Il Mistero di Torino

ottobre 2004 :: Il Nostro Tempo.  intervista a Messori di Beppe Del Colle

Il vostro libro, tuo e di Aldo Cazzullo, è stato definito “il primo libro bipartisan nella storia dell’editoria italiana”. Definizione ineccepibile, che suscita una curiosità: è stata un’idea “editoriale”, o vostra (e magari tua personale)?

Mio è stato il bisogno di contattare Aldo, colpito dalla qualità e dalla competenza dei suoi saggi su Torino. Da decenni mettevo via materiale per un libro sulla città ma proprio la quantità di quel materiale mi scoraggiava Quando ci siamo chiusi nel convento dei Barnabiti , in Brianza, l’idea era di fare un libro-colloquio. Ci siamo resi conto, però, della impraticabilità di un simile progetto . Forse anche perchè ciascuno dei due ha una personalità forte, magari un po’ prepotente. Così abbiamo optato per una lunga lettera reciproca ( “ caro Aldo…”, “ caro Vittorio….” ) dove l’amicizia e la stima non impediscono la diversità di prospettive.

E’ indubbio che i vostri testi presentino due immagini diverse del medesimo soggetto, la città di Torino, colta in due fasi molto diverse, a loro volta, della sua storia. Ma è altrettanto indubbio che l’immagine che tu ne presenti sia estremamente variegata, e superi i limiti temporali della tua personale esperienza di torinese d’acquisto. Anzi, tutto ciò che tu vedi e racconti presuppone un quadro d’insieme che svaria nei secoli, almeno gli ultimi quattro. In definitiva, ti senti più un testimone o uno storico?

Sono un testimone, un pedone torinese, che ama la storia, che in qualche modo ne è specialista (fu in storia la mia tesi di laurea con Galante Garrone) e che, dunque, ha sempre cercato di scavare nel passato della sua città. La sezione “Torino“ della mia biblioteca è tra le più affollate e quei libri non dormono sonni tranquilli, visto che li riapro spesso.

Ognuno degli otto capitoli, molto lunghi, del tuo testo riserva al lettore molte sorprese, e soprattutto molti rovesciamenti di prospettiva e di giudizio su fatti e personaggi. Ad esempio, lo scorticamento radicale dello “spirito militare” torinese e piemontese in generale, che tu neghi in radice, dal Settecento fino a Caporetto e all’8 settembre. Che cosa ti dà tanta sicurezza nella demolizione di realtà finora accettate tranquillamente dalla cultura nazionale?

Semplicemente i fatti, la conoscenza dei problemi, delle situazioni, degli eventi. Il recensore de La Stampa mi ha sorpreso , lasciandosi scappare che –almeno per un argomento– <<le sparo grosse>>. Chi ha letto davvero il libro (come, del resto, tutti i miei altri precedenti) sa che non dico mai nulla se non appoggiandomi a fonti sicure e precise. E sa quanto detesti i pressapochisti, gli imprecisi, quelli che alzano la voce. Il tono è sempre pacato, pur nella polemica: chi crede che sia una sorta di esagitato, mi mostri –in tutti i miei libri– un solo esempio in cui abbia abbandonato il tono civile e l’oggettività dell’argomentazione.

Nel penultimo capitolo, “Né Giansenio né Calvino” la tua polemica in difesa della fede cattolica si spinge fino a sfiorare l’apologia del bandito settecentesco Branda Lucioni, che diventa uno dei “capi dell’insurrezione antifrancese” e antirepubblicana. Era proprio necessario?

Il Branda non era un santo, malgrado il suo cattolicesimo proclamato (e, nel libro, lo dico). Un “bandito“? Beh, questa definizione è il risultato della disinformazija, della calunnia, dell’occultamento di tutto ciò che riguarda le insorgenze cattoliche antigiacobine, che non rientravano negli schemi degli storici liberali prima e poi fascisti e marxisti e, oggi, liberal.

