Messori indaga da cronista sul mistero di quel sepolcro vuoto

12 novembre 2000 :: Famiglia Cristiana, di Franco Ardusso

E’ il quattordicesimo libro di Vittorio Messori, a partire dal fortunato Ipotesi su Gesù del 1976. Di quest’ultimo viene ripresa la tematica centrale, la risurrezione di Cristo. Messori indaga da sempre, con informazione e passione condite da verve polemica, sulla solidità dei fondamenti sui quali riposa la fede cristiana. E siccome la fede rimanda a eventi, questi debbono essere in qualche modo accertati storicamente. E proprio perché gli avversari del cristianesimo hanno cercato e cercano tuttora di demolirne i fondamenti, è alla difesa e al consolidamento di questi che Messori si accinge. Egli constata, e talora bisogna dargli ragione, che anche tra gli studiosi cattolici è penetrato un certo scetticismo nei confronti del valore storico delle narrazioni evangeliche, dalle quali si distilla il significato religioso-salvifico annullando o vanificando l’evento storico. Ciò finirebbe per rivelarsi particolarmente deleterio qualora venisse applicato alle testimonianze evangeliche sulla risurrezione di Gesù.
«Davanti ai racconti della risurrezione si deve raggiungere il significato», scrive Messori, «senza però dimenticare che gli evangelisti ci invitano a ricavare questo significato da ciò che per loro è senza discussioni né incertezze un evento che appartiene alla storia».

Sono d’accordo con Messori che c’è una forte tendenza a destoricizzare il cristianesimo, che potrebbe sfociare nella riduzione dei suoi contenuti a simboli e metafore, e preparare l’avvento di un cristianesimo gnostico o addirittura ingenerare l’idea che la fede cristiana si riduca a “scienza del buon vivere”, come si espresse Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio.

Sono d’accordo con Messori che alcuni studiosi del Nuovo Testamento sono alquanto disinvolti nei confronti del valore storico dei Vangeli. Starei però attento a non ingenerare il sospetto su tutta quanta la ricerca: i casi, come quello della Ranke-Heinemann, alla quale Messori dedica anche troppe pagine, sono estremi e nient’affatto paradigmatici.

L’opera avrebbe guadagnato a non attardarsi troppo su ipotesi di pura fantasia (come quella del sepolcro di Gesù in Kashmir), e a non dare troppa importanza a questioni datate, a meno che ciò sia richiesto dall’arretratezza di una certa cultura laica in fatto di cose religiose. Sono suggerimenti che, spero, Messori non bollerà come manifestazioni di buonismo e perbenismo clericale, come egli fa talvolta con chi non condivide le sue idee.

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