Un portachiavi perduto

4 agosto 1979 :: Il Sabato, di Vittorio Messori

Da tempo rispondo no alle domande di collaborazione che mi arrivano dai giornali. Troppo mi impegna un libro di cui però, più passa il tempo, meno vedo vicina la fine. E poi ai giornali di questo paese, il Vaticano interessa più di Dio, il Papa più di Cristo, la De più della Bibbia. Poichè il mio interesse è invece il contrario preferisco non scrivere. E magari, come ho fatto di recente, dimettermi dai giornali e ritirarmi a guardare. Se accetto ora la proposta de «Il Sabato» di intervenire a un anno dalla morte di Paolo VI, è in fondo per fatto personale. C’è un rimorso, forse, che mi spinge: il rimorso per un portachiavi perduto e per un «coccodrillo», un articolo di commemorazione. Mi butto anch’io sul privato, dunque; me ne scuso, ma profonde e astruse sintesi su questi temi non ne so fare.

Agosto 1968, Castelgandolfo. All’udienza generale del mercoledì, si conclude un convegno cui ho partecipato come giornalista. Al termine dell’allocuzione, sono presentati a Paolo VI i responsabili dei gruppi, i capi dei pellegrinaggi e anche gli organizzatori del mio convegno. Nel gruppo, con gli altri giornalisti, sono spinto anch’io. Vado recalcitrando: sono molto giovane, le novità messe in moto qualche mese prima dal maggio parigino infiammano anche me. In quel clima di contestazione proprio non mi va di fare genuflessioni e baci di anelli davanti a un vecchio signore vestito in modo buffo che rappresenta una Chiesa che non amo. Comunque, bisogna andare. Prima di me sfilano molti altri, velocemente. Arrivato il mio turno accenno in fretta anch’io ai gesti di ossequio richiesti dal protocollo. Sto per lasciare il posto ad un altro, quando avviene un episodio singolare. Papa Montini mi fa cenno di restare, mi fissa a lungo con i suoi piccoli occhi poi, voltandosi verso un segretario: « Questo giovane è simpatico. Vorrei lasciargli un mio ricordo». Sono sorpreso e confuso: perchè proprio a me, sconosciuto e giovincello, quell’atto di simpatia? Comunque poco dopo mi trovo in mano un portachiavi dorato, con tanto di chiavi di Pietro e di stemma di Paolo VI. Userò l’oggetto per la mia prima «500» ma per poco. Dopo un breve uso svogliato, il portachiavi andrà perduto. Non l’ho più ritrovato.

Agosto 1978, Torino. Lasciata «La Stampa», mi sono ritirato a studiare nel Monferrato. Ogni settimana ad ore insolite faccio un salto al giornale a ritirare la posta. È una domenica sera, sto aprendo un po’ furtivo la mia cassetta della corrispondenza, quando nei corridoi inizia un’animazione insolita. Fermo un fattorino, leggo il dispaccio di agenzia: Paolo VI è morto. Mi piombano alle spalle il direttore, il responsabile della prima pagina, altri colleghi agitati: devo dargli una mano, l’archivio non ha pronto il “coccodrillo”, devo scrivere io qualche cosa. Cerco di schermirmi, tento di scappare, ma alla fine devo scrivere. Quante cartelle, quanto tempo. Cartelle cinque, tempo quaranta minuti. Così sulla «Stampa Sera» del lunedì, secondo quotidiano italiano per tiratura, quindici anni di pontificato sono riassunti e commentati in cinque sbrigative cartelle da otto minuti l’una.

È passato un solo anno da allora e io vorrei ritrovare il mio portachiavi dorato, e vorrei più di quaranta minuti per parlare di Paolo VI in maniera meno sbrigativa e riduttiva di quanto non abbia fatto allora. Sarà da fare un giorno. Ma oggi, a un anno di distanza da quella morte, vorrei confessare che forse ci siamo sbagliati. In tanti non abbiamo amato quella voce lamentosa che, negli «Angelus» e negli incontri del mercoledì, ci sembrava dire insopportabili banalità. In tanti, negli anni dell’impazienza, ci siamo adirati per quelle che sembravano ambiguità più che incertezze. Ora ci appare chiaro che forse era davvero lui ad avere ragione, lui che esortava a un po’ di distacco dai miti del momento. Lo abbiamo messo in disparte, rifiutato, in nome di mode passeggere che scambiavamo per verità eterne. Ci siamo vergognati di lui perché non era pronto ad allinearsi alle parole d’ordine dei tuttologi del nostro giornalismo provinciale ed isterico. Credo, spero, che dalla sua Pace interceda perchè non continuiamo a scambiare l’infanzia cui ci invita il Vangelo con la puerilità pericolosa cui ci abbandonammo in molti negli anni in cui ci fu Papa.

© Il Sabato