settembre-ottobre 2006 :: Il Timone :: Vivaio

Quella che, stavolta, intendo raccontare è una vicenda straordinaria. Eppure soltanto pochissimi la conoscono: anche molti specialisti della storia della Chiesa ne sanno, credo, le linee generali ma non lo svolgimento preciso. Non la conoscono affatto, soprattutto, sceneggiatori e registi: eppure, per il grande o piccolo schermo, basterebbe trasformare in immagini quanto è avvenuto tra fine Settecento e inizio Ottocento, senza sforzarsi di inventare storie di fantasia. Se riesumiamo dalle antiche cronache queste vicende non è, ovviamente, per nutrire curiosità (anche se un film ce lo auguriamo sul serio), ma per onorare i protagonisti di una storia al contempo drammatica e gloriosa, che conferma l’opera della Provvidenza e la saldezza delle vocazioni di alcuni in un momento in cui sembrava finita per la vita religiosa. Un pugno di uomini,di donne (e di bambini!), assicurò con la sua tenacia eroica non soltanto la continuità del monachesimo benedettino, in particolare di quello cistercense, ma anche la continuità della vita consacrata nell’Europa sotto il tallone anticristiano, prima giacobino e poi napoleonico. Bisogna partire dalla Francia della seconda metà del Seicento dove un giovane nobile, figlioccio addirittura del cardinal Richelieu, spensierato se non dissoluto, si converte a un cristianesimo esigente ed entra in un’abbazia benedettina della Normandia sino ad allora oscura, chiamata “La Trappe”. Armand Jean Le Bouthillier de Rancé diventa subito abate e impone ai monaci una riforma rigorosa che intende andare anche oltre la pur severa vita cistercense. L’abbé de Rancé rompe, forse, l’equilibrio umanissimo e sapiente della Regola di San Benedetto, la sua moderazione, il suo avvertimento a non esagerare, e arriva persino a vietare le cure mediche: «Perché ritardare il momento della morte, traguardo principale e ambito della vita religiosa?». In effetti, nei primi anni, alla Trappe molti monaci moriranno, anche perchè, tra l’altro, in quei climi rigidi dell’Europa del Nord si toglie dalle abbazie ogni riscaldamento e dal vitto pure il pesce, le uova, il vino, riducendo l’alimentazione a poco più che un piatto di verdure scondite. Nessuna ricreazione, silenzio perpetuo, poche ore di sonno interrotto dalla levata per l’Ufficio, duro lavoro manuale, rifiuto dell’istruzione “non necessaria”, abiti pochi e ruvidi: una sorta di oltranzismo penitenziale che suscita la protesta degli altri religiosi e anche una certa diffidenza di Roma, alla cui saggezza non è estraneo il prudente: «et surtout, pas trop de zèle». Cosa, però, che non vale per alcune vocazioni speciali come (e lo vedremo) era quella di questi cristiani. Sta di fatto che, pur tra polemiche, sia durante che dopo la vita dell’abbé de Rancé, morto nel 1700, la Stretta Osservanza – come viene chiamata in opposizione alla Comune Osservanza, ma unite entrambe nell’Ordine Cistercense – conosce un grande sviluppo, attirando non solo giovani ma anche adulti o anziani in cerca di assoluto.

Mentre i Benedettini di ogni famiglia appaiono in declino per tutto il Settecento, la Trappe diverrà un polo di attrazione e di edificazione spirituale. E alla sua esperienza si riallacceranno alcuni altri monasteri. Quando arriverà la bufera della Rivoluzione e i religiosi saranno sciolti dai voti – che sino ad allora avevano avuto anche valore di legge statale – i monaci dell’abbazia rifondata dal Rancé sfileranno uno ad uno davanti ai Commissari della Costituente inviati da Parigi. Erano 43 sacerdoti, 37 laici conversi, 5 novizi. Tutti diranno senza esitazione di volere perseverare e di non volere abbandonare quella loro vita monastica che gli “illuminati” consideravano inutile e disumana. Non così in altre famiglie religiose, dove le defezioni furono numerose: nei monasteri maschili, però, non in quelli femminili, dove la maggioranza delle religiose fu irremovibile nella sua scelta e non poche preferirono il patibolo alla rottura dei voti. Non dimentichiamo che, a quelle che accettavano di uscire, lo Stato – in cambio della confisca dei beni monastici – prometteva, vita natural durante, una discreta pensione, sufficiente per vivere di rendita. Eppure, per fare un solo caso tra mille: nella città di Douai vi erano religiose di sei ordini (Cistercensi, Carmelitane, Brigidine, Cappuccine, Clarisse, Domenicane) per un totale di 357 donne. Non una sola accettò di rinnegare i suoi voti. Buona parte di quelle che furono cacciate dalle loro case cercarono una nicchia dove continuare nascostamente la vita di sempre, sperando che la tempesta passasse presto per potere ritornare in convento. Non sarà male ricordarlo
a coloro che pensano che le donne siano state sempre e comunque “vittime” del cattolicesimo, dove una banda di chierici, maschi, le avrebbe forzate a reclusioni
innaturali. Ci furono, certo, “monache di Monza”: ma ci fu anche una folla di monache che (nella Riforma protestante, nella Rivoluzione francese come, poi, in quella comunista o spagnola), nell’ora della prova, testimoniarono sino in fondo la fedeltà alla loro vocazione.

