E’ la prima volta che ne parlo in pubblico..

novembre 2004 :: Tracce, intervista a Messori di Stefano Zurlo

Le parole scendono con fatica: come granelli di sabbia in una clessidra. Vittorio Messori torna indietro nel tempo, all’estate di 40 anni fa: «La mia conversione arrivò fra il luglio e l’agosto 1964. Ero un laico, allievo prediletto del laicissimo, anzi laicista Alessandro Galante Garrone, ero destinato ad una carriera sicura dentro l’Einaudi, il tempio di quella cultura. Invece mi ritrovai a leggere i Vangeli, a vedere le cose da un altro punto di vista: quello della fede, fino ad allora a me sconosciuta. Anzi, disprezzata». Così l’allievo dei Galante Garrone, dei Bobbio, dei Passerin d’Entrèves, dei Firpo voltò le spalle ai suoi maestri, al pantheon dele glorie piemontesi, all’azionismo, a Gramsci e Gobetti, e si buttò ad indagare sulla figura di un uomo vissuto duemila anni fa in Palestina: nacque Ipotesi su Gesù, un best seller da un milione e passa di copie.

Oggi, dopo tanti libri e polemiche, Messori si concentra di nuovo su Torino, la sua città adottiva in cui arrivò bambino dalla natia Sassuolo, e scrive un libro a metà fra l’autobiografia e il saggio composto col piglio del polemista di classe: mistero di Torino, (edizioni Mondadori) firmato a quattro mani con Aldo Cazzullo che si ritaglia i capitoli finali. Per trecentocinquanta pagine il Messori cronista curioso e il Messori topo di biblioteca ci portano a spasso dentro la città, le sue contraddizioni, le sue ossessioni, rovesciando come un guanto l’immagine che di Torino è stata forgiata ed è entrata nell’immaginario collettivo. Ai Bobbio e ai Galante Garrone, Messori contrappone i Don Bosco, i Cottolengo e i Faà di Bruno, alle case editrici laiche quelle cattoliche, a Camillo Benso di Cavour il fratello Gustavo, acceso papista, soprattutto al mito bugiardo della città giansenista e in fondo all’animo protestante quello della Torino profondamente cattolica, plasmata dall’azione della Compagnia di Gesù.

Messori, lei indaga e dissacra, studia e straccia con furia iconoclasta i santini laici, restituendoci la Torino dei santi, dei vescovi, dei fedeli. Tutto però comincia dalla conversione: un tema che lei accenna soltanto in due righe, due righe in trecentocinquanta pagine, senza nulla spiegare. Come mai?

«Per pudore. Non l’ho mai raccontata in pubblico. Ma posso dire, in tutta umiltà, che la mia vita si è decisa in quel mese cruciale, fra il luglio e l’agosto del 1964, quando avevo 23 anni, preparavo la tesi, di notte lavoravo alla Stipel come telefonista. Quell’esperienza mi ha travolto, tanto che, in fondo, non ho bisogno di credere, perché in un certo senso ho visto, ho toccato con mano, ho acquistato una certezza assoluta. Se mi puntassero alla tempia una pistola chiedendomi di abiurare non potrei, per rispetto alla verità incontrata. Diciamo pure che io scrivo per i fratelli che procedono a tentoni, con fatica: io accumulo ragioni per loro, non per me. A me non servono e, lo ripeto, dico tutto questo con assoluta modestia, timore e tremore».

Messori, lei si è formato al liceo D’Azeglio di Torino, il sancta sanctorum del laicismo, è cresciuto alla scuola del ragionamento e del dubbio, ora ci viene a dire che lei ha visto e toccato con mano. Non le sembra di esagerare?

«Se non ne ho mai parlato è perchè io per primo avverto il disagio. In quei giorni entrai in un’altra dimensione. Dove tutto era chiaro, lampante, evidente. Non che abbia avuto una visione, per carità non mi fraintenda, ma una forza irresistibile mi costrinse a guardare la realtà dal punto di vista della fede. Leggevo i vangeli e tutte le mie convinzioni, i miei pregiudizi, il mio snobismo intellettuale, il mio libertinismo anche sessuale , andavano in pezzi. Fu un’esperienza folgorante e durissima, tenera e violenta . Un enigma, davvero. Ne parlai in confidenza con André Frossard, che incontrai più volte: in fondo, un’esperienza simile, la sua che però, per lui, durò pochi minuti. Per me, più di un mese».

Poi?

Quello stato particolare finì e non si è mai più ripetuto nella mia vita. In effetti, il mio è un temperamento razionale, non mistico. Ma la spinta propulsiva, quella no: non si è mai esaurita. E io continuo a ringraziare il Signore che mi guidò sulla sua strada. Anche se, all’epoca, pagai un prezzo alto sul piano intellettuale e morale: Galante Garrone, quando seppe la novità, ruppe con me, sconcertato, la mia carriera in quel mondo elitario e discreto finì nel momento in cui stava cominciando, in contemporanea diedi una regolata alla mia vita privata e al mio hobby di collezionista di avventure femminili. Avrei voluto non farlo, piansi stracciando il taccuino ben fornito di indirizzi ma non potei fare altro. Mia mamma, scoprendo sgomenta che avevo iniziato ad andare a Messa –di nascosto, vergognandomene- chiamò il medico di famiglia, convinta che io non ci fossi più con la testa».

