settembre-ottobre 2007 :: Il Timone :: Vivaio

Perché, arrivati a una certa età, vien voglia di ritirarsi nel silenzio o, magari, di morire, anche se sono passabili le condizioni di salute e quelle economiche? Se sto alla mia esperienza, è soprattutto perchè ci si annoia mortalmente – è il caso di dirlo! – soprattutto se si è obbligati per mestiere a seguire la cosiddetta “informazione”. Termine che merita di essere messo tra virgolette.

Ci pensavo dando un’occhiata ai titoli che, per giorni e giorni, hanno riempito paginate
intere dei quotidiani e ai servizi che hanno invaso i telegiornali. Tema: l’aumento del prezzo e, in generale, il costo giudicato eccessivo dei libri scolastici. Un ricordo mi ha attraversato la mente, come un flash improvviso: un settembre dei primi anni Settanta, un bell’ufficio nel centro di Torino, il giovane cronista Messori a colloquio con Mario Lattes.

Non so se è ancora così ma, quando a scuola ci andavo io, non succedeva mai che nella lista dei testi adottati dai professori non ce ne fosse qualcuno dell’antica, gloriosa Lattes, fondata a fine Ottocento da ebrei giunti sulle rive del Po dall’Europa Centrale.

Il Mario Lattes del flash che mi ha folgorato la memoria era allora, se ben ricordo, presidente dell’associazione degli editori scolastici e proprio per questo gli avevo chiesto di ricevermi. Uomo caustico e intelligente – era anche uno scrittore apprezzato – quando entrai non mi lasciò il tempo di accomodarmi sulla poltroncina degli ospiti. «Non mi faccia neanche la domanda!» mi aggredì «So da solo che cosa mi vuoi chiedere. Non se ne può più, non vi stancate anche voi giornalisti di questa litania che ogni anno rinnovate da quando faccio l’editore, cioè da sempre? Possibile che ad ogni autunno facciate pagine e pagine – con toni indignati e con l’aria di scoprire un segreto sconvolgente – sull’aumento del prezzo dei libri scolastici? Che noia, non se ne può più di questa vostra ripetitività! Oltre che della vostra demagogia, visto che – stando alle “nobili denuncie” – inflazione e aumento dei costi possono riguardare ogni prodotto, ma non quelli editoriali. Inoltre, incoraggiate i lettori a considerare ingiuste, sempre eccessive, odiose soltanto le spese per i libri. Basta, dunque, cercate argomenti più originali!». Così, fui gentilmente ma implacabilmente messo alla porta da una segretaria prontamente accorsa e ritornai al grande palazzo de La Stampa a mani vuote.

Un invito a cambiar musica, quello dell’ottimo Lattes, che ben vediamo come sia stato accolto: a 35 anni – dicesi trentacinque – dal violento, e giustificato, sbadiglio di noia dell’editore («non se ne può più, ad ogni autunno è la stessa storia!») ecco il sistema mediatico che si ripete ancora una volta come se niente fosse. E gli anni prossimi, c’è da giurarci, sarà la medesima solfa. Ma non ho scelto che un tema, spinto dall’onda del ricordo che è riemerso dal lontano passato. In realtà, quante altre cose – a cominciare da quanto riguarda i temi religiosi, cattolici in particolare – finiscono periodicamente in pagina, cose logore eppure presentate come obiezioni, accuse, aspetti imbarazzanti appena scoperti? Stando, ad esempio, sempre a queste settimane, ecco la campagna contro le ricchezze della Chiesa e i suoi “intollerabili” privilegi fiscali. Cose, anche queste, che ritornano da decenni con implacabile periodicità: e a nulla valgono precisazioni, spiegazioni, chiarificazioni. Ogni volta bisogna ricominciare da capo.

Insomma, ce n’è abbastanza per capire noi che, eufemisticamente, siamo definiti “di una certa età”: è il tedio dell’Eterno Ritorno Mediatico che dà ad alcuni – e io sono tra loro – la tentazione di finirla lì. Nell’Aldilà, il tempo non esiste. Dunque, a rigor di logica, non dovrebbero esistere (questa, almeno, è la speranza) neppure giornali. Forse, come punizione, ce n’è qualcuno soltanto in purgatorio.