Per tornare a quelli della Trappa: quando fu chiaro che i giacobini avrebbero soppresso
tutti i monasteri, un uomo non si rassegnò e divenne una sorta di Mosé per i suoi confratelli. Si chiamava Louis Henry de Lestranges, divenuto dom Augustin tra i trappisti, tra i quali era entrato perchè, giovane e brillante prelato, temeva di essere nominato vescovo. Maestro dei novizi, avuto il permesso dei superiori di condurre chi volesse seguirlo oltre le frontiere francesi, riuscì ad ottenere dal Cantone svizzero di Friburgo la possibilità – limitata però a soli 24 religiosi – di installarsi nell’antica certosa abbandonata della Val Sainte. I monaci, nell’estate del 1791, viaggiarono oltre un mese (partivano dalla loro Normandia) su un grande carrozzone coperto da un telone: sotto di esso ricrearono la clausura e non rinunciarono ad alcuna delle loro severe regole. Arrivati finalmente in Svizzera, fecero ancora di più: riunitisi in capitolo decisero di rendere ancora più austero il loro già austerissimo stile di vita. E, questo, per impetrare da Dio perdono per i crimini della Rivoluzione. Nonostante le accuse di “eccessi, anzi di follia”, ancora una volta il rigore, invece di spaventare, attrasse molti verso la Val Sainte. Non solo: dom Augustim fu praticamente costretto a fondare la famiglia parallela delle Trappiste. Molte di quelle monache cacciate di cui dicevamo avevano varcato la frontiera e vagavano per l’Europa in cerca di una casa religiosa. Per loro fu aperto un monastero nella stessa vallata, dove accorsero subito numerose, non solo accettando la drastica Regola ma aggiungendovi ulteriori rigori, tanto che lo stesso dom Augustin, pur partigiano dell’ascesi spinta agli estremi, dovette intervenire per mitigarli. Dopo le donne, i giovanissimi sotto i 12 anni: erano i figli delle vittime della Rivoluzione, gli orfani e gli abbandonati dei decapitati e degli esiliati che i monaci accolsero e istruirono gratuitamente. In poco meno di sette anni, il monastero della Val Sainte, con quello attiguo femminile, divenne florido ed affollato di religiosi e di novizi, mentre in Francia ogni vita religiosa era estinta. Ma ecco che, nel febbraio del 1798, le truppe della Rivoluzione invasero la Svizzera, determinate – come al solito – a far piazza pulita di ogni “frateria”. Dom Augustin organizzò allora un’altra fuga: tutti e tutte – erano in totale 354 – decisero di seguirlo. Si organizzarono in tre colonne
che seguivano la stessa strada, a poca distanza l’una dall’altra: gli uomini, le donne e anche i bambini (60 maschi e 40 femmine), che avevano scelto di non lasciare i loro maestri. Le monache, su carri coperti, sull’esempio dei Padri sette anni prima, crearono il loro monastero mobile, cantando regolarmente le ore canoniche, alla pari di coloro che andavano a piedi. Tutti, malgrado le fatiche del viaggio, in montagna e in pieno inverno, seguivano le consuete restrizioni alimentari. Rispettato anche rigorosamente (e lo sarà per tutti gli anni a venire) l’obbligo dell’assoluto silenzio e la necessità di intendersi a gesti.

I fuggiaschi arrivarono a Vienna, dove trovarono un monastero vuoto: le religiose entrarono nella clausura, uomini e ragazzi si sistemarono negli edifici esterni e le comunità si riunivano nella chiesa per la preghiera e la salmodia. La cosa commosse i viennesi, che affluirono in massa per partecipare alla liturgia. Ma durò pochi mesi. L’Imperatore – pressato dai circoli anticlericali – confermò che avrebbe tollerato come ospiti i religiosi, ma a condizione che non accettassero novizi. Il coriaceo “abate itinerante”, dom Augustin, non poteva accettare: pensava al futuro, voleva continuare la catena millenaria della vita benedettina.

