Il Mistero di Torino

novembre 2004 :: Il Messaggero di Sant’Antonio,intervista di Saverio Gaeta

«Torino, in fondo, è soltanto una “scusa” che mi ha consentito ancora una volta di proporre una lettura cattolica del mondo e della storia». Giunto al diciottesimo libro, Vittorio Messori sembra spiazzare in qualche modo i suoi affezionati lettori con il ponderoso saggio Il mistero di Torino. In realtà non ha fatto altro che continuare il lavoro di riflessione portato avanti nella fortunatissima rubrica Vivaio, pubblicata per diversi anni sul quotidiano Avvenire (e raccolta in una trilogia delle Edizioni San Paolo) e oggi proseguita sul mensile di apologetica Il Timone.

MSA. Che cosa ha stimolato la decisione di realizzare questo volume?

Messori. Da almeno trent’anni mettevo via appunti e documentazione su Torino, la città nella quale ho trascorso 32 anni di vita, a partire dalla prima elementare, quando la mia famiglia vi si trasferì dalla natia Sassuolo, in Emilia. Etnicamente mi sento emiliano, ma culturalmente sono torinese, avendo studiato nelle scuole e nell’università che hanno formato tanti di quelli che negli ultimi decenni sono stati considerati gli «intellettuali d’Italia».

Il materiale accumulato era così eccessivo da farmi pensare che non sarei mai riuscito a farlo diventare un lavoro compiuto. Poi ho cominciato a leggere alcune cose pubblicate su Torino da Aldo Cazzullo e ho pensato che forse avremmo potuto lavorare a un progetto comune. Per tre giorni, nel convento barnabita di Eupilio, ci siamo confrontati intensamente e abbiamo tratto lo spunto per i due testi proposti nel volume, dove emergono chiaramente la mia prospettiva cattolica e la sua visione laica, che in qualche modo rappresentano due facce di quello che abbiamo definito il «mistero torinese».

Ma perché Torino ha, secondo lei, una connotazione così significativa?

In una prospettiva religiosa Torino è certamente un luogo singolare, ha un mistero che a Milano o in altre città non ho mai avvertito. Lo sintetizzava bene una scritta durante un’esposizione ottocentesca della Sindone: «Le città della cristianità hanno Cristo per Redentore. Torino sola l’ha come concittadino». D’altra parte, basti pensare che – quando Nostradamus scrisse le sue centurie – Torino era un villaggio oscuro, di soli cinquemila abitanti: eppure risulta la località più citata dall’astrologo francese, che evidentemente le preconizzava un ruolo importantissimo.

A Torino convivono la Sindone e l’autoritratto di Leonardo, don Bosco (con tutte le sue opere di fede e di carità) e Nietzsche (che, giunto in città, impazzì e in manicomio continuò a proclamarsi rex Taurinorum). E Torino è anche la città che in meno di un secolo e mezzo – a partire da metà Ottocento – ha avuto una sessantina di venerabili, beati e santi: un record fra tutte le diocesi del mondo.

Il suo scritto è anche ricco di annotazioni autobiografiche. A che cosa si deve questo disvelamento?

Devo confessare che, da buon torinese, faccio soltanto finta di scoprirmi. In realtà ci sono unicamente accenni alla mia vita, funzionali al desiderio di chiarire meglio qualche aspetto della città. Per tutto il resto, a cominciare dalle vicende legate alla mia conversione, mi mantengo legato alla famosa rivendicazione di sant’Agostino: secretum meum mihi, il mio segreto mi appartiene.

In ogni caso, a livello personale questo libro rappresenta un’apparente “sconfitta”, sostituendo il romanzo che avevo in mente di scrivere e che non sono riuscito a realizzare. Volevo raccontare la storia di un eremita urbano che si aggirava sullo sfondo di Torino, ma i tentativi di narrazione non sono andati a buon fine: sono abituato da troppo tempo a lavorare con il rigore del saggista, tanto da non riuscire più ad abbandonarmi alla fantasia e all’invenzione creativa.

Quel che tuttora la intriga, ha scritto, «sono le cantine, le fondamenta della fede». In quale deposito si sta accingendo a rovistare?

Nella più bella cantina del mondo, quella mariana. Mi sono infatti finalmente deciso a rivisitare il Taccuino mariano, che ho curato per tanti anni su Jesus. Saranno diverse centinaia di pagine che, a Dio piacendo, pubblicherò nel 2005 per l’editrice Ares. I motivi di fondo di questa opera sono due: innanzitutto dimostrare che si può essere devoti della Madonna senza cadere in atteggiamenti sdolcinati; in secondo luogo sottolineare che, come diceva un’antifona purtroppo abolita dalla riforma liturgica, Maria è nemica di tutte le eresie. E siccome oggi il vero problema continua a essere quello di una fede cattolica sempre in bilico, riscoprire la mariologia equivale a riscoprire l’ortodossia, perché nei dogmi mariani, a saperli leggere, c’è la difesa e la base del vero cattolicesimo.

E invece qual è il faldone che, come quello di Torino, continua a riempirsi di appunti, in attesa di essere aperto?

Mia moglie Rosanna continua a insistere sulla necessità che mi metta a lavorare su un libro incentrato sull’“et-et”, mostrando che cosa realmente voglia dire l’essere cattolici: ossia il fare la professione di due contrari, il mettere assieme realtà che sembrerebbero contrastanti. Ricordo ancora la forza con cui Jean Guitton, quando lo intervistai, espresse sinteticamente questo pensiero: «Sono cattolico perché voglio tutto». L’“et-et” è proprio il principio del cattolico che non vuole rinunciare a niente ed è fondato sulle pagine stesse della Bibbia: Dio è uno “e” trino, Gesù è Dio “e” uomo, Maria è vergine “e” madre… Chissà se mai ci riuscirò: forse sarà la volta buona per scrivere un altro libro a quattro mani, questa volta proprio con Rosanna!».

© Il Messaggero di Sant’Antonio

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