Il Mistero di Torino

7 ottobre 2004 :: Bresciaoggi, di Antonio Sabatucci

“Della campagna della Bassa mi ricordo le libellule che volavano a pelo sulle acque dell’Oglio, l’odore della terra inumidita dalla nebbia, ma mi ricordo anche i vagabondi che spuntavano dal nulla, come nei film americani, e venivano a chiedere l’elemosina ai contadini rimediando un pezzo di polenta e il pagliaio per la notte.” Vittorio Messori un po’ si emoziona quando pensa a quei due anni della sua prima infanzia trascorsi nel Bresciano. La sua famiglia lasciò Sassuolo, in Emilia, e si rifugiò a Villachiara per scampare ai bombardamenti americani . Era il 1944. Messori aveva poco più di tre anni. A Villachiara stava con la mamma, le zie e i cugini. Solo donne e bambini. Gli uomini erano in guerra. Il papà e lo zio erano arruolati nella Repubblica sociale di Salò. “Ma questo non ci recò alcun danno. Nessuno ci molestò”, dice oggi lo scrittore. Il quale racconta questo suo pezzo di biografia nel libro “Il mistero di Torino”, scritto insieme a Aldo Cazzullo, edito da Mondadori (pp.500, € 18,50). I due autori, oggi colleghi al Corriere della Sera, condividono, seppure appartenenti a due diverse generazioni (Cazzullo è il più giovane), il fatto di avere vissuto e lavorato a Torino, città che li ha formati e stregati al punto che hanno deciso di dedicarle un libro intero. Attraverso il racconto della città, dei suoi “misteri”, delle sue glorie e delle sue cadute, passa una bella fetta di storia italiana, dal dopoguerra a oggi.
Vittorio Messori giunse a Torino nel 1946, direttamente da Villachiara. “Il viaggio fu molto avventuroso. Sul nostro treno viaggiavano persone, animali e merci. Le linee erano adattate alla meglio. I ponti sui fiumi spesso erano di legno. Impiegammo nove ore per arrivare a Torino. La stazione di Porta Nuova era annerita dagli incendi.”

Dove stavate a Villachiara?

“Eravamo ospiti della cascina Beleò. I contadini erano un po’ sospettosi ma buoni. Spesso ci lasciavano spigolare il grano che non avevano raccolto. Eravamo molto poveri. Certe volte il mio pranzo consisteva in pane e ciliegie. Mi ricordo ancora il sapore di quelle ciliegie.”

E’ curioso che, dopo quegli inizi, nella maturità lei abbia deciso di ritornare nel Bresciano, scegliendo di stabilirsi sul Garda, a Desenzano.

“Questo è successo nel 1990. Io avevo trascorso trent’anni a Torino, dieci a Milano e a un certo punto mi sono chiesto se era il caso di rimanere ancora in una grande città. A Milano collaboravo a molti giornali ma non avevo più obblighi di redazione. Con mia moglie ci siamo guardati in giro e abbiamo scelto Desenzano.”

Come mai, proprio Desenzano?

“Io sono padano, il mare mi è estraneo. Cercavo un posto tranquillo dove potermi dedicare alle mie ricerche, scrivere i miei libri, ma che non fosse troppo lontano dal capoluogo, dai giornali, dalle case editrici con cui avevo e ho contatti di lavoro continui. Desenzano mi è sembrato che il luogo che rispondesse meglio a queste esigenze. Così siamo venuti sul Garda. Adesso sono qui da quasi quindici anni e non intendo più muovermi.”

Tra Villachiara e Desenzano, a parte la parentesi milanese, ci sono quei trent’anni di Torino, città che lei e Cazzullo definite misteriosa. Qual è il suo mistero?

“Torino è una città enigmatica. Ha dato i natali a grandi santi, come Don Bosco e Cottolengo; tra l’ottocento e la prima metà del novecento è la città che ha avuto il più alto numero al mondo di santi e beati, circa sessanta; è la città in cui è conservata la Sacra Sindone. Ma è stata anche la città del risorgimento anticlericale, del re scomunicato, di Gramsci e Gobetti. E’ stata la città amata da Nietzsche, il filosofo della morte di Dio, e quella più citata nelle centurie di Nostradamus, maestro di tutti gli esoterismi, che a Torino abitò a lungo.”

Che clima si respirava alla Stampa negli anni in cui lei vi lavorò? Erano anni tempestosi, a causa del sessantotto.

“Vivevamo blindati. La Stampa era il giornale della Fiat. La strada in cui sorgeva la sede era perennemente controllata da un posto di blocco della polizia. Io lavoravo alla cronaca, seguivo la scuola e l’università. Durante una occupazione studentesca mi capitò di essere circondato e costretto a girare per il quartiere con alle spalle gli studenti armati di spranghe e chiavi inglesi che mi gridavano ‘leccaculo dei padroni’, dopo che avevano rubato le macchine fotografiche al mio fotografo. Allora si chiamavano espropri proletari.”

Poi le Brigate rosse uccisero Carlo Casalegno…

“Quell’assassinio mi causò un grande dolore. Casalegno era il condirettore del giornale, eravamo molto amici. In quegli anni a Torino c’erano tutti i capi della violenza, da Sofri a Curcio, attirati dalla Fiat che volevano distruggere.

Come vive oggi a Desenzano?

“Devo dire grazie ai desenzanesi per avermi lasciato nel mio angolo appartato. Quando sono arrivato ci sono stati tentativi di coinvolgermi nella vita cittadina. Io venivo dal successo del mio libro “Ipotesi su Gesù” (tradotto in tutto il mondo, più di un milione di copie vendute solo in Italia dal 1976, ndr) e di molti altri, stava per uscire il libro intervista con Giovanni Paolo II, “Varcare la soglia della speranza”, avevo dunque molte richieste per partecipare a incontri pubblici locali. Io ho ringraziato ma ho precisato, con umiltà, senza alcuna superbia, che ero venuto a Desenzano per studiare e scrivere. Il solo impegno che mi sono preso è stato quello di cercare di tutelare, con un gruppo di amici, l’ambiente naturale intorno all’abbazia di Maguzzano, dove ho uno studio, per salvarlo dall’aggressione del cemento.”

Torino e Brescia sono accomunate da singolari somiglianze: la discrezione, la tendenza all’understatement, un cattolicesimo legato all’etica del lavoro. Lei stesso scrive che Torino è una città capace di produrre, ma incapace di mostrare, di mostrarsi. Identico giudizio viene dato spesso anche riguardo a Brescia.

“In fondo è vero. Torino e Brescia sono due città che amano il basso profilo. Sanno produrre, ma non sanno vendersi. Io confesso di amare molto Brescia. E’ una città bella, ma di una bellezza pacata, diffusa, senza acuti, senza il glamour che possono avere, per fare degli esempi, Pisa per la torre, Verona per l’Arena, Mantova per il Palazzo Ducale. Brescia, mi comunica una sensazione di solidità, di concretezza, unita a una naturale predisposizione alla generosità, alla carità che nasce dalla sua gloriosa tradizione cristiana. Tutto ciò è, forse, frutto della miscela dei cromosomi celtici con la cultura latina. Per questi motivi sono contento di avere scelto di abitare da queste parti. E se Dio lo permette, voglio morire gardesano, della riviera bresciana“.

© Bresciaoggi

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