Carissima e indigesta: Ritratto di Torino

2 ottobre 2004 :: La Provincia, di Alberto Mingardi

Non è facile scrivere di Torino. Riesce quasi impossibile farlo in maniera originale, svelandone il senso, senza rosolarsi nella retorica dell’antifascismo, senza spolverare le statuette ossute dei penati del Risorgimento, senza cominciare a parlare di via Po e finire alla Fiat, e quindi all’Avvocato Agnelli, un po’ Rodolfo Valentino e un po’ Karl Kraus, nell’ immaginario servile dei giornalisti italiani. Per il Montesquieu del viaggio in Italia, Torino era «ridente ma noiosa», bellissima («il più bel villaggio del mondo») e provinciale («si sanno le più piccole cose delle famiglie, fino ai matrimoni dei piccoli borghesi, e ci si interessa di queste cose »). «Qui i muri parlano»: i Savoia, ringhiosi barboncini della modernità, furono pionieri nel campo dell’educazione pubblica, e dei servizi segreti. Ovvero nella manipolazione e nel controllo del consenso. Il mistero di Torino, di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, racconta una città non certo “ridente”, ma nemmeno noiosa. O meglio, noiosa sì, ma di una noia tutta particolare, la noia brumosa ch’è di casa sotto la mole, l’immobilismo dei comportamenti e dello stile, il culto delle forme che trapassa l’esageruma nen di Norberto Bobbio. Perché è negli sguardi che si abbassano, nei silenzi che si chiudono, è in un certo contegno stizzoso e ostentato che riposa l’essere torinesi. Il libro di Messori e Cazzullo conduce per mano il lettore in una città che come nessun’altra ha fatto del declino un’abitudine, protagonista di una perpetua diaspora dei talenti, ma anche capitale immaginaria, sono centotrent’anni che la cinghia di trasmissione con la politica s’è rotta, ma Torino continua a viverne, braccata dal ricordo di ciò che non è stato. Sono temi fascinosi, cui rende impietosa giustizia Vittorio Messori. Le sue pagine, che attraversano i tre quarti di questo libro incongruamente a doppia firma, riescono a spalancare gli occhi del lettore. Anche e forse soprattutto quando, nella Torino cattolica dei gesuiti e dei 160 santi che intrecciano il reticolo urbano, Messori celebra la sua personale rivincita sui preti operai e sull’arcivescovo Michele Pellegrino. Aldo Cazzullo, invece, cucina un brodino scipito, senza l’ombra di carattere. Si fa leggere con facilità, ma la sua è una Torino di plastica, tutta intrisa del proprio triste mito. Ritoccando il giallo dell’aureola ben salda attorno alle tempie di Giovanni Agnelli (sobriamente definito «l’italiano del secolo »), Cazzullo annota: «l’Avvocato non impartiva direttive, non dava ordini; tanto meno ai direttori e ai reporter dei suoi giornali; ma non per questo rinunciava a farsi capire, a far valere quelle leggi non scritte che nella redazione della Stampa si imparano presto». L’osservazione trasuda quel che Torino è e significa. Una città dove la lingua degli affari è vischiosa e bizantina, fatta di sottintesi; dove non si parla di soldi, e chi ne ha, persino il signor Fiat, gioca al basso profilo, l’eleganza dell’aristocrazia del denaro contro il gusto del soldo esibito, tipicamente milanese. E dove questo culto di un understatement platealmente artefatto fa passare in second’ordine le regole della buona imprenditoria, perle quali un uomo d’azienda si misura – ad esempio – su come ha disposto dei suoi talenti, più che sul suo tatto nel bisbigliare suggerimenti anziché impartire comandi. C’è un’altra pennellata di Cazzullo su cui vale la pena fermarsi. Riannodando i fili della propria indifferenza per il mondo cattolico torinese (che neppure Messori ha frequentato in profondità, per inciso, ma di cui ricostruisce le glorie), racconta d’aver seguito, quasi per caso, alcune conferenze di don Giussani: «mi colpì l’occorrenza frequente nell’eloquio di Giussani dei riferimenti (ovviamente negativi) al marxismo, al comunismo, al socialismo. Mi parve un uomo ossessionato». Ecco, in