Detective del Santo sepolcro

2001 :: Panorama, di Mauro Anselmo

Che ne sarebbe della fede di Vittorio Messori se un archeologo, in qualche luogo dell’antica Palestina, dissotterrasse lo scheletro di Gesti di Nazareth?

«Ripeterei la frase di Jean Guitton: scusate, mi sono ingannato e ho ingannato». È per questa ragione che da quasi trent’anni Messori si interroga sulla figura storica del fondatore del Cristianesimo. Nel 1976 pubblicò Ipotesi su Gesù (Sei), best-seller mondiale tradotto in una cinquantina di lingue (ne esiste anche un’edizione in braille, per i ciechi). Ora pubblica Dicono che è risorto, un’indagine sul sepolcro vuoto (Sei, in libreria dal 13 ottobre), 300 pagine di una serratissima investigazione degna di Sherlock Holmes sul mistero della resurrezione.

Un titolo problematico anche per un cultore dell’apologetica come Messori…

«In realtà mi era stato suggerito un altro titolo, Resurrexit, è risorto. Ma siccome non do nulla per scontato, ho preferito offrire al lettore una proposta di riflessione anziché un’affermazione definitiva. Nove anni fa scrissi Patì sotto Ponzio Pilato? (Sei), un’indagine di 350 pagine sulla passione e morte di Gesù, e cercai di spiegare, alla luce della ragione, se il Vangelo poteva ancora stare sullo scaffale della storia o doveva essere trasferito su quello della poesia o del mito. Oggi mi sono posto la stessa domanda: possiamo ancora fidarci dei Vangeli quando dicono che quel crocifisso è l’unico uomo a essere uscito vivo dalla tomba in cui era stato deposto dopo la morte?». E la risposta? «Sì, possiamo fidarci. Alla luce della storia, dell’archeologia, della filologia e del comune buon senso, ci sono maggiori indizi per scommettere sull’ipotesi della resurrezione che per negarla».

Sta dicendo che la resurrezione, che è un atto di fede, può diventare oggetto dell’indagine razionale?

«Dico, con Pascal, che l’ultimo passo della ragione non è di respingere il mistero, ma di accettarlo. Ce lo ha insegnato anche quel padre dell’Illuminismo che fu san Tommaso d’Aquino».

Ma che dire allora dello storico che non può constatare razionalmente che Gesù è uscito vivo dalla tomba?

«Se è vero che lo storico non può provare che Gesù sia risorto» risponde Messori “è anche vero che lo storico può risalire dall’effetto, la nascita del Cristianesimo, all’avvenimento che lo ha provocato. Perché la domanda vera, ineliminabile, è sempre la stessa: che cosa è successo realmente in quei giorni a Gerusalemme? Che cosa ha provocato la fede incrollabile della piccola e sbandata comunità primitiva, spettatrice della vita e della morte di Gesù, della sua resurrezione? E soprattutto: che cosa ha spinto questa fede a manifestarsi testardamente “usque ad effusionem sanguinis”, fino al martirio cruento?”. Ecco una prova che per Messori pesa come un macigno. «Anche in questo caso» conclude «aveva ragione Pascal: credo solo, diceva, ai testimoni che si fanno uccidere».

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