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È curioso come abbia un posto singolare nella mia vita la cittadina di Brixen, o Bressanone, nel Sud-Tirolo o Alto Adige (come lo chiama il termine italiano, mai esistito, non va dimenticato, sino all’inizio dell’Ottocento e inventato da Napoleone per fini politici, di spartizione del territorio). Fu nel bel seminario barocco che mi convocò, nel lontano Ferragosto del 1984, l’allora cardinale Joseph Ratzinger per la prima intervista nella storia mai rilasciata da un Prefetto del Sant’Uffizio. Ma sia prima che dopo, Brixen-Bressanone mi era e mi fu familiare visto che vi sorge, dal 1890, la prima ed unica Kur-Haus in territorio divenuto poi italiano, dove si praticano i metodi idroterapici dell’abate Kneipp, il parroco apostolo del ritorno alle cure naturali, basate soprattutto sull’acqua.

Anche quest’estate vi sono ritornato per una dozzina di giorni. È un luogo singolare, forgiato interamente dal cattolicesimo: una “città episcopale” dove, per secoli, la maggioranza della popolazione era costituita da ecclesiastici (e da religiosi dei molti conventi e monasteri) e dai laici al loro servizio. Ancora adesso, il centro storico è sostituito essenzialmente da chiese e da istituti religiosi di rigorosa osservanza romana.

La gente è tuttora praticante in percentuali altrove inconsuete, tanto che è impensabile un negozio, un albergo, una casa privata senza un crocifisso, spesso di grandi dimensioni e con un Gesù “drammatico”, quasi come in Spagna.

Ogni volta che vi torno non posso non fare un confronto. La Roma cristiana conquistò queste genti in modo sincero e profondo, come dimostrano non solo i grandi monumenti religiosi del passato ma anche la devozione attuale. Pur di etnia e lingua germanica, questi popoli si fecero “latini” non solo per la lingua liturgica ma anche per il modo “colorato” di vivere la loro fede, per la devozione agli stessi santi venerati nei Paesi mediterranei, per il gusto di feste, processioni, sagre. La Roma cattolica seppe anche qui (come in tanti altri luoghi) trasformare in cattolica la cultura e la vita dei nobili e dei contadini, dei prelati e degli artigiani. E quando Napoleone e i suoi osarono attentare a quella religione, quando giunse fin qui la voce che il Papa era maltrattato, valli e montagne del Tirolo insorsero in una sorta di piccola, eroica Valdea alpina.

Roma è ritornata qui alla fine del 1918, con la catastrofe austriaca. Ma era la Roma di quelli che vi erano entrati con le cannonate, che avevano costretto i Pontefici a rinchiudersi in Vaticano, che avevano messo le stelle massoniche a cinque punte sui baveri dei soldati.

Da allora, le hanno tentate tutte – prima i Savoia, poi Mussolini, poi anche i governi del dopoguerra – alternando bastone e carota, lusinghe e violenza, deportazioni e generose concessioni economiche e amministrative. Niente da fare, questi tirolesi che si erano fatti sino in fondo “romani” quando la proposta era venuta dalla Chiesa non ne vollero – e non ne vogliono – sapere anche soltanto di annacquare il loro germanesimo con la “Iatinità” portata qui dalla guerra e poi dai politici italiani. Così, ad ogni mio ritorno qui, alla confluenza del Rienza con l’lsarco, constato il regresso continuo della già debole presenza italiana, il bilinguismo ufficiale che, in pratica, è tornato a un monolinguismo tedesco, il desiderio di riunirsi ai fratelli a settentrione, malgrado i molti vantaggi concessi dall’Italia per cercare di avvincere a sé questa provincia. La Roma “cattolica” divenne la patria spirituale, per difendere la quale non esitarono a impugnare le armi, sfidando il grande Imperatore; la Roma “italiana” è la matrigna sopportata, se non la carceri era esecrata da cui si spera di liberarsi. Un confronto impietoso. Credo di non perdere tempo, riflettendovi quando, dopo le cure, faccio le mie passeggiate “igieniche” per le vie della vecchia “città episcopale”.