Provvidenzialmente, si era fatta trappista anche la principessa di Condé, legata per parentela allo Zar. Grazie alla sua intercessione, l’Imperatore di Russia inviò da Pietroburgo 30 passaporti: 15 per gli uomini, 15 per le donne. I religiosi erano autorizzati a prendere possesso di due edifici nella Russia Bianca. Ancora una volta si formarono due colonne separate, con i carri coperti per le monache, mentre quelli che non potevano partire si sistemavano qua e là per l’Austria, aspettando di potersi riunire ai confratelli e alle consorelle quando l’uragano fosse passato. Tutti, ormai, erano consapevoli di essere il seme da cui doveva rinascere la vita monastica. L’importante era resistere. I trenta si misero in cammino: la meta remota era la città di Orsa, nella parte orientale della Bielorussia, occorse attraversare l’Austria e poi la Polonia, su strade ridotte spesso a paludi, i religiosi con sacchi e zaini sulle spalle con le loro povere cose. Ma, ancora una volta, non si derogò in nulla alla severità della Regola, digiuni e astinenze comprese. Qualche volta si trovò qualcosa da mangiare (solo vegetali, come sappiamo) soltanto dopo mezzanotte, dopo ore ed ore di cammino, ma non ci si accostò al cibo per rispettare il digiuno eucaristico.

Finalmente, nel settembre del 1798, giunsero al rifugio concesso dallo Zar ma giunse presto anche il terribile inverno russo, con il termometro che scese sino a 35 gradi sotto zero. Eppure, non fu mai saltato l’impegno, anche notturno, dell’opus Dei, la salmodia liturgica. Qualche sacerdote ebbe le mani congelate, celebrando la messa senza guanti. I soldi mancavano anche per la legna, la popolazione era ostile, una volta un ladro si impadronì dei miseri risparmi di dom Augustin il quale, però, intervenne presso le autorità per implorare clemenza quando il malandrino fu arrestato. È lo stesso abate che, tre volte per settimana, si apriva un cammino nella neve alta per andare ad assistere spiritualmente le religiose, ospitate a qualche chilometro di distanza. Il Superiore raggiunse poi Pietroburgo, riuscendo ad impietosire le autorità e a ottenere che i monaci, le monache, i novizi restati in Austria potessero raggiungere anch’essi la Russia, poiché là dove erano era cominciata la persecuzione. Fu dato il permesso perchè, a piccoli gruppi, si disseminassero tra il Baltico e l’Ucraina. Malgrado le condizioni terribili, quel pugno di eroi della fedeltà alla vocazione avrebbe tenuto duro se, diciotto mesi dopo, non fosse giunto un altro ordine di sfratto: la
Russia era entrata in guerra con la Francia, nella Pasqua del 1800 tutti i francesi erano espulsi dall’immenso impero. Quelli e quelle di Orsa si imbarcarono sul fiume Bug, ancora mezzo ingombro di ghiacci ma, giunti al confine con i domini austriaci non seppero che fare: da una parte era vietato l’ingresso, sotto pena di arresto immediato, dall’altra c’era l’ordine implacabile di cacciata. Un monaco fu inviato verso Berlino per chiedere visti per la Prussia ma, in attesa, come sopravvivere ? La Provvidenza intervenne ancora una volta: in mezzo al fiume c’era una minuscola isoletta, considerata terra di nessuno, né austriaca né russa. Ottenute in regalo alcune vecchie tende da un colonnello cattolico, i monaci vi si sistemarono, mentre le monache restavano in mezzo all’acqua, sulle barche dove avevano viaggiato. Avevano ripreso il loro inestirpabile ritmo monastico quando furono raggiunti, quasi miracolosamente, dai confratelli e dalle consorelle sparsi negli altri luoghi della Russia. Così, i superstiti di coloro che erano fuggiti nove anni prima dalla Trappa della Val Sainte poterono riunirsi. Giunti i passaporti prussiani, si rimisero in cammino e raggiunsero Danzica, ma non poterono starvi che sei settimane. Grazie ad elemosine ricevute dai luterani (commossi, malgrado l’ostilità confessionale, da questi monaci che chiamavano “i perseguitati invincibili”) affittarono tre piccole navi e fecero rotta per Lubecca. Investiti dalla burrasca, per dieci giorni furono in balia delle onde ma alla fine, più morti che vivi, giunsero nel porto tedesco sul Baltico. Qui, fu dato loro solo qualche giorno per riprendersi: occorse presto ritornare sulle navi e dirigersi ad Amburgo, dove affittarono e attrezzarono alla meglio due case, una maschile e una femminile. Essendo in un grande porto con bastimenti in partenza per ogni meta, l’infaticabile padre Augustin decise di inviare un gruppo di monache in Inghilterra e ben trenta monaci negli Stati Uniti che si sarebbero rivelati una terra fertile per quel primo seme cistercense. Gli altri, e le altre, si trasferirono in Vestfalia dove, ottenuto un terreno incolto, costruirono con le loro mani due villaggi monastici in legno, fango, pietre raccolte tra le rovine. Ma ecco il Kaiser decidere di seguire le orme dell’Imperatore d’Austria: comunicò di tollerare nei suoi domini i profughi francesi
ma non l’accettazione di novizi. Una condizione, lo vedemmo, inaccettabile per l’abate, favorito però – questa volta – dal cambio della situazione politica: Napoleone aveva firmato il Concordato con la Chiesa, la Svizzera era stata evacuata dai francesi, il cantone di Friburgo dette il suo assenso. Così, partiti nel 1791, i trappisti ritornarono nel 1802 ai loro monasteri (peraltro nel frattempo devastati e mezzi demoliti) della Val Sainte. Seguirono, incredibilmente, 9 anni di calma ma, nel 1811, si riscatenò l’uragano: il Bonaparte riprese la guerra con la Chiesa, perseguitò ed espulse i religiosi che erano rientrati e se la prese in particolare con i trappisti che avevano rifiutato di prestare giuramenti per loro inaccettabili. La sua furia fu tale da ordinare anche al cantone di Friburgo di cacciare quelli della Val Sainte, sotto minaccia di dure rappresaglie. Monaci e monache si dispersero, con l’accordo di ritrovarsi appena possibile, ma prima escogitarono un espediente per tenere accesa la fiammella benedettina. Secondo un antico accordo tra il cantone e i certosini, i pastori e i boscaioli dei dintorni avevano diritto ad assistere alla messa della domenica nella chiesa del monastero. Sul luogo, dunque, grazie a quell’impegno, restò dom Etienne, al secolo Pierre Francois de Paule Marry, anch’egli un aristocratico convertito che, in tutti quegli anni, era stato l’infaticabile e santo priore dell’abate dom Augustin.