quel «mi parve un uomo ossessionato» si possono leggere tutti i tic dell’azionismo, l’arruginita spina dorsale della Repubblica. Girando la tesi per la quale l’Einaudi sarebbe stata il filtro più potente dell’egemonia culturale della sinistra, Cazzullo cuce volentieri l’aggettivo “anticomunista” addosso a molti protagonisti di quella storia. Ma la presunta equidistanza da fascismo e comunismo dei maître à penser della Torino del dopoguerra è in larga misura un mito. Davanti all’anticomunismo vero, sofferto, vigoroso e minoritario, hanno fatto mostra al massimo d’infastidita noncuranza, come se di alcune cose non stesse bene parlare, specie quando coi “compagni” si saldavano sentieri di fratellanza intellettuale. Puntualmente e sadicamente ripercorsi, per inciso, da Messori – che si ritrovò, nell’ambito di un percorso di formazione esemplarmente torinese (transumanza per il Liceo d’Azeglio inclusa), allievo di Bobbio, Galante Garrone, e Firpo. Colpisce un parallelo, un’altra questione d’ipocrisia. Anni dopo aver chiuso il capitolo dell’università, Messori bussò alla porta degli antichi maestri, per metterli a confronto con quel ventaglio d’interrogativi cui danno risposte la fede oppure, di converso, la negazione convinta dell’esistenza di Dio. Ne cavò «una petizione di principio. Il principio, cioè, che il dilemma fede-ateismo fosse irresolubile con la ragione. Di qui, la scelta obbligata dell’agnosticismo e del laicismo rigorosi, la rimozione del problema, il rifiuto di approfondire ». Siamo al paradosso dell’intellettuale che sceglie la superficialità, e con serietà rigorosa e piemontese, proprio davanti alle questioni ultime dell’esistenza. Su questo terreno, Messori cattura un carattere fondamentale di Torino, che è quello che salda insieme la sua vocazione politica all’indubbia vivacità intellettuale, di cui punto più alto sono i Castore e Polluce Gramsci & Gobetti (verso quest’ultimo, forse l’intervistatore del Papa si mostra un poco ingeneroso). Il fatto è che Torino, dal Risorgimento alla Resistenza, è rimasta stregata dal «fare gli italiani» del d’Azeglio. Quest’istinto pedagogico viene allo scoperto in un «Kulturkampf alla piemontese »: Messori ricorda il piglio inquisitorio di Firpo in un processo fittizio che lo vide confrontarsi con Giordano Bruno Guerri, e l’emarginazione di Augusto Del Noce. Ma sono tanti gli irregolari ignorati o rimossi, da un establishment saldissimo e invincibile – una sorta di Minculpop dell’Italia repubblicana. Torino è, nel bene e nel male, città di e per intellettuali: lo ricorda bene Messori, rubando ritratti e stilizzazioni alla Donna della domenica, giallo torinesissimo della straordinaria coppia Fruttero & Lucentini. Ma c’è ben altro, nel Mistero di Torino. Grandinano istantanee della Stampa: Cazzullo vi dedica alcune pagine dense, che i professionisti dell’informazione apprezzeranno per gusto voyeuristico. Da par suo, Messori costruisce un ritratto strepitoso di Giulio Debenedetti, contando vizi e virtù della “Busiarda”. Eppure, la prosa messoriana si fa incantatrice e viva proprio quando si esce dal recinto della vita pubblica, per arrivare ad altro, per scavare in tutto quello che rende Torino così indigesta, sì, come abbiamo scritto, ma pure così cara. Il fatto che sia il «chiostro più grande del mondo», coi suoi portici ariosi, dove il pensiero prende forma in camminate inesauribili, perché è solo a piedi che si gusta la geometria della città, che se ne assapora l’ordine e la generosità degli spazi. E poi le ombre della Consolata, l’ossigeno inebriante di piazza San Carlo, Don Bosco, l’Ebreo (mitica figura di spacciatore di libri usati), il segno del diavolo e la goffa iconografia massonica. Arrivato sulle rive del Po giovanissimo, ma nato a Sassuolo, Messori ha scritto un libro per una minoranza di dannati: noi, disgustati e innamorati assieme, più che ammiratori: reduci, di Torino.

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