Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX

2001 :: L’Indipendente, 11 settembre 2005, di Giuseppe Romano

Tutte le questioni che riguardano gli ebrei sono difficili e impegnative. Basta leggersi la Bibbia per capirlo: millenni di andirivieni, di voltafaccia, di guardie e ladri, di buoni e cattivi, di tradimenti e riconciliazioni, di roveti in fiamme e piatti di lenticchie.

Millenni, però, anche di gelosa e indefettibile devozione divina.

Se non si hanno presenti queste categorie religiose della storia è difficile capire che senso possa avere il “caso Mortara”. Che qui conviene riassumere freddamente in poche righe prima d’addentrarsi nei particolari, nei significati, nelle implicazioni, nelle reazioni. Edgardo Mortara è un bambino ebreo. È nato nel 1851 a Bologna, nello Stato Pontificio. Ha pochi anni quando s’ammala gravemente. Pare in punto di morte. Una domestica della famiglia Mortara, ragazzotta cattolica, ha l’impulso di battezzare quel bimbo che sta morendo.

Pensa a salvargli l’anima, ma non sa che – oltre la lodevole intenzione – sta per scatenare una diatriba virulenta e interminabile, su cui si spargeranno fiumi di fiele e d’inchiostro. Edgardo infatti si riprende imprevedibilmente e, tempo dopo, la domestica si lascia sfuggire ciò che ha fatto. E nel 1857, dopo che la voce è giunta all’autorità di polizia, s’innesca una procedura che porta prima i soldati pontifici agli usci di casa Mortara e, poi, il settenne Edoardo in Vaticano.

Da cui non uscirà più: non, almeno, da ebreo. Anche perché, crescendo, maturerà una convinta vocazione sacerdotale e religiosa che ne farà un missionario, a maggior rabbia di chi era persuaso che quell’atto fosse un sopruso ingiustificabile. La vicenda ha avuto echi mai sopiti. Al punto da tornare sulla bocca degli ebrei nel momento più clamoroso della loro storia di rapporti con il papato: Mortara venne infatti nominato come pietra d’inciampo davanti a Giovanni Paolo II che, primo papa di sempre, aveva appena varcato la soglia della sinagoga romana. E tornò a essere rievocato, Mortara – con instant book e articoli veementi –, quando si parlava di beatificare il papa rapitore di bambini: nientemeno che Pio IX, quel Giovanni Mastai Ferretti che in effetti il successore Wojtyla avrebbe elevato agli altari nel 2000, contando evidentemente su ragioni più inoppugnabili di quelle avanzate dai detrattori.

Mortara autobiografo per riscattare Pio IX

Su tutto questo e su altro ancora Vittorio Messori torna ora con un libro, Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX.

Il Memoriale inedito del protagonista del “caso Mortara” (Mondadori, Milano 2005, pp.170, 17,00 euro) che è anche uno scoop: di quelli storici, che si basano sulla solidità delle fonti reperite. Qui la fonte è nientemeno che una autobiografia inedita, praticamente un memoriale, del medesimo Mortara, il quale nel 1888, da sacerdote e religioso trentasettenne che ormai vive ed evangelizza in Spagna, scrive la propria vicenda per edificare i suoi fedeli ma anche per rendere giustizia a Pio IX, che ama come un padre e venera come un santo. Messori ha ritrovato il memoriale e lo fa pubblicare premettendo una densa nota in cui – con fare cordiale ma non per questo meno meticoloso – riesce a dipanare più di un filo dell’intrico.

Quando storia, teologia, religioni, affetti familiari, gelosie, pettegolezzi, fraintendimenti e interessi di parte si mescolano, di norma la miscela è esplosiva. Maneggiando questa sorta di nitroglicerina fatta di parole, lo scrittore Messori – che come artificiere ha fama mondiale sia quando disinnesca sia quando attizza – ne individua e ne mostra alcuni componenti: in primo luogo quello, clamoroso, del giudizio che il Mortara adulto dà della propria vicenda, verso la quale mostra non soltanto comprensione ma anche gratitudine, mentre il dispiacere va ai propri familiari che nemmeno col senno di poi hanno voluto riappacificarsi col passato.

La protezione del battezzato come dovere

Quanto alla liceità del “rapimento”, nella prefazione si spiega che da una parte la protezione dei battezzati era (ed è tuttora) un dovere imperioso fra i cristiani, che devono a ogni costo preoccuparsi della salvezza eterna. Ciò, ai tempi di Pio IX e nello Stato pontificio, si traduceva anche in leggi civili che non era pensabile trasgredire.

