Storia: disfida d’autore

10 novembre 1993 :: Corriere della Sera, di Maria Latella

Immaginate che uno storico, per di più torinese e perciò particolarmente fedele allo stile sottotono, incolpi di plagio un ex ambasciatore oggi autorevole commentatore. Immaginate che questo avvenga pubblicamente, sulle colonne de l’Unità, quotidiano col quale collabora Massimo L. Salvadori, l'”accusatore”, e su quelle della Stampa, il giornale per il quale, invece, scrive Sergio Romano, l'”accusato”, e dove, peraltro, fino a poco tempo fa scriveva anche Salvadori. Immaginate anche che, rimanendo i toni del dibattito sideralmente distanti da certe risse televisive, uno dei contendenti, Romano, invochi il vecchio, ottocentesco giurì d’onore, perché faccia chiarezza. Ce n’è abbastanza perché ieri mattina, letti i giornali, storici e politologi abbiano avuto mezz’ora da brivido. Breve riassunto dell’unica puntata precedente finora a nostra disposizione. Il 23 ottobre La Stampa pubblica un ampio stralcio dell’introduzione al nuovo libro di Sergio Romano, L’Italia scappata di mano, edito da Longanesi. Massimo L. Salvadori legge con attenzione e rileva una serie di coincidenze tra le tesi espresse da Romano e quelle sostenute da lui, in alcuni saggi pubblicati nell’89, nel ’90 e anche nel ’92 (l’ultimo: Tipi di regime e storia d’Italia. La mancanza di alternative al governo, nel volume Tenere la sinistra, Marsilio editore). Le tesi riguardano la storia dei blocchi trasformistici che hanno governato l’Italia dal 1861 in poi e dei crolli che accompagnano sempre nel nostro Paese la fine del vecchio regime e la nascita del nuovo. Dopo aver letto altri articoli, tutti aventi per oggetto i l libro di Romano, lo storico torinese prende carta e penna e scrive a La Stampa. Essendo Romano negli Stati Uniti, al giornale attendono il suo ritorno e la sua replica. Che compare appunto ieri mattina, accanto alla lettera di Salvadori e sotto il titolo “Storia con copyright?”, mentre su l’Unità un articolo del solo Salvadori viene seccamente titolato: “Caro Romano, questo tuo ultimo libro è un plagio”. Davvero, professor Salvadori, lei crede che Sergio Romano si sia reso colpevole di un plagio ai suoi danni? Lo storico risponde, ma si capisce che per lui il dialogo sulla questione è una vera sofferenza. “È stato lo stesso Romano che, su La Stampa, ha scritto di ritenere che io lo accusi implicitamente di plagio. Il titolo dato da l’Unità di ieri fa, a sua volta, riferimento al plagio. Io vorrei chiarire e chiudere questa vicenda. Su l’Unità cito il primo saggio contenuto nel libro di Romano e metto in luce quella che a me sembra un’inequivocabile e strettissima dipendenza dello schema analitico adottato da Romano per spiegare il rapporto tra formule di governo, mancanza di alternative, crisi di regime nella storia dello Stato nazionale da uno schema da me precedentemente elaborato”. Professore, si tratta di idee sulle quali anche altri, e non solo Romano, si sono espressi: è difficile rivendicarne il copyright. “Credo di aver fornito una documentazione esatta, pur nella sua essenzialità. Il giudizio spetta ai lettori, non a me”. Sergio Romano ha chiesto un giurì d’onore. Lei aderisce all’invito? “Non intendo più muovere un dito”. Ma perché ha affidato a una lettera e a un giornale una questione che potevate risolvere, forse, con una telefonata? “Perché non era una questione privata. Conosco Sergio Romano, ma dopo aver letto gli articoli che esponevano le tesi contenute nel suo saggio non potevo non sollevare la questione: su quello stesso argomento sta per uscire un mio libro… No, non voglio parlarne ora, non vorrei che qualcuno pensasse che cerco pubblicità”. Massimo Salvadori è amareggiato, Sergio Romano pure. “Sono tornato due giorni fa dagli Stati Uniti. Sì, mi era stata anticipata l’esistenza della lettera di Salvadori e ho avuto modo di vedere i suoi saggi, quelli che secondo lui mi avrebbero ispirato. Se Salvadori avesse preso contatto con me io avrei cercato di convincerlo, lasciandogli poi libertà di scelta… È andata così e io non voglio e non posso essere giudice di me stesso. Quando uno è parte in causa la sua credibilità è sminuita”. . Lei conosceva già i saggi di Salvadori, 1989 Italia: una modernizzazione squilibrata e Tipi di regime e storia d’Italia. La mancanza di alternative al governo? “Avevo letto soltanto il primo. Qui siamo di fronte a una serie di riflessioni, non al risultato di una ricerca scientifica… La tesi secondo la quale i trasformismi sono una costante della nostra storia è nota” . Mi scusi, ma come mai il nome di Salvadori non figura tra quelli citati nel suo saggio? “I nomi citati sono molto pochi. Il mio è un saggio, non un manuale di storia”. Romano non intende tornare sui suoi passi. Ha chiesto il giurì d’onore e lo vorrebbe. “Capisco che la cosa possa sembrare un po’ ottocentesca, ma mi pare che ci siano dei precedenti. Come sceglieremo i nostri giudici? Ciascuna delle due parti potrebbe suggerire un nome e lasciare a un intellettuale che entrambi stimiamo, come Bobbio, la scelta del terzo”. Ma ci staranno, gli storici, a fare la parte dei giudici? Rosario Villari, che non ha ancora letto né l’articolo di Salvadori né la replica di Romano, dice che no, non ci può stare: “E non perché non voglia prendere partito. Semplicemente, sto partendo per la Spagna. Conoscendo entrambi, ancora non riesco a credere che possa esserci vera polemica tra loro. Però lo ammetto, questa storia mi incuriosisce”. Stupefatto, invece, è Gian Enrico Rusconi. “Stamattina ho aperto i giornali e la prima sensazione è stata d’imbarazzo. Devo ammettere che non posso dare torto a Romano. C’è un complesso di valutazioni sulla natura di questa Repubblica e, trattandosi di valutazioni generali, non capisco perché Salvadori se la sia presa. Capita che le stesse cose, scritte da uno studioso in modo fluido, vengano percepite con più immediatezza di quanto accada a chi, magari, le ha scritte prima, ma con uno stile più formale. Qui l’oggetto del contendere è una valutazione complessiva della Repubblica che va oltre Romano e Salvadori. Passiamo la vita da un convegno all’altro, è chiaro che alla fine si forma un nucleo di idee al quale attingere”. Interrompiamo per un attimo la conversazione con Rusconi. Telefoniamo a Mario Spagnol, l’editore del saggio di Sergio Romano. Che pensa della faccenda? “L’hanno detto tutti che in Italia è mancata l’alternativa, che ci sono stati dei blocchi trasformistici”. Attenzione, Spagnol, non vorrà essere lei a dire che il saggio di Sergio Romano è “ovvio”. “Macché. È solo che le premesse sono delle constatazioni”. Torniamo a Torino, a Rusconi e alla questione del giurì. Accetterebbe di far parte di quello chiesto da Romano? L’autore di Se cessiamo di essere una nazione inorridisce: “Mi rifiuto di considerare questa storia del giurì qualcosa di diverso da un’iperbole. La trovo non degna della nostra cultura”. Eppure, la cultura italiana ha dato, se non dei giurì d’onore, senz’altro dei duelli. Lo ricorda Giulio Nascimbeni nella prefazione al libro Duelli mortali, Sugar ’92. Si batterono, ad esempio, Ungaretti e Massimo Bontempelli, sul prato di casa Pirandello, a Roma. Si batterono Marco Romperti e Emilio Radius, giornalisti del Corriere della Sera, per via di una recensione troppo critica sulla danzatrice Jia Ruskaja. Persino Indro Montanelli sfuggì per un soffio a un duello: un generale, irritato da un suo articolo, l’aveva sfidato, mandandogli i padrini. Poi intervenne Gaetano Afeltra e i padrini del generale tornarono a casa. Chi farà da pacificatore, questa volta?

