“Sfida al Parlamento, non é delegittimazione”

 31 marzo 1995 :: Corriere della Sera, di Luigi Accattoli

Il vescovo Elio Sgreccia, segretario del Pontificio consiglio per la famiglia, uno dei collaboratori del Papa nella stesura dell’enciclica, è un uomo che ama le posizioni nette. Eccellenza, l’enciclica definisce “ingiuste e invalide” le leggi che autorizzano l’aborto e l’eutanasia. Contiene dunque una sfida per i Parlamenti che le hanno approvate, anzi una loro delegittimazione… “Una sfida sì, una delegittimazione no. Definire ingiusta e invalida una legge non significa delegittimare il legislatore, ma denunciare l’errore di un suo atto. Anche una corte costituzionale può bocciare una legge approvata da un Parlamento, senza che ciò implichi delegittimazione del Parlamento. In questo caso non è una corte costituzionale, ma un tribunale di coscienza che emette il suo giudizio, in termini generali e non sull’atto di un singolo Parlamento”. Ma chi autorizza questo tribunale di coscienza, che è poi la Santa Sede, a interferire nell’attività dei Parlamenti? “Non c’è bisogno di autorizzazioni e non è un’interferenza. L’opinione pubblica ha diritto di controllare l’operato dei Parlamenti ed ha anche il diritto di denunciare eventuali loro atti ingiusti. La Chiesa parla a nome dei tanti battezzati che sono anche cittadini e che si riconoscono nel suo insegnamento: si fa dunque voce di una parte dell’opinione pubblica. Criticando i Parlamenti e definendo invalido un loro atto li sfida a rivederlo, li richiama cioè alla loro legittimità, non la nega. Chi ha denunciato tangentopoli ha difeso la legalità, non l’ha minacciata”. La denuncia dell’enciclica è così drastica che sembra tradire un atteggiamento di avversione, o quantomeno di diffidenza nei confronti della democrazia… “L’enciclica dice espressamente che la democrazia è il migliore dei sistemi, ma aggiunge che la sua moralità non è automatica: essa dipende dai valori che la democrazia incarna e promuove. Di suo, il sistema democratico è suscettibile di ogni degenerazione. Il relativismo etico può mettere una democrazia in balia degli interessi più forti. Affermando che le leggi che autorizzano aborto ed eutanasia ledono il principio di uguaglianza, la Chiesa non fa una crociata contro i sistemi democratici ma contro una loro deriva”. Le leggi che autorizzano l’eutanasia sono ancora poche, ma quelle che autorizzano l’aborto hanno coperto il mondo. Definirle “prive di autentica validità giuridica ” non significa chiamare i cattolici a un conflitto globale, non governabile, con quasi tutti i sistemi democratici? Che ne sarà dei politici cristiani? Torneranno nelle catacombe? “Il laicato cattolico non viene invitato a ritirarsi, ma a entrare nella mischia e a difendere i valori di fondo della democrazia, promuovendo la modifica delle leggi ingiuste. Non c’è il rischio delle catacombe, ma al più quello dell’opposizione: ci vorrà – per qualche tempo – il coraggio di essere minoranza. Ma non va considerato come immodificabile il relativismo etico che ha portato a queste leggi. Rispetto a qualche anno addietro, avvertiamo una ripresa di interesse per le questioni morali fondamentali. E questa enciclica sta trovando considerazione anche fuori della Chiesa”. La scomunica per l’aborto colpisce anche gli uomini di Stato firmatari delle leggi che lo autorizzano? “No, la scomunica riguarda soltanto coloro che chiedono e coloro che eseguono l’atto abortivo. Ma questo non significa che i parlamentari e gli uomini di Stato non abbiano delle responsabilità. Anzi l’enciclica insiste in modo particolare sulla responsabilità dei legislatori e degli operatori sanitari, precisando che può anche essere maggiore di quella della donna che chiede l’aborto”. Per la donna che ricorre all’aborto in circostanze drammatiche, la scomunica non è una punizione eccessiva? “La scomunica per coloro che sono implicati nell’atto abortivo non ha una finalità punitiva: ha lo scopo di fare chiarezza e invitare al ravvedimento. Fare chiarezza vuol dire rendere percepibile l’inaccettabilità di un’azione che l’opinione corrente tende ad accettare. Nei confronti della donna che abortisce l’enciclica ha un atteggiamento di grande comprensione: parla del carattere “drammatico e doloroso” della sua decisione e mette in risalto che spesso la sua responsabilità è minore di quella dell’uomo che la costringe all’aborto, o ve la induce abbandonandola”. L’enciclica chiede un’estensione e un rafforza mento dell’obiezione di coscienza rispetto a come è prevista nelle leggi sull’aborto e sull’eutanasia. Applichiamo la richiesta all’Italia: non basta quanto prevede la nostra legge sull’aborto? “La legge 194 riconosce il diritto all’obiezione di coscienza soltanto agli operatori dell’atto abortivo, a coloro insomma che entrano in sala operatoria. Ma non la riconosce al direttore sanitario, al giudice minorile, all’assistente sanitaria del consultorio che ha il compito di assistere la donna che chiede l’aborto. Occorre estendere la possibilità dell’obiezione a queste categorie. Del resto si va verso un ampliamento delle possibilità di obiezione al servizio militare, perché non si dovrebbe ampliare quella sull’aborto?”.

© Corriere della Sera