E tuttavia «La Chiesa», scrive Messori, «Ha sempre impedito il battesimo di bambini ebrei senza il consenso dei genitori: se però esso è validamente amministrato, suoi effetti sono oggettivi (ex opere operato) e indelebili; dunque il nuovo cristiano deve essere educato da cristiano». Va aggiunto che appunto per evitare situazioni imbarazzanti e, ancor più, umanamente ingiuste, proprio i papi avevano vietato con apposita legge che nello Stato pontificio personale cattolico fosse assunto alle dipendenze di ebrei: perché non accadesse che, con malriposta buona volontà, qualcuno dovesse forzare la libertà religiosa e civile di chi non condivideva la fede. Unica eccezione consentita, il rischio immediato di vita di un bambino. Quello che appunto accadde nel caso Mortara. Che poi il bambino sopravvivesse e la cosa si risapesse fu un fatto imprevisto e mise in gioco altre fatalità, altre leggi, altri doveri.

Ma probabilmente nemmeno in quel caso la vicenda si sarebbe così radicalizzata se qualcuno – specie la stampa liberale, ansiosa di saltare sulla vicenda per sfruttarla in chiave antipapalina – non avesse avuto interesse ad amplificarla. Quest’ultimo giudizio non avrebbe forse il peso che ha se non fosse da attribuire, nientemeno, al responsabile della comunità ebraica romana di allora, Sabatino Scazzocchio, che in una lettera privata ai familiari Mortara (senza, quindi, alcun intento “politico”) prendeva senz’altro le difese di Pio IX, nel quale esprime piena fiducia stante “l’indole benigna e caritatevole”. Dunque tutt’altro che un tiranno, secondo la persona che rappresentava gli interessi ebraici in quel frangente e che, proprio per questo, aveva avuto contatti e colloqui col Pontefice.

C’è poi da considerare l’ambiente romano di quei tempi: un ambiente così protettivo e non ostile agli ebrei che nessuno di loro si sognava di lasciare gli Stati pontifici, come senz’altro avrebbero fatto se il clima fosse stato persecutorio.

Messori riflette su queste circostanze e suggerisce di rimettere alla storia stessa il giudizio su questioni che appaiono sempre più controverse man mano che ci si allontana dagli stessi protagonisti, che invece, per quanto stava in loro, tendevano almeno a comprendere, quando non a giustificare.

E dunque l’affaire Mortara va liberato dalle tinteggiature politiche e antireligiose che gli sono state sovrapposte, e restituito ai reali contorni, compresi quelli storici e ambientali: quando e dove altri governi, come quello inglese, erano arcinoti per inviare cannoniere a difendere l’onore e l’integrità, fisica e civile, dei cittadini britannici worldwide.

Una fede solida, senza ombra di rimpianto

Per quanto stava a lui, Edgardo Mortara non ebbe mai modo di rimpiangere ciò che gli era accaduto. Stupisce, semmai, che in un contesto dove certo non mancavano cortigiani, opportunisti e carrieristi, come quello vaticano, la sua fede fosse così schietta e ardente da farne un vero e proprio apostolo nel giudizio di chi lo conobbe e beneficiò delle sue qualità interiori: al punto che forse sarebbe stato già da tempo anch’egli in pista per la beatificazione se il contorno che abbiamo descritto non avesse consigliato prudenza.

Ora, una volta conclamata la santità del suo mentore Pio IX, è possibile che anche la sua vita venga restituita a una luce migliore, tanto più che se ombre ci sono state non erano minimamente state da lui né provocate né avallate. E questo ci conduce a una più ampia considerazione conclusiva. Sta forse giungendo una stagione – e fatti diversamente eclatanti, in questo agosto, l’hanno suggerito, dalla visita di Benedetto XVI, papa tedesco, alla sinagoga tedesca devastata dai nazisti, all’abbandono delle colonie israeliane a Gaza – in cui sarà pian piano possibile riconsiderare con maggiore equanimità la storia dei rapporti intercorsi fra gli ebrei e gli altri popoli. Fra i quali ovviamente c’è quello cristiano: e in questa chiave, con acume e con perizia storica, occorre fare giustizia anche valendosi di personaggi-emblema finora deformati, se non silenziati, per convenienze polemiche.

Vittorio Messori in quest’opera vanta un merito che è difficile sopravvalutare. Prima ha aiutato a mettere in luce la figura di Eugenio Zolli, studioso insigne e rabbino capo di Roma convertito al cristianesimo anche grazie alla stima per Pio XII.

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