Un tasto delicato è la tua posizione, del resto ben nota da anni, sulla condizione della Chiesa torinese negli anni pre e post-conciliari e di fronte ai cambiamenti politico-sociali di quel tempo (ad esempio nei confronti della Fiat egemone di allora e del Pci che per otto anni, con il sindaco Diego Novelli, governò la città). Come concilii certe tue osservazioni critiche su questo o quel personaggio importante, con la tua tante volte dichiarata adesione totale alla piena ortodossia cattolica, gerarchia compresa?

Domanda che mi sorprende. Forse che al cattolico è preclusa la critica –purchè fondata e rispettosa– dei suoi pastori? Ma è lo stesso Codice Canonico che invita noi laici credenti a questa franchezza! Su cardinali come Pellegrino e Ballestrero dico la mia convinzione, sempre appoggiata sui fatti; e anche se mi rifiuto di praticare l’adulazione, la mia critica non dimentica mai il rispetto. Pellegrino sbagliò nel sopprimere i pellegrinaggi Fiat a Lourdes e i cappellani di fabbrica e Ballestrero gestì in modo disastroso la questione della Sindone. Così credo; e così dico. E allora? Forse che l’ortodossia della fede ha qualcosa a che fare con il dissenso su questioni pastorali come questa?

Non risulta dal libro nessun tuo esplicito schieramento politico (di là dal caldo, meritato elogio del sindaco democristiano Amedeo Peyron). E’ un segreto di coscienza, oppure puoi dirci per chi votavi, allora?

Ma che segreto! Se di politica, almeno nel senso partitico, non parlo mai è perchè sono convinto che troppi ne parlano e pochi parlano invece di cose come la vita eterna. Cerco di occuparmi di Gesù , della Madonna, dei Santi e, al confronto, trovo Berlusconi o Prodi meno interessanti… E siccome la vita è breve e non ci si può occupare di tutto… Quanto alle scelte in cabina. Molte volte mi sono dimenticato, letteralmente, di andare a votare. Negli “anni della follia“ ho votato per i piccoli partiti laici di governo: repubblicani, liberali. Ho votato qualche volta DC negli anni del suo declino, quando era azzoppata e non più trionfante.

In definitiva, il vero “mistero di Torino” sembra essere proprio Vittorio Messori. Venuto da una famiglia perbene, ma non religiosa nel senso tradizionale del termine, e da una regione “rossa”, cresciuto culturalmente in un liceo, il D’Azeglio, e in un’Università fortemente laicisti, in una città prigioniera del mito risorgimentale e poi in quello “gobettian-gramsciano”, cronista e poi redattore nel giornale più lontano dal mondo cattolico, “La Stampa”, diventa di colpo, e si consolida nel corso degli anni, il più famoso scrittore cattolico italiano, tradotto in milioni di copie in tutto il mondo. Non è un mistero? Ci puoi dare “Un’ipotesi su Messori”?

Nel libro, rubo una frase a sant’Agostino, nientemeno!, quando volevano sapere il perchè e il percome della sua conversione : secretum meum, mihi. C’è stata una imprevista, devastante, in fondo enigmatica frattura nelle mia vita interiore, proprio mentre preparavo la tesi e lavoravo di notte alla Stipel. Quanto a dirne di più: beh, a che sarebbe servita tutta l’educazione al riserbo e al pudore intellettuale che Torino mi ha dato?

Il mistero di Torino (Mondadori 2004, 498 pagine, 18,50 euro) è stato immaginato dai due autori, Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, in forma di una lettera, che ciascuno scrive all’altro per formulare le proprie ipotesi sulla «capitale incompresa» e sulla «più enigmatica città italiana», come il capoluogo piemontese viene definito nei sottotitoli del volume. Attraverso esperienze personali, citazioni, riflessioni profuse a piene mani, la prospettiva cattolica di Messori e quella laica di Cazzullo si confrontano e si scontrano, lanciano interrogativi al lettore, non offrono soluzioni ma suggeriscono i contorni del mistero indicato nel titolo. Sullo sfondo, il paradosso di Umberto Eco: «Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma, senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa».

© Il Nostro Tempo