I fondamenti della fede

4 giugno 2001 :: Cittànuova, di Giovanni Casoli

Tutti i libri di Messori sono precisamente e seriamente motivati; ma certamente ne resteranno quattro nella memoria culturale onesta: con Pensare la storia, Ipotesi su Gesù e Patì sotto Ponzio Pilato?, questo Dicono che è risorto che conclude il suo discorso necessario sui fondamenti della fede; discorso basato sull’analisi attentissima e meticolosa delle fonti. L’ovvia (dati i tempi) premessa è che la verosimiglianza e perciò la credibilità dei racconti evangelici della Risurrezione non interessa “chi non vuole pensare alla morte” e perciò “non può neppure riflettere sulla speranza della vittoria della vita su di essa”, ma solo chi “ammetta di dover essere salvato e, riconoscendosi mortale, senta nostalgia di vita eterna”. A partire da questa precisa prospettiva Messori si fa detective imparziale, molto più di tanti cattedratici innamorati di sé e delle proprie teorie, e scopre con impressionante progressione di storico autentico la veridicità delle testimonianze, sgombrando il campo dai tentativi di “svuotare” (direbbe san Paolo) la Risurrezione con intenti più o meno radicali, che vanno dall’incredulità dei Renan e dei Loisy e del positivismo religioso (Religiongeschichte), al fideismo sia protestante che cattolico, da Bultmann a Küng – e va ricordato che il fideismo è un’eresia condannata ufficialmente da Gregorio XVI e Pio IX -, che vorrebbe fare della Risurrezione stessa un “evento di fede” e relegare le sue testimonianze nella “leggenda apologetica”, secondo molti esegeti contemporanei. Ricordo la gioia provata ascoltando Paolo VI che ribadiva la verità storica, l’evento oggettivo della Risurrezione, che ora questo libro ripropone e suggella nel pieno della crisi di fede, in dimensioni di massa, di oggi. A questo proposito – che è cruciale, perché qui, nella Risurrezione, è il fondamento unico della fede cristiana -, prima di dare al lettore un breve elenco delle verità evangeliche dimostrate credibili da Messori, vorrei soffermarmi un momento su ciò che neppure l’autore mi sembra dire fino in fondo riguardo alla fede; che, per un molto onesto rispetto del mistero presente nelle pur credibili tracce della Risurrezione (bellissimi, tra gli altri, i capitoli sul “Vide e credette” di Giovanni, con l’aiuto della fine traduzione del sacerdote A. Persili), mantiene troppo, mi sembra (vedi le pagine 125 e 145) su un piano di “scommessa” pascaliana. Lasciando stare gli estremi del fideismo più o meno protestante e del razionalismo più o meno illuminista e positivista, bisognerebbe ricordare che la fede coinvolge tutto l’uomo, e cioè, con la – secondaria – sfera dei sentimenti o emozioni, le sue due facoltà superiori, l’intelletto e la volontà; che, perciò, chi crede ha ragioni per credere, e vuole, inoltre, credere, ovvero affidarsi a Cristo (questo significa aver fede in lui); chi non crede pensa di non avere ragioni per credere, ma anche non vuole credere. E che la fede non riguarda affatto la questione (razionale) dell’esistenza di Dio, ma il “chi è” di Dio, rivelato nella Bibbia fino ai Vangeli e a tutto il Nuovo Testamento. Chiarito questo, bisogna tornare a dire un gran bene di questo libro: esso dimostra come il sostanziale racconto della Risurrezione non poteva “nascere” né in ambiente giudaico – dal quale, in parte (i farisei), era attesa la risurrezione finale di tutti e non certo quella individuale e anticipata di un Messia crocifisso, tanto più “Figlio di Dio” (“scandalo per i giudei”, come dice san Paolo) – né in ambiente greco-ellenistico, per il quale era “follia” (ancora san Paolo) l’idea che un dio morisse e risuscitasse corporalmente. È splendida la brevità pienamente sufficiente e stringente di Messori che attraversa storia, filosofia e teologia dimostrando quanto la Risurrezione non fosse allora attesa da nessuno (gli apostoli stessi non capivano che cosa intendesse Gesù preannunciandola), e come oggi chi la “svuota” incorra in contraddizioni e astrattezze concettuali, esse sì, incredibili. “Ipotizzare, come fanno i cristiani, il “miracolo Risurrezione”, esige dalla ragione minor sacrificio che tentare di spiegare per altre vie”, dice l’autore, la certezza ostinata, costante e verificabilmente verosimile dei testimoni del Risorto. A margine di questo splendido e affascinante percorso di “verificazione” l’autore si sofferma a mostrare l’inconsistenza degli ultimi attacchi contro la Risurrezione: la pseudo-tradizione di un Gesù non morto e poi emigrato nel Kashmir, e l’opera rabbiosamente (e vanamente) demolitrice di una sedicente teologa tedesca; dedicando ad esse troppe pagine, direi, soprattutto nel secondo caso. Ma: ad abundantiam; e a scanso di grossolani equivoci.

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