La poesia della fede

3 maggio 2002 :: Grazia, di Alberto Bevilacqua

Se scrivo su Conversione di Leonardo Mondadori, non è per illustrare la «singolarità di un caso». Vado oltre la stessa complicità amicale che mi lega all’autore. Ne parlo da anarchico cristiano, come mi sono sempre definito (con molte scuse a Vittorio Messori, che fa da attento sacerdos introduttivo); ne parlo perché l’intento di chi si confessa sensibile mediatore, è quello di trasmettere il calore di una personale, conquistata, nota evangelica al lettore, a chiunque possa trarne un conforto per la sua esistenza. Ebbene, mi .pongo fra gli antesignani di questi destinatari. (Anni fa, in un momento di mia solitudine, la voce di Leonardo, che non conoscevo, mi raggiunse; Leonardo mi aiutò (spiritualmente), con una grazia che, a ripensarci, sempre mi commuove. Conobbi, in quella circostanza, la sensibilità umbratile, l’anima portata fra perplessità verso i cieli e dolente e insieme disinvolto senso del cammino terrestre, ravvivato da estri di genialità, che erano del Leonardo d’allora. Le immedesimazioni possono essere anche inconsapevoli; anche la grande fede può esserlo, prima che esploda nelle sue forme precisamente convertite. E Leonardo ospitava già allora il suo Cristo dentro. Non si può essere a tal punto vicini a un altro essere umano, a cui ci lega solo il bene della poesia, se non esiste, a pilotarci, una luce di carezza cristiana. Sperando che non suonino paradosso le mie parole, ecco cosa ho pensato chiudendo questo libro che sinceramente non mi aspettavo così, ossia capace di commuovere col candore: Leonardo, ho pensato, che è finissimo intenditore alte visioni pittoriche, ha fatto uscire sé e posto dinnanzi a sé, come un figlio fanciullo, il Cristo che lo abitava,) e dichiarando di praticare oggi le canoniche forme liturgiche, è come se avesse circondato quel fanciullo di professate tavole dipinte: l’adorazione giorgionesca o il Cristo in casa di Marta e Maria, del Tintoretto. Scrivo di questo testo perché è libri, mai pretesto. Leggete la pagina sulla madre Mimma: ebbene, non potremmo dire che si tratta di una poesia molto bella? E leggete la descrizione di quella solitudine a Natale, quando ci abbandonano anche gli amici più vicini: quella descrizione è racconto, con un forte senso narrativo, anche se la conclusione amara suona «Mi chiedevo che senso avesse tutto questo». E le pagine sui matrimoni dell’autore, sui veleni della malignità mondana, e quelle sui glomi di New York, quando l’autore si inoltra nei labirinti, più ancora che della metropoli e del Memorial Hospital, di una malattia personale che, prima di essere vinta e domata, dischiude le ipotesi della fine. Nemmeno qui, in questa circostanza, l’io narrante si rinchiude nel dolore privato ed egoista, aprendosi, al contrario, alla sottile sinfonia di un dolore più vasto, che abbraccia la specie, e ci tiene sulla soglia di quella domanda che Leonardo pone a Giovanni Paolo II sulla vita eterna. Arriveremo all’«ingresso in un mondo di luce, dove il significato dì tutto sarà finalmente chiaro»? Leonardo, in queste pagine, manifesta un doppio ruolo: l’essere, insieme, il padre e il figlio di se stesso. Nel mezzo, sta la grazia che lo distingue.

© Grazia

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