Vivaio: Messori e la DC

22 giugno 1990 :: Avvenire, di Vittorio Messori

Da amici comuni, sapevo che Francesco Cossiga è lettore attento dei miei libri e di questa rubrica. Nonostante i “segnali” fattimi pervenire, non ero mai andato a trovarlo. Ho optato per una vita “eremitica” trasferendomi in una piccola città per stare appartato da ogni Palazzo. Eppure, sia chiaro che sono ben lontano dal biasimare chi quei Palazzi frequenta e abita, chi ha deciso di gettarsi nella mischia: è una scelta indispensabile e apprezzabile, se fatta con buona volontà. Tra i vezzi giornalistici che più infastidiscono c’è il mettere tutti gli uomini pubblici in un mazzo maleodorante per additarli al ludibrio è al disprezzo, come se al di fuori dei partiti ci fossero soltanto angeli e, dentro, solo dei demòni o, almeno, dei ladri e dei cialtroni. Non è sempre così.

Ma, in certi casi, se non cerchi il Palazzo è il Palazzo che cerca te. Così, di recente, me ne stavo come al solito nella mia biblioteca quando una voce, al telefono, mi annuncia il Quirinale e mi passa direttamente il Presidente. È stato un colloquio cordiale, se di “colloquio” si può parlare. In effetti, Cossiga si è lanciato in un accalorato monologo a tema unico: la necessità, cioè, che il voto cattolico non confluisca più in un solo partito. Insomma, il suo consueto picconare sulla Dc, sulla sua legittimità ed opportunità stessa.

Me ne voleva convincere forse perché cercassi a mia volta di convincerne i lettori che, essendo anche elettori, dovrebbero abbandonare quello Scudo Crociato dal quale peraltro il Cossiga in questione ha avuto tutto. Compresa ora anche una pazienza davvero ammirevole, quasi ascetica, da pare dei vertici del Partito da lui pubblicamente rinnegato.

Comunque, la telefonata si è chiusa con il rinnovo dell’invito a «prendere un caffé insieme». Ma pur – ovviamente – con tutto il rispetto per il Presidente non verrò meno neanche questa volta alla scelta di andare assai di rado a Roma e meno che mai per frequentarne i potenti: “laici” ma anche “religiosì”. Due sole volte, tra l’altro, ho varcato le porte della Città del Vaticano: ma come cronista, per intervistare i responsabili dell’Archivio Segreto e della Biblioteca Apostolica sui tesori culturali dei loro istituti. Intervistai anche il card. Ratzinger, ma in vacanza, a Bressanone, e da allora. malgrado la sua cordialità, non l’ho più importunato né con visite né con telefonate. Dalla Chiesa “istituzionale” non mi è mai giunto alcun imito (e ne sono grato, perché probabilmente mi sareì visto costretto a declinare) a partecipare ad alcuna iniziativa, sia ufficiale che privata.

Dico questo per rassicurare chi sospetti che abbia chissà quali “fili diretti”: non esistono affatto, e a tal punto che c’è chi mi rimprovera di praticare un eccessivo isolamento, di vivere una solitudine esagerata. Forse hanno ragione loro; ma forse non ho torto neppure io quando, con una battuta un po’ paradossale, replico che per difendere il cattolicesimo, come tento di fare, bisogna innanzitutto frequentare poco certo milieu cattolico.

Per tornare all’invito di Cossiga cercherò di dire qui qualcosa che non ho potuto dirgli al telefono né potrò dirgli in una visita che non ci sarà.

Comincerò coi confessare che la mia storia di elettore non è affatto lineare: talvolta mi è accaduto di dimenticarmi di andare a votare; altre volte ho fatto scelte diverse dalla Dc. Ho votato anche questa, ma spesso con esitazione.

Un’esitazione che stavolta mi pare di dovere escludere. Tanto che Panorama, chiedendomi la mia scelta elettorale, mi ha messo nella categoria dei “decisi” per avere dichiarato: «Voterò Dc, senza troppe illusioni, ma anche senza turarmi il naso». Tra i cento veri o presunti opinion’s leaders intervistati da quel settimanale, mi sono trovato in compagnia di una dietologa, di uno sportivo e di pochissimi altri. Tutti i restanti esprimevano scelte diverse. Non c’è da sorprendersi: è quella dissociazione – che è iniziata ai tempi dell’Unità nazionale- tra un’Italia “reale” (quella della gente, quella popolare) e un’Italia ” legale” (quella degli intellettuali, sempre pronti a tradire ma sempre ben lontani da quel “popolo” di cui pure piace a loro parlare). Succede, in effetti, che anche in questo sondaggio di Panorama ci troviamo in quattro o cinque su cento a dire che voteremo Dc: all’apertura delle urne, però, da decenni si scopre che in minoranza sono i partiti e partitinii plebiscitati dai “Vip”, mentre proprio la Dc mantiene saldamente la sua maggioranza. Come ha detto un politico democristiano: «Grazie alla sua base popolare, il nostro è il partito meno radicaI-chic, meno gratificante per i gusti raffinati degli intellettuali». È già un ottimo motivo, mi sembra, per sceglierlo: si evitano certe compagnie.

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