Messori e la terza via: quella dei fatti*

12 gennaio 2007 :: L’Adige, di Francesco Agnoli

E’ uscito da poco, per i tipi della Sugarco, l’ultimo libro di Vittorio Messori, “Emporio Cattolico”. Si tratta di una raccolta di riflessioni, sulla storia, la cronaca, la filosofia e la fede, nello stile che ha reso l’autore uno degli scrittori più letti e più tradotti al mondo. Messori viene dall’Emilia, ma si è formato e laureato a Torino, con i maestri del pensiero laico.

Torino è la città che ha segnato la sua storia: è la città del Risorgimento, del liberalismo di Cavour, delle leggi anticlericali di Siccardi, della massoneria, e poi la città degli Agnelli, delle prime avventure di Gramsci e Togliatti, de La Stampa, dell’Einaudi, di Furio Colombo, delegato Fiat in America e poi, come nota lo stesso Messori, direttore, un po’ paradossalmente, dell’Unità….

Si può dire che Messori abbia vissuto e respirato, quindi, in un luogo emblematico per il nostro paese: quello in cui è nata l’Italia moderna, laica, liberale, agnellina, marxista, ed in cui però rimangono tracce evidenti del “vecchio mondo”, nelle opere caritatevoli di Giovanni Bosco, del Cottolengo, del beato Fa di Bruno…Pensiero liberale, pensiero marxista, e dottrina sociale della Chiesa, a confronto in un’unica città! Questa storia, queste suggestioni, insieme alle frequentazioni personali, ad esempio con alcuni maestri della laicità come Norberto Bobbio, hanno fatto di Messori uno dei più acuti interpreti della modernità, alla luce, spesso, dello studio accurato del passato”.

Emporio cattolico” è appunto un prodotto della mentalità di Messori, che non accetta mai una posizione, una versione storiografica, uno slogan comune, senza averlo vagliato, controllato, analizzato attentamente, con gli strumenti più moderni della critica.

Un’opera quindi estremamente razionale, che parla di fede, di pensieri, di idee che hanno mosso e muovono le vicende umane, e in cui trovano posto le riflessioni più disparate. Leggendola si può ad esempio apprendere qualcosa di interessante su un personaggio come Robespierre, questo terribile inquisitore laico dei tempi moderni, che aveva logorato la ghigliottina, durante l’epoca del suo governo, e che però non la aveva mai vista, almeno sino al giorno in cui non vi lasciò anch’egli la testa. “Per lui, commenta l’autore, quel rasoio nazionale non era che una astrazione, alla pari delle altre fumisterie ideologiche nelle quali aveva vissuto, standovi immerso. La sofferenza concreta degli uomini concreti non aveva alcun significato per lui, uomo di carte, di pamphlets, di documenti, di decreti da firmare a una scrivania, nel chiuso delle stanze del potere”. Robespierre è dunque per Messori molto più che un personaggio storico: è il prototipo del giacobino, della mentalità ideologica che avrebbe guidato altri personaggi atei del Novecento a divenire sterminatori, magari “in buona fede”, anch’essi in nome di ideologie, di visioni politiche, molto idealiste e poco concrete.
Da Robespierre si passa alle connessioni spesso taciute tra capitalismo e comunismo, nella Russia bolscevica, ai Borgia, alle crociate, all’eugenetica, passando per Pio IX e Francisco Goya… Riguardo a quest’ultimo quanti sanno che la celeberrima frase sulla ragione posta in calce ad una sua acquaforte non è un atto di fede illuminista (“Il sonno della ragione produce mostri”), ma al contrario un attacco alla pretesa razionalista di esaurire il reale (“Il sogno della ragione produce mostri”)? Scrive a proposito Messori, dopo aver ricordato che il portatore della “libertà” e della “ragione”, in quegli anni, era Napoleone, odiatissimo dagli spagnoli come un terribile tiranno: “Il messaggio di Goya non è dunque contro gli ‘oscurantisti’, ma al contrario contro gli ‘illuminati’, contro quegli intellettuali di cui è simbolo il dormiente accanto a carte, dove ha di certo steso uno di quei piani per il ‘paradiso in terra’ che, messi in pratica, sturano il vaso di Pandora”.

Poi Messori si sofferma sull’arte della diplomazia, ricordando, senza falsa retorica, quanti orrori siano nati dalle ottuse scelte dei vincitori nel primo e nel secondo dopoguerra: mentre il congresso di Vienna, tanto deprecato, aveva rispettato i vinti, senza umiliare la Francia, per evitare nuovi revanscismi, il trattato di Versailles del 1918 stabilì sulla carta la nascita di uno Stato, la Iugoslavia, che non aveva ragioni sufficienti, e che quindi si sarebbe ben presto disfatto in seguito a sanguinose lotte intestine; mutilò la vittoria dell’Italia, non riconoscendole la Dalmazia, che invece era di cultura italiana, e dando così la stura al mito della “vittoria mutilata”, tanto utile ai fascisti; umiliò ferocemente il popolo tedesco, togliendogli terre, ricchezze, onore, dignità, e aprendo così le porte all’ascesa di Hitler, e non tenne conto delle legittime aspirazioni dei Sudeti, consegnandoli prima al nazismo e poi ad un esodo terribile…
Balzando da un secolo all’altro Messori ricostruisce la visione del mondo dei Catari, il perché dello scontro con l’Inquisizione, ridandoci un medioevo ben diverso da quello ridicolo e grottesco del “Nome della rosa”; oppure analizza razionalmente, al di là della propaganda e delle faziosità, la vicenda della Notte di San Bartolomeo e delle lotte tra cattolici ed ugonotti in Francia, riconducendo tutto, fatti alla mano, ad una questione affatto politica e per nulla religiosa…

Sempre, che parli di storia o di pedofilia, di celibato ecclesiastico o di Armeni, Messori lo fa con grande capacità narrativa, con leggerezza e acribia, con quella autorità che anche i suoi avversari gli hanno sempre riconosciuto. Lo fa, soprattutto, con grande equilibrio, rifuggendo la parzialità: Messori non è uno di quelli che dimenticano la questione sociale, l’Africa, il problema della guerra giusta, di difesa, e di quella ingiusta…

E non è neppure di quei cattolici che si occupano dell’Africa, della giustizia sociale, e dimenticano che la pace nasce anzitutto dal rispetto del prossimo, del vicino, della vita, dal concepimento alla morte. Non è, ancora, di quegli intellettuali cattolici che limitano il loro sguardo alle ideologie moderne, e che oppongono il materialismo comunista a quello capitalista, o quello capitalista a quello comunista, senza conoscere per nulla l’esistenza, per così dire, di una terza via.

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