Messori: perchè sto con Pio IX

11 settembre 2005 :: Il Nostro tempo, di Beppe Del Colle

Vittorio Messori, la recensione del suo ultimo libro sul «caso Mortara” pubblicata su ««il nostro tempo, del 10 luglio scorso, ha suscitato molta attenzione da parte dei lettori, con qualche critica e qualche punta polemica. Marta Margotti ne ha riassunto autonomamente i temi principali (nell’intervento pubblicato la scorsa settimana, n.d.r.).

Per cominciare, se è giusto quanto lei osserva sulla legittimità del sequestro dei bambino bolognese nel 1858 da parte dell’autorità locale, in base a una norma in vigore nello Stato Pontificio, condivide il giudizio della Margotti che proprio quella legge fosse “ingiusta” in quanto permetteva di sottrarre un bambino alla potestà paterna?

Con molto rispetto, ma anche con molta sincerità, dico che sono un po’ stupito che chi fa di mestiere lo storico cada in almeno due peccati mortali. II primo peccato mortale è quello dell’anacronismo, giudicare il passato come nostre categorie, in questo caso politicamente corrette. Non è degno di uno storico usare aggettivi moralistici come una legge ingiusta, come dice la Margotti. L’anacronismo è di chi non ricorda che, per esempio, a quell’epoca gli anglicani inglesi rinchiudevano gli orfani dei caduti irlandesi cattolici nei loro collegi, dove venivano fatti rigorosamente anglicani. Che gli ortodossi russi sequestravano i bambini polacchi e li sradicavano dal cattolicesimo e li costringevano a diventare ortodossi. Che i turchi strappavano i bambini alle famiglie cristiane e li facevamo diventare islamici, arruolandoli nel corpo dei giannizzeri. Per carità, si tratta di cose riprovevoli, ma riprovevoli oggi, ripeto, con le nostre categorie da correttezza politica, da benpensantismo teologico. Quindi che uno storico dimentichi il clima di oltre un secolo e mezzo fa è ciò che Benedetto Croce chiamava peccato mortale.

Il secondo peccato, a mio avviso particolarmente grave, è che non c’è qui quella che dovrebbe essere la fatica dello storico, cioè mettersi nel punto di vista dei protagonisti della vicenda. Per il vero protagonista della vicenda Mortara, la prospettiva era quella religiosa e soltanto religiosa, tutte le altre erano soltanto subordinate: era la prospettiva che considerava il battesimo come una realtà oggettiva che misteriosamente cambiava il battezzato e lo rendeva cristiano. Quindi non è in base alla legge civile che Pio EX intervenne e di fronte alle proteste disse «non posso fare altrimenti. Non agì in base a quella legge dei codici dello Stato pontificio che la Margotti definisce moralisticamente ingiusta. Egli agì in base alla propria convinzione di fede, cioè al diritto canonico, per il quale di fronte a un bambino che fosse stato validamente battezzato, quale che fossero poi le condizioni del battesimo, era dovere della Chiesa allevarlo cristianamente fino a quando, giunto all’età della ragione, egli non avesse potuto scegliere. Quindi Pio IX era prigioniero di questa sua prospettiva, e mi stupisce che questi due elementi, l’anacronismo e il porsi dal punto di vista dei protagonisti, siano stati completamente ignorati dalla Margotti.

Una delle critiche più ricorrenti riguarda il rilievo che lei dà alla piena concordanza di Edgardo Mortara con la decisione di sottrarlo alla propria famiglia e di educarlo nella fede cristiana ricevuta con il battesimo; un’adesione che nel testo del sacerdote riprodotto nel suo libro si inizia fin dai primi momenti della vicenda. È ragionevole, e in base a quale “principio superiore”, che si accetti e si rispetti maggiormente la volontà (più o meno consapevole) di un bambino che quella dei suoi genitori?

