Io, la malattia, la fede: confesso che sono felice

28 marzo 2002 :: Panorama, di Mauro Anselmo

«La vita, per alcuni è cupa, per altri grigia. Per me è radiosa. Ci sono molti elementi che concorrono alla luminosità della mia esistenza attuale: innanzitutto, un mattino di quattro anni fa ho scoperto, in un colpo solo, di avere un tumore alla tiroide e un carcinoide al pancreas e al fegato, per cui da allora deva sottopormi ogni giorno alla terapia dell’ínterferone, Inoltre, svolgo il mio lavoro fra molti contrasti e anche, com’è naturale, qualche disillusione. Infine, anche per colpe mie, sono lontano da colei che, malgrado un divorzio, nella prospettiva cristiana resta mia moglie e che mi ha dato una figlia, mentre gli altri due figli sono venuti dal mio secondo matrimonio. Eppure, godo di una vita cristiana vibrante. Ed è questa visione di fede che, malgrado tutto, rende la mia esistenza radiosa».

Comincia così, con un pugno nello stomaco, la riflessione di Leonardo Mondadori. La vita, i libri, il male che lo ha colpito, gli affetti ai quali è legato, l’incontro con la fede cristiana. Una riflessione serena ed estremamente sincera anche nelle patii più personali, che il presidente dell’editrice Mondadori s.p.a., 55 anni, nipote del grande Amoldo, fondatore dell’impero, ha affidato a un libro scritto con Vittorio Messori, Conversione, una storie personale in libreria il 26 marzo. Una vicenda che, come scrive Messori, richiama alla mente i tempi di altri intellettuali convertiti, che dopo la scoperta della fede non esitarono a muoversi controcorrente rispetto all’intellighenzia della quale facevano parte, «i Claudel, i Maritain, i Péguy, magari i Papini e i Rebora con quei loro integrali e “papisti” ritorni all’origine”. Ma anche l’avventura spirituale e umana di un editore cresciuto a pane e libri, abituato fin da piccolo ad assistere a casa del nonno agli incontri con i grandi della letteratura, i Buzzati, gli Ungaretti, i Montale, e che agli inizi degli anni 90, dopo un tormentato cammino intellettuale e spirituale, approda alla fede cristiana.

“Ho pianto e ho creduto” scrive François René de Chauteaubriand ne Il genio del Cristianesimo. Dottor Mondadori, è successo anche a lei?

La commozione è una delle espressioni della gioia. Perchè quando scopri, dopo tanto camminare, che la luce che cercavi esiste, che la vita, i gesti di ogni giorno, gli affetti, il lavoro hanno un significato profondo che non si perde nell’insignificanza del quotidiano ma è legato a qualcosa di profondamente Altro, allora sì: può scapparci qualche lacrima.

Perchè ha voluto raccontare la sua conversione?

E’ la domanda che mi hanno fatto i miei figli, preoccupati per lo strano outing di papà. Basterebbe, ho risposto, che una persona, una sola, un uomo che cerca, un ammalato, un uomo ferito dalle circostanze della vita trovasse in queste pagine un motivo di conforto, e io avrei raggiunto lo scopo: richiamare la sua attenzione sulla bellezza del Cristianesimo.

Il suo profilo di convertito è piuttosto impegnativo: preghiera due o più volte al giorno, confessione e messa almeno una volta la settimana, Rosario, lettura spirituale. Non è la Chiesa più tradizionale?

Perchè, esiste un’altra Chiesa?

E’ vero che a un certo punto del suo cammino, vedendola sempre così allegro i suoi collaboratori pensarono che lei, come dire…

Che mi facessi qualche canna o che mi fossi messo a bere?

Più o meno.

Ero diventato più allegro, questo sì, sorridevo spesso. Tanto che la mia prima moglie, vedendomi, un giorno mi disse: ti sei fatto la plastica alla faccia?

E lei che cosa ha risposto?

Mi sono fatto la plastica dentro: ora mi prendo cura dell’anima.

Lei ha cercato e ha trovato. Ma c’è anche chi cerca e non trova.

Me lo sono domandato spesso, riflettendo anche sulla mia esperienza. I romanzi di Jean-Paul Sartre e i drammi di Samuel Beckett ci hanno dimostrato che uno dei drammi, anzi il dramma per eccellenza del Novecento, è il silenzio di Dio. In nessuna epoca come la nostra l’uomo ha sentito una sete così profonda e inappagata di Assoluto. Ma è proprio vero che Dio non si manifesta mai, almeno per una volta, nella vita di un uomo? La Bibbia è piena di riferimenti alle risposte che Egli dà all’uomo che lo cerca. Ma forse, per andare oltre il silenzio di Dio, dovremmo prima essere capaci di fare silenzio in noi stessi e nei nostri pensieri.

Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini cercarono e non trovarono.

Ogni uomo è un mistero dì meraviglie davanti al quale l’unico atteggiamento ragionevole è l’ammirazione e il silenzio. Per Montanelli la ricerca della fede fu una pena sincera che lo accompagnò fino all’ultimo giorno. Ma non gli impedì di ammettere che la Chiesa, nonostante gli errori storici, resta la più ferma depositaria di quei valori ai quali oggi la gente sente il bisogno di ritornare.

