso, una condizione inaccettabile. Ma questa è già una risposta.

Il viaggio di Messori è -apparentemente- dentro e fuori della Chiesa: solo dopo un po’ si scopre che non c’è né dentro né fuori, perché l’interrogarsi stesso sulla fede e sul cristianesimo richiede una compromissione totale di ciascuno. Ed ecco di nuovo il giornalista che cataloga e mette a paragone opposti giudizi e opposte paure. Cavandone alcune indicazioni importanti. Vent’anni dopo il Concilio, le interviste offrono la sensazione di una Chiesa alla svolta, tra chi rimpiange un passato superato. e chi teme la trasformazione del cristianesimo in un sindacalismo umanitario, buono per tutte le pretese rivoluzioni. Il cristianesimo si lascia alle spalle l’illuminismo «dal cervello dimezzato» (Pietro Citati) e la modernità subito consumata: eppure è chiaro che la fede in Cristo Signore non può limitarsi agli embrassons-nous, alle secolarizzazioni d’accatto, alla «sociologia cristiana». I frutti del Concilio, nonostante gli equivoci, non sano questi (e lo dicono bene sia don Gìussani che Alberto Monticone, tanto per ridursi all’esempio più banale e trito delle “linee” e dei poteri che si vorrebbero all’interno della Chiesa).

Nell’inchiesta mancano molte cose, naturalmente, e altre vi sono appena accennate, come la dimensione universale e sempre meno occidentale del cristianesimo di aggi, la “speranza” che nasce ed è cresciuta tra i popoli del Terzo mondo. C’è la coscienza della «Chiesa planetaria» di Giovanni Paolo II, e la testimonianza controcorrente di un missionario come Piero Gheddo; nell’intervista all’ebreo convertito Jean Marie Lustiger, cardinale arcivescovo di Parigi emerge, forse meglio che altrove, l’importanza della specifico cristiano, insieme alla pazienza e alla prudenza nel giudicare la storia.

Le cose più attuali dell’inchiesta di Messori sembrano stare proprio nella valorizzazione dei paradossi», delle realtà meno accettabili e più scomode della fede cristiana. Nelle parole dure e chiare dei mistici come Divo Barsotti, o nella richiesta quasi angosciata di tanti, che si torni a parlare e a predicare dei “novissimi”, Messori fa intravedere uri cristianesimo in cui l’impegno «mondano» dei laici si coniuga strettamente col ministero dei sacerdoti («Sono vice-parroco, qui, e ogni giorno dedico un po’ del mio tempo a quel che la maggior parte dei miei confratelli di Francia non vuol più fare: confessione e direzione spirituale, «dice il biblista Jean Carmígnac).

Non c’è, però, bisogno di scegliere tra le tentazioni che Messori propone (Chiesa di qui e mondo di là, discorsi fumosi di «laici impegnati» e conservatorismi nostalgici): al fondo del discorso è sempre facile risalire alle «parole di vita eterna», la vera testimonianza che la Chiesa deve al mondo.

© La Voce del Popolo

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