Qui non è il caso di fare ironia. Soprattutto se uno è credente, sa che nel caso Mortasa Pio IX era consapevole del contrasto fra i due diritti. Il diritto naturale, che la Chiesa ha sempre riconosciuto ai genitori, di allevare i propri figli fino alla maturità; e il diritto soprannaturale, spettante alla Chiesa, che è anch’essa madre, di allevare cristianamente un figlio anche se imprevisto come il piccolo Edgardo Mortasa, il quale era diventato cristiano. Non a caso Pio IX disse una volta, di fronte alla virulenza degli attacchi: «Tutti mi accusano, ma dimenticano che anch’io sono padre». Nella prospettiva tutta religiosa, corriera doveroso, il piccolo Edgardo era diventato un suo figlio. E il papa aveva il diritto di educare quel figlio secondo le leggi di quel cristianesimo nel quale era stato immesso, seppure in modi casi avventurosi. Questo contrasto tra i due diritti spiega anche perché il caso Mortara sia stato oggettivamente un dramma, che io non minimizzo affatto.

Sono passati quasi centocinquant’anni da quella vicenda, il mondo è cambiato, ed è cambiata anche la Chiesa e la sua sensibilità verso i diritti civili e umani. È possibile, anche per un cattolico convinto, condividere oggi fino in fondo senza relativizzarli, come fa lei, gli atteggiamenti della Chiesa dell’Ottocento, e difendere i suoi diritti con le medesime ragioni con cui essa si difendeva allora dall’aggressione del laicismo suo contemporaneo?

Qui ciò che è in gioco sono la verità e la giustizia, che nel caso Mortara sono state spesso violate. Giustizia non soltanto verso Pio IX, oggetto di una campagna furibonda per impedirne la beatificazione e presentato come un volgare, brutale e crudele rapitore di bambini. Verità e giustizia anche verso padre Mortara. In questa polemica verso il sottoscritto, si dimentica che io non ho escogitato o inventato nulla. lo mi sono limitato a pubblicare il memoriale che scrisse Mortara, quando ormai aveva 37-38 anni. Un memoriale che tutti gli storici hanno allegramente ignorato. Per quasi un secolo e mezzo si è parato di questo caso, molti storici certamente si sono imbattuti in questo documento essenziale, ma si sono rifiutati non soltanto di pubblicarlo, ma anche di citarlo. Allora, se ho colpa me l’assumo fino in onde. Ho fatto solo il mio lavoro di persona curiosa li storia, per cui se qual:uno è da aggredire è paure Mortara, non il sottoscritto. È curioso che tutto il dibattito si concentri sulla mia introduzione, e nessuno ancora una volta urla di quanto Mortara .tesso dice di sé. Io credo che sia stata un’opera,ione di verità e giustizia mettere a disposizione del pubblico questo documento sempre rimosso.

E’ vero che buona parte della bagarre creata attorno al caso Mortara fu messa in piedi per ragioni politiche, soprattutto da parte del Piemonte, che aveva interesse a mostrare che si doveva farla finita con lo Stato pontificio, o per interessi religiosi da parte delle comunità ebraiche, che intervennero, o per ragioni settarie da parte della massoneria. Questo è un dato di fatto. Quindi qui non si tratta di difendere la Chiesa dell’Ottocento, ma di difendere la libertà e la giustizia. Che da parte di una storica mi si accusi di aver messo a disposizione in modo rigoroso e attento un documento storico, è un’accusa che non mi sarei aspettato.

Ha qualche altra osservazione particolare riguardo alle opinioni esposte dalla Margotti?

Cosa sono queste dietrologie (“Più che indagare i motivi che spingono Messori a condurre la sua battaglia …. è necessario guardare oltre). Cosa c’è da indagare sui motivi che mi hanno spinto a fare ciò che ho fatto? Sono forse pagato da una società segreta di cattolici reazionari? Queste sono dietrologie sorprendenti per uno studioso serio, le lascio volentieri alla stampa scandalistica che cerca motivi occulti. Io ho guardato solo all’interesse oggettivo della storia. E poi tra le righe affiora che sostanzialmente io sarei un nostalgico della teocrazia, che vorrei di nuovo il Papa re, che vorrei l’Inquisizione che sbatta in galera nelle segrete del Sant’Uffizio coloro che non la pensano cattolicamente. Anche questo è un po’ buffo. lo sono lontanissimo da ogni tentazione teocratica, lo sto con Paolo VI, il quale nel centenario della Breccia di Porta Pia giudicò provvidenziale, in fondo, la fine del potere temporale; sto con coloro che pensano che il papato, come i fatti hanno dimostrato, aveva tutto da guadagnare a liberarsi dello Stato pontificio.