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Continuando lo zapping sull’attualità. AI principio di giugno, visita ufficiale a Roma del Presidente degli Stati Uniti, Georges W. Bush. AI dispiegamento in massa delle forze dell’ordine italiane si sono aggiunti ben 600 americani del servizio di sicurezza giunti appositamente dalle “lontane Americhe”. Grossi aerei da trasporto hanno depositato a Roma pure le due enormi limousine presidenziali con una blindatura in grado di reggere a un attacco di missili lanciati da elicotteri.

Pur ben poco interessato al personaggio e, dunque, indifferente alla sua venuta tra noi, mi capita di seguire distrattamente su uno schermo televisivo la diretta sulla veloce traversata dall’aeroporto sino all’ambasciata americana. Ma la mia distrazione si trasforma in attenzione, prima sbalordita e poi divertita, quando vedo la prima delle limousine, quella con il vessillo del Presidente e i vetri oscurati, interrompere la corsa in mezzo a una strada, sbuffando come un cavallo estenuato. Se ne sta ferma senza dare segni di vita, poi ne scende l’autista accompagnato da un agente in borghese: i due si danno da fare attorno al cofano, come in un film di Alberto Sordi, con l’utilitaria dell’impiegato statale in gita ad Ostia, con la grassa suocera, la moglie-befana, il cane, i regazzini, i fagotti con le provviste.

Alla fine, gli “specialisti” Usa si arrendono e l’uomo più potente della terra, con moglie al seguito, scende mogio mogio e sale sull’altra auto blindata, riuscendo così a ripartire. Per far questo, però, hanno fatto ciò che secondo i manuali yankee non ci si deve permettere mai: il Presidente che si muove allo scoperto, a disposizione del cannocchiale del fucile di uncecchino attentatore. Tipo Dallas, per intenderci.

Vabbè, la limousine in avaria resta in mezzo alla strada romana, in attesa di un carro attrezzi, e quella funzionante riprende a correre, con la bandiera a stelle e strisce che risventola orgogliosa. Un orgoglio che dura poco: nuovo stop inatteso ed esilarante (per noi, non per gli americani) al cancello della grande villa in via Veneto che fu della regina Margherita e che è da decenni sede dell’ambasciata Usa. Nessuno, tra i 600 uomini inviati da Washington, nessuno tra le altre centinaia residenti in quell’ ambasciata, nessuno ha pensato di prendere una misura, accorgendosi così che il cancello, costruito per le carrozze, è troppo stretto per lasciar passare la gigantesca auto blindata. La quale se ne sta bloccata con il muso che sbatte contro gli artistici paracarri. Anche qui, dunque, il Bush che scende su un marciapiede romano, che lascia quel suo orgoglioso mezzo di trasporto e prosegue a piedi, sempre trascinandosi la moglie, sino all’ingresso della Villa. E, pure qui, il massimo della violazione di ogni regola di sicurezza.

Ho riso anch’io, come molti, raddoppiando l’ilarità quando alcuni giorni dopo allo stesso Bush, circondato da una siepe di guardie del corpo superaddestrate ed armate, un ladruncolo albanese ha rubato il prezioso orologio durante la visita al mercato di Tirana. Ho riso, sì, ma di un riso amaro: questa la Superpotenza, questo l’invincibile Colosso al quale molti, troppi, hanno delegato la loro fiducia, la loro speranza nel futuro, la loro sicurezza, le loro vite stesse? Ancora una volta, il credente può fruttuosamente riflettere sull’avvertimento biblico: «Maledictus homo qui confidit in homine», sventurato l’uomo che confida nell’uomo. Anche se quell’uomo è a capo della più ricca e potente nazione della storia.

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Questi sedicenti “progressisti” sono davvero singolari. Nessuna contraddizione li può fermare. Per un esempio recente, tra i mille possibili: c’è un signore meridionale ormai entrato negli “anta”, all’anagrafe tal Wladimiro Guadagno, che si traveste e si comporta da donna, esibendosi nel mondo dello spettacolo con il nome d’arte di Luxuria. Alle ultime elezioni, quel signore o signora che sia è stato (a) eletto al Parlamento dal Partito della Rifondazione Comunista, come simbolo della libertà sessuale contro l’oscurantismo cattolico e, in generale, ben pensante.