Dom Etienne ottenne di tenere con sé un frate converso e alla fine poté restare anche
il padre cellerario, cioè l’amministratore del monastero, con il pretesto che restavano ancora questioni amministrative da regolare. I tre abbandonarono solo l’abito monastico, che era stato proibito in pubblico: in realtà, in tutto il resto continuarono la vita trappista, per assicurarne la continuità. Pur nel nascondimento, la vita religiosa proseguì ininterrotta tra quelle montagne isolate.

Cadde, finalmente, Napoleone e, cessate le sue minacce, i religiosi poterono riprendere il loro amato abito bianco con lo scapolare nero e sulla Val Sainte affluirono gli uomini e le donne che si erano nascosti qua e là. Era forse finita? Ma no, c’era ancora una tappa da percorrere. Pressati dai cantoni protestanti, le autorità di Friburgo scelsero la tattica che i monaci avevano ben conosciuto: il solito divieto, insomma, di accogliere postulanti a quella vita. I monasteri della Val Sainte, inoltre, furono sequestrati per trasformarli in riformatori.

Fu così che dom Augustin (ritornato dall’America, dove aveva fondato varie case) dovette riformare le consuete tre colonne: uomini, donne, ragazzi, tutti carichi di fagotti e salmodianti. Questa volta, però, la meta era addirittura La Trappe, dove la riforma cistercense era nata e da dove erano partiti 24 anni prima. La furia rivoluzionaria non aveva lasciato che rovine dove sorgevano gli antichi e artistici edifici. Ma non mancava certo a quella gente di ferro la voglia di lavorare e la fiducia nella Provvidenza. Tutto fu amorevolmente ricostruito, la Regola – che non era mai stata abbandonata – ritrovava la sua sede naturale, mentre si susseguivano nel mondo le nuove fondazioni della Stretta Osservanza che fu poi costituita in Ordine Trappista, staccandola dai Cistercensi. Morirono, uno dopo l’altro, i protagonisti della gloriosa odissea (dom Etienne, la guida, con dom Augustin, delle peregrinazioni, se ne andò a 96 anni, malgrado ciò che aveva passato) ma i loro discendenti dovettero sperimentare una nuova cacciata: nel 1880 il governo della Terza Repubblica francese, braccio secolare della Massoneria, emanò un decreto di soppressione
secondo l’esempio giacobino. Ancora una volta i monaci dovettero andarsene, ancora
una volta l’abbazia fu rapinata, svuotata e infine ridotta a carcere. Solo dopo qualche
decennio i monaci – come sempre indomabili – riacquistarono quanto restava, si rimisero al lavoro, ricostruirono la loro casa. Ci sono ancora, tra quelle brumose foreste normanne, a testimoniare quale possa essere la forza di una vocazione radicale al nascondimento e alla preghiera.

© Il Timone