Il segreto di una città forgiata da santi e massoni, gesuiti e azionisti

29 settembre 2004 :: Il Foglio, di Marina Valenzise

Il primo libro bipartisan nella storia dell’editoria italiana non poteva che essere un libro su Torino. Prima capitale dell’Italia unita, capitale della cultura, capitale morale della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza. Non per niente, adesso che pure nel senso comune quest’ultima definizione comincia a dare segni di cedimento, è su Torino e sulla sua storia, il suo mistero e le sue passioni, la sua energia e le sue frustrazioni che si cimentano Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, due giornalisti di opposte vedute, diversa generazione, interessi discordanti, accomunati però dalla stessa torinesità d’adozione. raccontano la città raccontando l’uno all’altro la propria vita, come se compendiando due stili mentali e due letture antagonistiche, cercassero di riscrivere l’autobiografia della nazione. Un libro bellissimo, anzi una miniera.

Da un lato c’è Messori, emiliano di Sassuolo, approdato a Torino nel 1946 al seguito del padre, ex alpino, impiegato nella mitica Società Italiana per il Gaz di cui era presidente il vecchio Alfredo Frassati, già senatore liberale, ambasciatore di Giolitti a Berlino, padre del beato Pier Giorgio, nonno del nostro amico Jas Gawronski. Per Messori, che si è scelto come Virgilio Giovanni Arpino e Carlo Fruttero, Torino è il sostrato cattolico, l’operosità caritatevole, l’umiltà del sottotono, il basso profilo del rigore devozionale. E il segreto della città, prima che nel satanico o nel demoniaco, sta nella razionalità sociale delle scuole cristiane che riescono a trasformare una massa di accattoni in moderna forza lavoro predisponendole all’industria. L’energia della città sta nei suoi santi sociali, come il marchese Faà di Bruno, scienziato, inventore, benefattore che la domenica si mette a chiedere l’elemosina di fronte alle chiese del centro, per salvare le “serve analfabete” dall’infausto destino che attende le navi scuola per l’iniziazione sessuale dei giovani bene. E sono i sacerdoti della compagnia di Gesù a dare la grande impronta indelebile a quella che prima di essere la capitale della Fiat, dell’operaismo e della grande industria, è stata la plumbea e austera capitale barocca della Controriforma cattolica. E pazienza se poi Torino ha dovuto destinare l’ultima parte della storia, quella post-risorgimentale, fascista, antifascista o afascista, come preferisce dire Cazzullo, a negare la prima tentando di inventarsi un’ascendenza protestante, calvinista o addirittura giansenista, per chi voleva mantenere un’eco pascaliana. Quella storia oggi è finita. E’ per questo che ormai la si può raccontare col candore malizioso di Messori quando ricorda come il suo maestro Luigi Firpo, “l’apostolo del più sprezzante antifascismo”, avesse firmato in gioventù prose antisemite, pari per virulenza a quelle di un altro simbolo della resistenza, come Giorgio Bocca. O quando si diverte a infierire, sulla scia di Angelo d’Orsi, citando quella che secondo Alfredo Signoretti fu a Torino “la sola discriminazione di israeliti per meriti fascisti”, e cioè quella per Giulio De Benedetti, già alterego dell’ipermussoliniano direttore della Gazzetta del Popolo Ermanno Amicucci, e direttore dal 1948 della Stampa sino a farne “il pulpito del più disdegnoso, ammonitorio, moralistico antifascismo”. Dall’altra parte c’è Cazzullo, che rivaluta l’impianto militare dell’urbe romana e della cittadella sabauda, guardando a Torino con gli occhi laici dello studioso del Risorgimento e del Partito d’Azione. C’è Cazzullo che non disdegna la capitale morale degli antitaliani, dove si ama tutto quello che l’italiano tipo aborre, e si disprezza tutto quello che fa impazzire l’italiano tipo. Piemontese di Alba, giovane e intraprendente nipote di un mitico macellaio, amico di Guazzaloca, Cazzullo approda a Torino quarant’anni dopo Messori, e come lui si scontra con la dura legge dell’estraneità che colpisce chi non è stato all’asilo nido coi torinesi, chi non è nato in una famiglia che si conosce. E anche Cazzullo come Messori, figlio della modernità aperta al merito, trova la via del riscatto nella cultura. Entra nelle case di torinesi per un’inchiesta che diventerà un libro sui ragazzi di via Po, Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo, al quale ne segue un’altro sul Sesantotto, un’altro ancora sui torinesi illustri, e infine uno su Edgardo Sogno, eroe della Resistenza, grande eccentrico dell’aristocrazia torinese, che lo adesca alla presentazione del libro su Lotta continua per invitarlo l’indomani a casa sua. Dopo Messori, Cazzullo leva il suo controcanto alla città. A ogni agnizione in chiave cattolica del primo – il gesuitismo controriformista dei santi sociali, la profezia antirisorgimentale di don Bosco – il secondo risponde a tono, vuoi con un florilegio sulla morte di Cavour, vuoi con un elogio della pedagogia alpina di Quintino Sella, che voleva strappare gli operai dalle osterie, mandandoli a scalare le montagne. Il tutto condito da un antifascismo stemperato, ecumenico. L’Einaudi un covo di stalinisti? Ma se via Biancamano era frequentata da anticomunisti come Franco Venturi, da agnostici come Fruttero e Lucentini. Non pubblicò “Se questo è un uomo” di Primo Levi? “Fu un errore, non una censura”.

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