Dovendosi recare in Russia, Luxuria ha avuto difficoltà alla frontiera perchè sul passaporto risultava maschio ma aspetto e modi erano da femmina. Ai rudi poliziotti ex-sovietici, la faccenda non era chiara. Superato comunque il confine, grazie soprattutto al suo status di parlamentare e giunto (o giunta) sulla Piazza Rossa, altri poliziotti l’hanno malmenato (a), perchè esibiva provocatoriamente in pubblico la sua sessualità invertita. Con Luxuria c’erano altri figuranti, giunti dall’Italia e da vari Paesi europei, anch’essi strattonati non solo dagli agenti ma dai passanti accorsi indignati.

Ma che ci faceva quel gruppo urlante e sessualmente equivoco sulla celebre piazza moscovita? Erano giunti sin lì per ricordare l’anniversario dell’abolizione delle discriminazioni legali e delle persecuzioni poliziesche della defunta Unione Sovietica contro gli omosessuali. Il comunismo, si sa, è sempre stato assai duro nei riguardi dei “non conformisti” sessuali.

Ebbene, l’onorevole Guadagno, in arte Luxuria, festeggiava a Mosca la liberazione dei suoi pari dagli artigli comunisti, ma come rappresentante del partito che non si rassegna alla scomparsa del comunismo e, sin dal nome che si è dato, vorrebbe”rifondarlo”.

Dite che quel che sognano è un comunismo “diverso”? Che non sia così, lo dimostra il fatto che il motivo principale della scissione dagli ex-compagni del Pci fu proprio il rifiuto di rinnegare il passato, a cominciare dalla “gloriosa storia” dell’Urss fondata da Lenin. E lo dimostra anche la difesa ad oltranza dei pochi Paesi scampati alla nemesi storica: provate, con un “rifondarolo rosso”, a parlar male di Castro, nella cui Cuba los maricones – quelli che gli americani chiamano gays – sono tuttora nel mirino del codice penale e una folla di loro sconta nelle orride prigioni dell’isola la colpa dei suoi gusti sessuali. Provate, con uno di quei nostalgici, a dubitare delle glorie di un Vietnam, esso pure duramente repressivo nei riguardi dell’omosessualità.

Insomma, aveva ragione san Tommaso d’Aquino quando ammoniva che la peggiore delle aberrazioni intellettuali è la scomparsa di ciò che chiamava “l’orrore per la contraddizione”. Quella che contrassegna, del resto, non solo la sub-cultura dei nostalgici del marxleninismo ma, in genere, tutta quanta la cultura, a cominciare da quella egemone.

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Per proseguire lo zapping attraverso il tempo e lo spazio. Estraggo da una cartellina un
paio di note tratte chissà quando da letture fatte. A volte, sono proprio le “minuzie” ad essere le più eloquenti.

Dal primo appunto ricavo due cifre: nel 1789, all’inizio della Rivoluzione francese, l’esercito di Luigi XVI, re di Francia, contava in tutto 165.000 soldati. Solo sei anni dopo, i francesi in armi sotto le bandiere repubblicane erano 750.000.

Ed era, si badi, l’esercito rivoluzionario, quello del Direttorio, non erano ancora le armate napoleoniche, che giunsero a superare il milione di effettivi. Numeri che la dicono lunga su una rivoluzione sorta al grido di «Pace, fraternità, tolleranza».

Dalla Francia alla fine del Settecento alla Germania all’inizio del Cinquecento.

Nei suoi Discorsi a tavola (stenografati da discepoli adoranti), Lutero ripeté più volte che la censura “papista” sulla Scrittura era tale che, per tutto il noviziato, non vide mai una Bibbia. Per conoscerla, ci volle una trouvaille provvidenziale: ne scoprì un esemplare polveroso in un convento dell’Ordine e vi si buttò sopra, leggendo la avidamente per la prima volta.

Peccato che fra’ Martino non avesse, qui, buona memoria. In uno dei suoi scritti autobiografici aveva ricordato che, entrando presso gli Agostiniani di Erfurt, il primo libro che ricevette dalle mani del suo priore «fuit Biblia, rubeo corio tecta», fu, dunque, una Bibbia rilegata in cuoio rosso.

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