Qual è il mistero di Torino, cui rimanda il titolo del libro

«E’ quello di una metropoli che da una parte è la città di Gobetti e Gramsci, i santi Cosma e Damiano del laicismo, dei cattivi maestri Nietzsche e Rousseau, della classe operaia e della massoneria, insomma la più laica delle città laiche».

Questa è solo una metà dell’enigma. L’altra?

«Poi c’è la città della Sindone, la città in cui c’e stata un’esplosione vertiginosa di santità a cavallo di Ottocento e Novecento. Sessanta fra venerabili, beati e santi. Un vero e proprio record mondiale. Lo stesso Giovanni Paolo II, nel suo primo viaggio sotto la Mole, sembra tener conto di questo corpo a corpo fra bene e male, fra grazia e peccato, e si rivolge con parole drammatiche, concitate, inaspettate ai torinesi spiegando loro che dove c’è tanto male ci deve essere anche tanto bene. Dove c’è la menzogna, ci dev’essere anche lo splendore della verità. Torino è tutto questo e ci sono santi che sembrano vivere sulla propria pelle, anche fisicamente, questo combattimento».

Si riferisce a Don Bosco?

E’ il caso più clamoroso e in fondo misterioso. Don Bosco è il santo dei ragazzi, dell’oratorio, un uomo apparentemente chiaro e solare; ma ha anche insondabili duelli notturni con il Demonio. Nessuno fra i suoi confratelli voleva dormire vicino alla sua camera perché da lì arrivavano tonfi, rumori, grida, giaculatorie e imprecazioni, frastuono di mobili sfasciati. E poi c’è il Don Bosco che lancia premonizioni di morte ai Savoia, in guerra con la Chiesa: tutte quelle profezie si avverarono puntualmente in un’impressionante catena di lutti».

Torino è considerata la città d’Italia piu vicina allo spirito protestante, al calvinismno dei paesi più evoluti.

Falso. Del tutto falso. Tanto per cominciare, l’industrializzazione d’Europa è cominciata in alcune regioni cattoliche: dalla Lombardia a Lione, dalla Catalogna ai Paesi Baschi e alla Ruhr, alla Boemia, alle Fiandre cattoliche che si staccarono da quelle protestanti e formarono il Belgio perché i protestanti olandesi erano rimasti legati all’agricoltura. Purtroppo tanta gente ha orecchiato malamente Max Weber e il suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo».

Torino è dunque città industriale perché città cattolica?

«Torino è stata sempre, sino agli anni Cinquanta, profondamente cattolica: per secoli è stata la città dei Gesuiti. Fu un padre gesuita a scrivere lo statuto dei reali carabinieri. Dei Gesuiti si diceva “falsi e cortesi“, un adagio poi passato ad identificare e classificare tutti i piemontesi. Dal 1947 al 1975 la cosiddetta “città rossa“, la sede dell’Einaudi editore ebbe sempre sindaci democristiani, spesso addirittura con vicesindaco liberale. I comunisti, alla Fiat, furono sempre una modesta minoranza».

Lei si è lasciato alle spalle la cultura laica e si è convertito al cattolicesimo: cosa ha trovato nella fede?

«Un significato al mio vivere e morire. E poi, la libertà. Da quando mi sono convertito ho scoperto la libertà. Prima ero pieno di tabù, di pregiudizi: prima non ero un uomo libero. Anche i dogmi, come diceva André Frossard, non sono gabbie ma finestre. Sono le ideologie postcristiane, non la fede a paralizzarci ».

Qual è il rapporto fra fede e ragione?

«C’è un nesso diretto fra fede e ragione. E poi, come diceva il mo maestro Pascal, l’ultimo atto che può compiere la ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la superano. E’ la ragione che apre al Mistero e lo mostra, appunto ragionevole ».
«Don Giussani dice che la fede è sovrarazionale, non irrazionale.
Anch’io sostengo che è ragionevole, anche se non razionalmente dimostrabile, perché altrimenti ci metteremmo a tavolino per dimostrare l’esistenza di Dio. Noi siamo credenti, non creduli: da questo punto di vista apprezzo e stimo molto il pensiero di Don Giussani. Sono da sempre molto vicino a Comunione e liberazione e a tutti i movimenti, dall’Opus Dei ai Carismatici, ai Focolarini, ai Neocatecumenali, ai Legionari di Cristo. Amo la Chiesa plurale, pluralista. Vive la difference, almeno a livello di carismi».

Però lei è sempre rimasto appartato.

Se non appartengo ad un movimento in particolare, se cerco di essere un cattolico senza aggettivi, è perché non ho sentito, finora, la vocazione specifica, la chiamata verso una di queste realtà. Del resto mi sono convertito in solitudine, in quell’estate di 40 anni fa che ancora mi spinge avanti ogni giorno. In fondo la mia vocazione è quella dell’eremita che studia, riflette, pensa, scrive libri. Io e mia moglie, senza figli e rintanati, per libera scelta, nella nostra casetta di Desenzano del Garda, siamo una coppia di eremiti».

© Tracce