La crisalide e il sepolcro

dicembre 2001 :: Tracce, di Stefano Zurlo

Nel 1976 Le Monde pose questa domanda a numerose personalità delle Chiese cristiane: «Che ne sarebbe della vostra fede. se il piccone di un archeologo. in qualche luogo dell’antica Palestina, dissotterrasse lo scheletro di Gesù”». Nessuno (o quasi) si lasciò prendere dall’imbarazzo. «Non mi turberebbe affatto», disse François Quéré. Marc Oraison, prete cattolico e psicanalista, arrivò a dire: «La scoperta dello scheletro di Gesù rafforzerebbe la mia credenza». E Georges Crespy, docente alla facoltà di teologia protestante di Montpellier affermò: «Un simile ritrovamento sbloccherebbe probabilmente la fede, obbligandola a non fidarsi più del visibile». Ventiquattro anni dopo Vittorio Messori torna sull’argomento e sul luogo del delitto -lo sperone del Golgota e il vicinissimo sepolcro prestato da Giuseppe d’Arimatea- con l’intento opposto: un libro inchiesta sulla Resurrezione Dicono che è risorto. Quasi trecento pagine immerse nella storia, anzi nella cronaca tumultuosa di quei giorni – probabilmente, come l’autore scrisse in un altro suo libro, Patì sotto Ponzio Pilato?, quelli compresi fra il 7 e il 9 aprile dell’anno ’30 – in cui Gesù fu processato, morì, fu sepolto, tornò misteriosamente fra gli uomini. Un’inchiesta piena di nomi e riferimenti, un’indagine che immediatamente afferra il lettore (per settimane il testo è stato in testa alle classifiche della saggistica del quotidiano la Repubblica) e lo scaraventa davanti a quel che il cristianesimo è. Una vicenda incomprensibilmente cominciata nel momento della sconfitta c della resa, nelle ore in cui quel gruppetto di sbandati era sul punto di tornare a casa, senza speranza. Che cosa accadde in quei frangenti? C’è un salto, un trou, un buco per dirla con Jean Guitton “Che cosa successe?”. Né mito né fiaba Un fatto è certo: questa storia non si può collocare sul fondale della mitologia o leggere quasi fosse una fiaba. Si può credere o non credere, ma la narrazione è quella e con quei fatti Messori fa i conti. «Il tentativo di moralizzare il cristianesimo», spiega l’autore, «trasformandolo in un manuale del cittadino politicamente corretto e quello di spiritualizzarlo eliminando ogni riferimento materiale, non tengono conto di quel che gli Evangelisti hanno scritto». È dai Vangeli che Messori parte, detective di un plot metafisico, allineando tutte le stranezze di una narrazione che, se fosse stata costruita a tavolino, avrebbe avuto ben altre fondamenta. « Cristo si manifesta, infatti, anzitutto alle Marie. Possibile? Le donne», ci ricorda Messori, «non potevano testimoniare in alcuna causa, in alcun processo. Dunque, chi in Israele non poteva testimoniare nulla, nei Vangeli testimonia tutto. Sono proprio le parole femminili che sorreggono la verità di tutto intero il Nuovo Testamento». Nelle Antichità giudaiche, lo storico ebreo Giuseppe Flavio rincara la dose e ribadisce: «Le testimonianze di donne non valgono nulla». E allora perché appigliarsi a quei racconti? Perché affidarsi a quella Maria di Magdala dalla quale Gesù «aveva scacciato sette demoni»? Nota Messori: «La prima apparizione (quella che fonda la Chiesa stessa) non è solo a una donna, ma anche ex-isterica o ex-indemoniata, se non forse ex-prostituta». Scandalo nello scandalo. E se la spiegazione (il tutto fosse che le cose sono andate veramente come ci insegnano gli Evangelisti. «Non è così che si inventa», dice Messori parafrasando Jean Jacques Rousseau. Noi siamo abituati a leggere quei capitoli come un blocco indistinto, non cogliamo le sfumature e contemporaneamente ci impelaghiamo in contorte disquisizioni, inseguendo le acrobazie di teologi e specialisti. Don Antonio Persili Messori, da cronista di razza, torna al sepolcro in compagnia di Pietro e Giovanni, la mattina di «quella che divenne la prima domenica della storia». Giovanni, come è noto, corre più velocemente, arriva per primo e aspetta il collega. Pietro entra e resta perplesso, un attimo dopo Giovanni varca la soglia. Che cosa accade in quel momento? Il Vangelo, più lapidario di Tacito, racchiude quella che dev’essere stata un’esperienza sconvolgente in tre parole: «Vide e credette». Milioni di persone hanno pattinato su quella frase senza fermarsi. Don Antonio Persili, sconosciuto parroco in quel di Tivoli, invece, ci ha dedicato una vita. E ai suoi studi, fin qui ignoti, si rifà Messori per spiegare l’enigma di Giovanni. Secondo la traduzione corrente dell’espressione greca othonia keimena, Giovanni vide «le bende per terra». Insomma, la fasciatura che avvolgeva il corpo di Gesù sarebbe stata “manomessa”. In questo modo ogni ipotesi sulla sparizione di Cristo resta valida. Ma con ogni probabilità; dice don Persili e con lui Messori, Giovanni non vide le bende per terra. Vide invece le fasce – molto più grosse delle bende, tanto da nascondere il lenzuolo a contatto con la pelle del defunto – distese, vale a dire nella posizione esatta in cui erano quando ancora erano strette intorno al cadavere. Solo che il corpo non c’era più. «È come», spiega Messori, «la crisalide da cui è scappata la farfalla. La crisalide è vuota all’interno, ma intatta». Insomma, Giovanni vide qualcosa di stupefacente. Allo stesso modo il sudario – un fazzoletto che si metteva sul capo – è nella traduzione di don Persili lontano da dove l’hanno messo i biblisti per duemila anni. Per loro era «piegato in un luogo a parte», per lui invece era «avvolto in una posizione unica». Nel senso che era esattamente come quando cingeva la testa del defunto. Mistero ragionevole Che cosa vide Giovanni? «Di certo», nota Messori, «vide la mancanza di ogni segno di effrazione e di manomissione nelle tele, dalle quali nessuno poteva essere uscito o essere stato estratto, e quella posizione “incomparabile” del sudario, ancora alzato, ma sul vuoto del lenzuolo sottostante distesosi sulla pietra del sepolcro». Oltre la ragione, ma non contro la ragione. Si può credere o non credere. Ma non possiamo appiattire la vita di Gesù come hanno fatto illuministi e razionalisti dal Settecento in poi, fino a farlo diventare una persona senza biografia. Non possiamo liquidare duemila anni chiamando in causa le allucinazioni di qualche visionario, i trucchi di qualche mago, le manipolazioni di qualche fanatico. E non possiamo non sporgerci, pieni di stupore, sull’orlo del grande mistero: « Possiamo essere», come afferma Karl Barth, «protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, progressisti o conservatori. Ma se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto».

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