Però proprio perchè credo di avere sensibilità storica e religiosa, anche se penso che la fine del potere temporale sia stata una fortuna (o sfortuna?) sul piano spirituale per la Chiesa, non mi permetto di demonizzare Pio IX; anzi, capisco benissimo le ragioni della sua opposizione alla fine del potere temporale. Era ancora una volta determinata da motivazioni religiose. Ciò che lui voleva era che la Chiesa, anche su un territorio piccolissimo, fosse padrona in casa sua, altrimenti, se fosse stata all’interno di un qualsiasi Stato, ne sarebbe stata prigioniera.
Lo si era visto con il papato di Avignone, con il patriarcato di Costantinopoli. Pio IX voleva salvare il principio dell’indipendenza anche territoriale della Chiesa. Perché da quella indipendenza nasceva anche la libertà spirituale.

Quindi, io sono lontanissimo da nostalgie o altro.

Non voglio ritornare a prima di Porta Pia, semplicemente voglio che sul piano storico verità e giustizia siano rispettate.

Come giudica i rapporti attuali fra la Chiesa e il mondo ebraico, in particolare riguardo alla polemica sempre ricorrente sugli atteggiamenti di Pio XII a proposito dell’Olocausto? Cosa pensa delle parole pronunciate a questo proposito da Benedetto XVI nel suo incontro con la comunità israelitica di Colonia, in risposta alla richiesta di aprire ulteriormente gli archivi vaticani su quella tragica vicenda?

Io non ho paura delle parole, che però cerco sempre di motivare. Questo tormentone su Pio XII è semplicemente vergognoso. E un tormentone studiato a tavolino a partire degli anni Sessanta del secolo scorso. Quando morì Pio XII, il Vaticano fu sommerso da attestazioni di gratitudine e riconoscenza da parte di tutto il mondo ebraico, quello sereno, oggettivo, che anche oggi riconosce che buona parte degli ebrei che scamparono all’Olocausto dovettero la loro salvezza all’intervento della Chiesa cattolica. È una campagna diffamatoria che sembra non voler finire, per cui Benedetto X47 ha fatto benissimo a non rispondere a quel rabbino che lo ha accolto ritornando appunto su questa persecuzione verso un grande papa come papa Pacelli, che scelse il male minore. L’esperienza aveva dimostrato che la cosa migliore era aiutare come si poteva, senza troppo clamore, i perseguitati, perché quella bella denuncia che vorrebbero certi teorici avrebbe provocato non la fine, mala moltiplicazione della persecuzione.

Detto questo, nessuno può sospettare il già cardinale Ratzinger di scarsa considerazione dell’ebraismo. Dipendeva dal suo Sant’Uffizio la Commissione teologica internazionale, di cui egli era presidente. Due o tre anni fa ha stilato un bellissimo documento sui rapporti fra ebraismo e Chiesa cattolica, che al mondo ebraico più aperto è piaciuto moltissimo. Anche nel suo discorso di Colonia, Benedetto XVI ha riconfermato l’amicizia solidale e il rispetto della Chiesa cattolica verso il mondo ebraico. Però, con la precisione che gli è propria, ha anche ricordato che non esiste dialogo se questo dialogo non rispetta i dati del problema. Cioè che, malgrado l’amicizia, ebraismo e cristianesimo sono sì legati, ma sono due fedi religiose diverse. Ratzinger si è comportato da persona mite, aperta, disponibile al dialogo, ma vuole che questo dialogo sia condotto sul piano della verità.

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