Bologna, 1852. “Il mio santo rapitore”

26 giugno 2005 :: Tracce, settembre 2005, di Stefano Zurlo

Nessuno ha mai voluto ascoltarlo. Ora, con un ritardo di quasi centocinquanta anni, possiamo ascoltare finalmente la voce di Edgardo Mortara, il bambino ebreo protagonista di un drammatico caso esploso fragorosamente nella Bologna papalina di metà Ottocento: nel 1852 Edgardo fu battezzato di nascosto da una domestica perché ritenuto in punto di morte, sopravvisse e fu sottratto con la forza alla famiglia da Pio IX. Dunque il suo nome alimentò feroci polemiche da parte di massoni, liberali, radicali, progressisti vari, in guerra contro la Chiesa cattolica e il suo presunto oscurantismo. Quel che non si sapeva, finora, è come la pensasse lui, il piccolo Edgardo. Il seguito, per certi versi stupefacente, ce lo racconta ora Vittorio Messori nel libro lo il bambino ebreo rapito da Pio IX, appena pubblicato dalla Mondadori.

Dal memoriale del 1888

Dopo una lunga, appassionata introduzione, Messori lascia la parola a Mortara: è lui stesso, infatti, a raccontarci la sua storia attraverso il memoriale inedito scritto in terza persona nel 1888. Bene, per quasi ottanta pagine, Mortara non fa altro che tessere l’elogio del suo rapitore, Pio IX, e spiegare la sua vita di fede nel solco tracciato dal grande, incompreso Pontefice. «Chi leggerà spiega Messori – capirà che del piccolo Mortara e della sua pur drammatica vicenda non interessava niente a nessuno. L’importante era prendere a pretesto il suo caso per infangare la Chiesa, per tentare di dimostrare che il cattolicesimo è superstizione, perfino per giustificare la fine del potere temporale. Nessuno, invece, è mai andato a leggere le parole di Mortara: il ragazzo diventò sacerdote, prese il nome di Pio Maria proprio in onore di Pio IX, ebbe una vita lunghissima e intensissima, difese sempre le ragioni della Chiesa disperandosi perché la sua famiglia non volle mai convertirsi al cristianesimo».

Nel 1888, all’età di trentasette anni, Pio Maria, che fra le altre innumerevoli cose padroneggiava una dozzina di lingue ed era un predicatore straordinario, scrisse in spagnolo questo memoriale che non fu inni tradotto in italiano ed ebbe circolazione limitata. “E’ incredibile prosegue Messori -, il caso Mortara a fu strumentalizzato da Cavour che lo utilizzò contro lo Stato pontificio, mise in difficoltà ì cattolici francesi e Napoleone III che in qualche modo era il garante della Stato pontificio, ebbe enorme eco nelle comunità ebraiche della diaspora; ancora oggi numerosi storici e studiosi citano la vicenda Mortara come prova assoluta della crudeltà della Chiesa ottocentesca, basta andare su Internet per trovare descrizioni raccapriccianti, naturalmente inventate di sana pianta».

Tra Pio IX e Napoleone III

E lui? Edgardo-Pio ha le idee chiare: «Allorché io venivo adottato da Pio IX – è il suo racconto – tatto il mondo gridava che io ero una vittima, un martire dei gesuiti. Ma ad onta di tutto ciò, io gratissimo alla Provvidenza che mi aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo, vivevo felicemente in San Pietro in Vincoli e nella mia umile persona agiva il diritto della Chiesa, a dispetto dell’imperatore Napoleone III, di Cavour e degli altri grandi della terra. Che cosa rimane di tutto ciò? Solo l’eroico non possumus del grande Papa dell’Immacolata Concezione».

Eccoci al punto fondamentale e, naturalmente, dimenticato, di questa storia: il non possumus, il “non possiamo fare diversamente” pronunciato da Pio IX. Edgardo nasce nel 1851, i suoi genitori, contravvenendo, come spiega proprio il memoriale, a una precisa legge dello Stato pontificio, assumono una domestica cristiana, Anna Morisi. E lei, da brava cattolica, vedendo il piccolo in punto di morte, battezza di nascosto Edgardo che. però sopravvive e si riprende. Spaventata, la ragazza non racconta nulla a nessuno. Alcuni anni dopo, per una serie di circostanze, svela il fatto. Che fare? Quella norma, non rispettata dai Mortara, era stata pensata non certo per favorire un regime di apartheid, ma proprio per evitare situazioni del genere. D’altra parte, la Chiesa proibiva il Battesimo dei bambini di famiglie non cattoliche, ma aggiungeva – e aggiunge anche oggi – che il sacramento poteva essere amministrato, anche contro il volere dei genitori, in punto di morte. II caso Mortara passa attraverso queste contraddizioni. E allora scatta il non possumus di Pio IX: «Se il Battesimo era valido – aggiunge Messori -, era dovere del Papa garantire al bambino un’educazione cristiana. Il Papa non poteva fare diversamente e si comportò di conseguenza, ma senza violenze, torture equant’altro. La verità è che la Chiesa cercò un compromesso con i Mortara: si provò a convincerli a far entrare il ragazzo in un collegio di Bologna: così sarebbe rimasto a contatto con la famiglia e a 17 anni avrebbe deciso il suo futuro, liberamente. Non ci fu però verso di raggiungere un accordo con i genitori e nell’estate del 1858 il bambino fu portato via, a Roma». Studiò, imparò le lingue, compreso il quasi impossibile basco, diventò sacerdote nell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi.

La fuga in Francia

Ma i fatti più straordinari capitarono nel 1870, quando i piemontesi arrivarono a Roma. «Dopo aver liberato la città – nota Messori -, i piemontesi volevano liberare a tutti i costi anche il bambino rapito da Pio IX. Lui però non ne voleva sapere. La pressione era fortissima, perfino il questore si presentò nel convento di San Pietro in Vincoli chiedendo al ragazzo di farla finita con quella vita».

Per tutta risposta Mortara scappò, prima in Tirolo, poi in Francia, in fuga dai liberali che volevano trasformarlo in un’icona vivente della lotta alla Chiesa. Predicò, convertì, realizzò santuari e mori in odore di santità nel 1940 in Belgio, dopo ottantadue anni di esemplare vita cristiana. «Ma quegli ottantadue anni – è la conclusione di Messori – non sono mai stati presi sul serio dagli studiosi, così come la sua autobiografia del 1888. Un memoriale che si conclude con l’esaltazione di “Pio IX, il santo”».

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