E Prezzolini?

A 86 anni scrisse Dio è un rischio per dimostrare che non riusciva a credere. Poi un giorno gli fu chiesto: scusi, ma se la fede è un dono e lei non crede, allora è colpa di Dio? Prezzolini spalancò le braccia e rispose: sia fatta la volontà di Dio.

C’è un «medico dello spirito» che ha sentito particolarmente vicino?

Josemaria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei, che il Papa farà santo a ottobre. La sua opera principale, Cammino, è stata come una scossa: mi ha insegnato a dare un senso forte al mio lavoro, a trovare l’intimità con Dio, a vedere con occhio nuovo tutte le cose della vita.

Come si sente lei, divorziato, nella Chiesa antidivorzista?

Come un credente consapevole che nel disegno di Dio il matrimonio è perenne e indissolubile. E che quindi, proprio perché tale, non può essere cambiato dalla Chiesa, né noi possiamo pretendere che essa regoli il proprio comportamento a seconda delle necessità dei singoli o dell’evolvere del costume.

Ma la Chiesa nega la comunione ai coniugi divorziati che cercano una nuova famiglia. Le sembra giusto?

La Chiesa tratta questi fratelli con affetto e rispetto, ma chiede loro la castità, invitandoli a condividere i loro sentimenti con la rinuncia ai rapporti sessuali.

E le sembra praticabile questa via? Come si può chiedere l’astinenza sessuale a un uomo e a una donna che vogliono vivere la stessa vita?

Mi rendo conto quanto sia scomoda e impopolare questa parola, castità, in una società come la nostra che fa della prestazione sessuale, anzi, dell’ansia da prestazione sessuale, l’unico metro di giudizio, spietato e inappellabile, per decidere del valore di una persona.

La sua ricetta?

Vedo già i risolini di certa intellighenzia laica: la preghiera. La Chiesa ci insegna che la preghiera può essere di grande aiuto. C’è chi lo chiede con sincerità al Signore pur continuando a tormentarsi. E chi, sapendo che la castità può essere una croce, accetta di caricarsela sulle spalle perché così gli ha insegnato il suo Dio, e perché sa che percorrendo questo cammino si sentirà più vicino a Lui. Altra strada non c’è.

Una strada per pochi eletti…

C’è chi ci prova, combatte la sua battaglia e riesce a esserne contento. E poi, siamo proprio sicuri, ci suggerisce il credente che ha accettato di caricare la sua croce sulle spalle, che davanti al fatto di vivere in armonia con Dio valga la pena di sacrificare la pace interiore e la coerenza con la fede agli impulsi del piacere passeggero?

Mi permetta ancora una domanda personale. Non le è mai successo durante la malattia, che fortunatamente è stabile e non progredisce, di chiedere a Dio: perché proprio a me? No. Gli ho chiesto semmai un’altra cosa: la forza di essere sereno, di non provare astio per quanto mi accadeva. E’ d’accordo con Albert Camus: il dolore innocente, la sofferenza senza fine e senza spiegazione presente nel mondo, è l’ostacolo insormontabile alla fede in Dio?

È successo anche a me di sbattere contro questo invalicabile muro del perché. Perché il dolore se Dio ci ama? Perché tante lacrime innocenti? Perché l’Olocausto? Dopo l’orrore di Auschwitz, sono stati i racconti di scrittori ebrei come Elie Wiesel o i saggi di filosofi come Hans Jonas a porre la domanda in termini perentori: quale Dio ha potuto permettere l’Olocausto? Anch’io quando ho visto Ground Zero, come Dachau o Mauthausen, mi sono i chiesto: è un Dio giusto e misericordioso questo? Meglio, molto meglio pensare a un mondo senza di Lui, hanno risposto molti filosofi del Novecento, che a un Dio carico del tragico destino di questo mondo. Io credo che, se guardiamo il bivio davanti al quale ci troviamo, possiamo intravedere soltanto due strade: l’assurdo o la speranza. L’assurdo di un universo governato dalla cieca legge del caso e quindi dal nulla. O la speranza che il grido della vittima trovi Colui che l’ascolta, che il pianto dell’innocente trovi Colui che lo conosco Gesù morto in croce e risorto, questo è lo «scandalo e follia» di un Dio che è venuto nel mondo per darci la buona notizia: il male e la morte non avranno partita vinta.

Nel libro lei racconta un sogno: una mostra universale di pittura sulla Bibbia che riunisca per la prima volta i capolavori d’Occidente e d’oriente. A che punto è questo sogno?

La faremo a maggio dell’anno prossimo a Palazzo Venezia, a Roma, con le opere dell’Ermitage di San Pietroburgo, i capolavori vaticani, le opere dei musei romani che fanno capo alla Sovrintendenza di Claudio Strinati e, speriamo, alcuni manoscritti miniati e icone del monastero di Santa Caterina, nel Sinai.

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