 

 

Come giudici qualcuno vuole Mack Smith, Eco, Bobbio. Ma Valiani propone il duello

di Dario Fertilio

Giurì? Ma è proponibile il giudizio pubblico in un campo come la storia? E, soprattutto, chi mai dovrebbe farne parte? “Certo non io!”, si indigna quasi Leo Valiani aggiungendo: “Con un Paese sull’orlo della catastrofe, c’è bisogno di ben altro che perdere tempo con un giurì. Ai tempi di Felice Cavallotti si facevano i duelli, ma in fondo erano giorni tranquilli e si andava solo in cerca di emozioni. Oggi che le emozioni vere non mancano, che senso ha dar ragione all’uno o all’altro? Aggiungo questo: a me sembra che se uno storico è stato copiato dovrebbe essere contento”. Anche Renato Zangheri non vede di buon occhio il ricorso a un arbitrato: “Il giudizio deve nascere dal dibattito storiografico, dopo che ognuno abbia illustrato i suoi argomenti. A meno che, naturalmente, non si finisca in tribunale…”. Scettico sulla sostanza del dibattito, ma non sull’idea del giurì, è Arturo Colombo: “Queste sono tesi acquisite, in realtà non c’è nulla di nuovo -afferma- e per di più appartengono al dibattito politico piuttosto che storico!”. E se si arrivasse al giurì? “Allora vedrei con favore farne parte Alessandro Pizzorno -dice- perché ha studiato i problemi del sistema politico italiano; poi naturalmente, se accettasse, Leo Valiani; aggiungerei Dahrendorf e Mack Smith; infine, perché no, anche Umberto Eco”. Salvatore Veca è divertito da tutta la questione: “La proposta di un giurì è originale -afferma- anche se riflette l’assenza di regole condivise di valutazione. In realtà, la comunità degli storici dovrebbe essere una Corte suprema in seduta permanente”. I nomi? Anche Veca cita Pizzorno e Valiani, aggiunge Bobbio e infine, perché no, …se stesso. “Accetterei -dice- anche se naturalmente in veste di “amatore”, non di professionista della questione”. A Vittorio Messori, come a Leo Valiani, vengono in mente gli antichi e celebri duelli di Cavallotti e trova “buffa” l’idea del giurì. Anzi, “poco comprensiva di quel che è veramente la cultura”. Perché mai? “Perchè la cultura è un atto di cannibalismo, i libri si fanno sempre con altri libri. Soltanto sulla figura di Gesù, nel secolo scorso sono state scritte sessantaduemila opere -precisa Messori- e quindi i copyright sono improponibili”. Ma al dunque, chi metterebbe nel giurì? “Nessun italiano, perché avrebbe sempre paura di scontentare qualcuno. Direi uno scandinavo o un sudafricano”.

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