Diabolica Torino: antifascista e papalina

11 settembre 2004 :: Il Riformista

Qual è il mistero di Torino? Com’è possibile che una città d’angolo abbia “fatto l’Italia due volte, a San Martino e a Mirafiori, per la politica e per l’economia”? Che Torino sia stata decisiva nel percorso esistenziale di Rousseau e di Nietzsche, cioè degli antenati filosofici dei totalitarismi del Novecento, ma anche di Gobineau (che vi morì e vi è sepolto) e di Nostradamus? Perché proprio qui si trovano la Sindone e i satanisti, «il paradiso e l’inferno», come proprio Nostradamus ha lasciato scritto? Come nacque l’endiadi Gramsci-Gobetti? Perché vi fiorirono cose rare e preziose per l’Italia, come la grande industria e la tradizione militare? E davvero la città vive un inesorabile declino?

Con Il mistero di Torino (Mondadori, in libreria da martedì) si cimentano due giornalisti e scrittori che non sono torinesi di nascita (Aldo Cazzullo è piemontese di Alba, Vittorio Messori emiliano di Sassuolo), ma che a Torino hanno vissuto a lungo, oltre a lavorare per il giornale della città e degli Agnelli, La Stampa. E danno all’enigma due risposte molto diverse. Dissacrante, revisionista, a tratti dichiaratamente reazionaria quella di Messori. Più vicina alla visione tradizionale dell’antifascismo, della cultura industriale, dell’azionismo quella di Cazzullo.

Messori va giù durissimo. Ad esempio, invitando a smettere di scrivere che Gobetti è morto per mano dei fascisti, visto che tra la vile aggressione e la fine in esilio passano due anni, ed è la polmonite non il manganello a portare alla tomba quel genio precoce. Una genialità, su cui peraltro l’autore di Ipotesi su Gesù e il coautore del primo (e più fortunato) libro del Papa avanza qualche dubbio. Non se la passano meglio Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone – di cui Messori schizza un ritratto di prima mano, essendone stato allievo- Luigi Firpo, e lo stesso Giulio Debenedetti, storico direttore della Stampa. La tesi di fondo di Messori è che Torino sia città più italiana di quanto voglia dare a intendere: fu cattolica, fu fascista, e sotto certi aspetti fu fedele al Papa e al Duce con maggior serietà rispetto ad altre metropoli. Ed è proprio in questo aspetto, nella serietà, che Torino diverge rispetto al resto del paese.

Tocca a Cazzullo, giornalista abituato a vedere e raccontare le cose da una parte diversa rispetto a quella consueta, ristabilire un punto di vista più ortodosso. Sia per quanto riguarda i personaggi, i grandi azionisti, gli industriali, i giornalisti (Cazzullo fa spesso riferimento ai libri di Giampaolo Pansa e di Giorgio Bocca, definito invece da Messori «vegliardo cuneese» in odore di «antisemitismo»), e i comunisti (raccontati attraverso la dialettica tra Valletta e Togliatti). E sia per quanto riguarda lo scenario novecentesco; nel quale Torino è destinata a «salvare l’anima» del paese, grazie anche ai giovani «antifascisti per caso», spesso per cultura più che per militanza; il cui ruolo storico, riletto a distanza di tempo, non fu certo di spina nel fianco del regime, ma quello – altrettanto importante – di testimonianza e di rappresentanza delle ragioni di un’altra possibile Italia. In questa prospettiva, l’incontro tra gli azionisti e gli Agnelli, il rapporto tra la cittadella einaudiana e la città industriale non è un apriori, ma un’evoluzione che non va mitizzata ma neppure liquidata.

Alla figura dell’Avvocato vista anche nel suo rapporto con La Stampa, Cazzullo dedica pagine non banali, forse tra le migliori del libro, insieme con quelle in cui Messori racconta le notti sulfuree di don Bosco ed esplora il coté mistico della più industriosa delle città. E poi la Juventus, le Alpi, lei Consolata, le Olimpiadi del 2006, le prospettive per a futuro, la polemica storiografica sul Risorgimento, i personaggi minori dal beato sto Faa’ di Bruno a Edgardo Sogno; e la Mole, ovviamente in copertina, sullo sfondo di un’inquietante nuvola nera.

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