Un gesto che mancò

gennaio 1984 :: Vita Pastorale, di Vittorio Messori

Gli amici che curano questa nuova serie di Vita Pastorale mi hanno chiesto di ospitarvi. ogni mese, tre mie cartelle dattiloscritte. Ho un po’ esitato, come faccio sempre davanti alle richieste di collaborazione: temo. infatti, la dispersione giornalistica. sento come primo dovere il concentrarmi nella ricerca che sfoci in qualche libro. li che è il solo modo che mi sia dato per cercare di rendermi utile a qualcuno. Ma, dopo tanti “no”. potevo aggiungerne un altro a una rivista che – a quanto mi dicono – raggiunge tutte le parrocchie italiane? Per un laico, dunque, è un’occasione unica per confrontarsi con l’esperienza pastorale e con gli uomini che ne sono responsabili.

Eccoci qui. dunque. Lontanissimi. si intende, dalla tentazione di approfittare di questa pagina per finalmente “fare la predica” a chi le “prediche” le fa per professione… Si tratta. semmai, di mettere in comune problemi, preoccupazioni, speranze di questa nostra Chiesa dove non possono esistere (io. almeno, non ci ho mai creduto) “lotte di classe- tra chierici e laici. Ciascuno nell’unico popolo di Dio – è chiamato a svolgere al meglio la sua parte, senza che vi siano “élites” o “proletariato”, cristiani di Serie A o di Serie B. Niente “prediche” di nessuno a nessuno, dunque, ma tre cartelle di solidarietà.

È in questa linea che vorrei raccontare un episodio della mia infanzia (qualcuno ha detto che parlare di sé è il modo migliore per essere brevi ed efficaci… ), che mi è subito venuto in mente quando mi hanno proposto questi interventi. Del resto, ci voleva poco perché me lo ricordassi: si trattò, infatti, di una delle rare volte in cui, in famiglia, sentii sfiorare un argomento religioso, in cui sentii parlare di preti e di parrocchie. I miei genitori, emiliani, si trasferirono a Torino quando io non avevo che cinque anni. Non venivano dal “mondo cattolico”; anzi, direi che condividevano certo diffuso anticlericalismo della loro tener. Anticlericalismo o agnosticismo o. forse (è l’ipotesi più probabile), una fede vera ma nascosta dietro lo spessore di quel “rispetto umano” che contrassegna tanti emiliani. f quali preferirono spesso far finta di interessarsi di più alla trattoria che alla chiesa, alle belle donne che ai buoni parsoci. Tenendosi dentro il loro segreto, le loro devozioni, il loro credere. Comunque sia, a Torino eravamo immigrati: dunque, spaesati, con pochi contatti con tutti e nessun contatto con il “mondo cattolico”. Nella città semidistrutta dalla guerra, si trovò – e fu fortuna – un alloggetto all’ultimo piano di una casa del centro. Feci lì. nella parrocchia di s. Teresa, dei Carmelitani Scalzi, un sommario catechismo e una prima comunione e cresima che furono forse intese. soprattutto, come un omaggio frettoloso alla tradizione. In ogni caso non mi lasciarono alcuno “strascico” di coinvolgimento in qualche gruppo, oratorio od altro.

Finalmente – terminate che ebbi le elementari ci trasferimmo in un alloggio “vero”. In un quartiere semicentrale. Ogni mattina, per andare alle medie, prendevo il tram: rientravo per l’ora di pranzo e il pomeriggio, stavo qualche tempo in cortile con gli altri ragazzi della casa. Poca cosa rispetto al mio bisogno di stare con i coetanei. di giocare, di discutere, di azzuffarmi, di procurarmi magari qualche libro in più da divorare: tutte cose che, ho saputo soltanto dopo, in parrocchia sarebbero state possibili, se solo qualcuno mi avesse aggregato all’oratorio. Ma io non ne conoscevo neanche l’esistenza. neppure sapevo quale fosse la mia parrocchia, né i miei erano persone da farsi venire in mente cose simili.

Un giorno, si era a tavola con amici, il discorso cadde sorprendentemente sulla Chiesa. E non potrò mai dimenticare le parole di mio padre, forse le prime che sentissi su questo argomento. “Ci siamo trasferiti qui da un anno”. disse dunque. “Mi sarebbe piaciuto che qualche prete della parrocchia fosse venuto a bussare alla nostra porta per dirci che sapevano di noi. per darci il benvenuto”. Tacque un poco e poi aggiunse: “a Se fosse venuto un prete così. lo avrei magari invitato a cena. Si sarebbe potuto fare qualche discorso insieme”. Fu tutto: quasi timoroso di essersi lasciato sfuggire troppo, cambiò subito discorso. E non ci tornò più sopra.

Spesso mi sono fatto delle domande, che giro ora ai lettori: sarebbe stato possibile un simile gesto “pastorale ‘ verso quei “lontani ‘ che noi eravamo? Forse sì, sul piano concreto: Torino non era ancora stravolta dall’immigrazione selvaggia, in quel quartiere i traslochi non dovevano essere tanto numerosi da non poterne avere notizie dalla portinaia, dai laici impegnati, dall’anagrafe stessa. Mi risulta poi che la penuria di clero non infierisse ancora sino al punto da non permettere che un prete dedicasse un’ora al glomo a bussare alle porte dei nuovi arrivati. Di certo. quella visita avrebbe potuto cambiare molto: nella mia vita e in quella dei miei genitori, dandoci quel “contatto” che avrebbe permesso a me (forse) un’adolescenza e poi una giovinezza meno solitarie e sbandate, più ricche di contatti umani positivi e ai miei (forse) una scoperta della “pratica” religiosa.

Quando ci penso, mi pare di ricavarne una provvisoria morale: chissà, cioè, che i piccoli gesti di attenzione non si rivelino più fruttuosi di tante complicate “strategie” da sociologo della pastorale?

© Vita Pastorale

6 commenti
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