settembre-ottobre 2005 :: Il Timone :: Vivaio

L’etimologia è spesso illuminante. Ben pochi – un esempio tra mille – riflettono sul fatto che il verbo italiano educare viene dal latino e-ducere: cioè “portare fuori”. Fuori, cioè, dall’ignoranza. Ma questo non basta, almeno per un cristiano. Ci sono persone colte, magari coltissime secondo il “mondo”, che nulla sanno di ciò che davvero conta. Educare, per un credente, significa “portare fuori” anche dal conformismo, dalle idéés reçues, dalla menzogna, dalla ipocrisia di quel pensiero egemone che oggi assume il volto mellifluo del politicamente corretto. Spiace constatare che la pressione culturale e sociale è tale che anche non pochi pastori, oggi, dunque dei sacerdoti sembrano allinearsi – naturalmente, non rendendosene conto – alla vulgata “ignorante”. Parliamo, ovviamente, con il doveroso rispetto e con la necessaria umiltà. Ma che pensare delle dichiarazioni di un monsignore, intervistato dopo che una banda di giovani criminali, per “divertirsi” ha gettato da un cavalcavia di un’autostrada un masso di 50 chili ammazzando un paio di sventurati che transitavano ignari?

Quando, anni fa, ci fu il primo morto per questo tipo di “gioco” efferato, mi telefonarono da un’agenzia di stampa per uno dei consueti giri di opinioni. La vittima era una giovane donna, felice perché, assieme al marito, correva verso una sospirata vacanza. La pietra le sfondò il torace, agonizzò a lungo tra i vetri del parabrezza infranto, l’ambulanza arrivò troppo tardi. A caldo, dissi ciò che mi dettava l’istinto: ciò che auspicavo in quel momento era qualche cappio appeso a quel cavalcavia, da cui penzolassero quei “simpatici burloni”. E, come si faceva un tempo, lasciarli lì qualche giorno a dondolare nel vuoto, ad ammonimento. Magari con l’ausilio di un acconcio cartello al collo.

Forse, l’indignazione e l’orrore del momento mi presero la mano nell’indurmi a quella risposta che ovviamente, in un mondo di buonisti, fece scandalo. Ricordo, tra l’altro, Enzo Biagi che mi telefonò perché intervenissi a sostenere quella tesi in una sua rubrica televisiva. Non andai; e non certo per timore (il mio problema non è la prudenza bensì, ahimè, la temerarietà) ma perché il discorso era troppo complesso, impossibile da farsi con gli assurdi ritmi televisivi. Come spiegare che, in casi estremi, per il cristiano la pena di morte è legittima ma oggi non è opportuna, è impraticabile perché l’uomo moderno ha perso la prospettiva che giustificava un supplizio che, in una visione religiosa, era una carità verso il reo, oltre che un dovere verso la società? Cose che neppur più tanti teologi
sono in grado di comprendere. Figurarsi il telespettatore medio!

Sta di fatto che la banda assassina fu catturata e oggi, mi pare, i giovanotti sono di nuovo in circolazione, approfittando di indulti, sconti, assegnazione ai servizi sociali e quant’altro. E sta di fatto, anche, che – per il consueto fenomeno di imitazione – i lanciatori di massi si sono moltiplicati, sino ad arrivare di recente ad altri due morti. Ebbene, tra gli intervistati chiamati a dire la loro c’è stato anche, lo dicevo, un autorevole ecclesiastico. Il quale l’ha buttata nel solito sociologismo: il “disagio” dei giovani, la disoccupazione, la mancanza di divertimenti a buon mercato, la noia esistenziale, la scarsità dei corsi di educazione civica, l’influenza della televisione…

Insomma, la consueta langue de bois, come dicono i francesi, la “lingua di legno” che imperversa da decenni e che tutto giustifica, di tutto dando la colpa alla società, alle carenze della politica, alla mancanza di riforme e cose del genere. È rattristante, davvero, che un cristiano, anzi un sacerdote non ci ricordi innanzitutto il fondo oscuro che alberga nei cuori di ciascuno, il mistero di iniquità, la realtà inquietante che non può essere vinta se non «con la preghiera e il digiuno», come ammonisce Gesù. Il male, il peccato, gli agguati del maligno insomma: la possibilità, per ogni uomo, di essere santo od assassino. La deformazione è ormai tale che si crede di esercitare la carità togliendo ai rei la colpa, per buttarla addosso alla società in generale, alle strutture. A tutto fuorché alla libertà dataci dal Creatore – dono meraviglioso e terribile – di salvarsi o di dannarsi, di amare o di odiare.
Ma sì, sembra davvero che si debba ritornare alla e-ducazione, nel suo senso etimologico. È possibile che io esagerassi auspicando, d’istinto, i cappi attaccati al cavalcavia. Ma mi pare proprio che non sia auspicabile neppure, da parte di un cristiano, il giustificazionismo ad oltranza: lasciamolo ai superstiti sociologi “laici e democratici” di sessantottina memoria.
Terrorismo islamico

La stessa deformazione di mentalità sembra imperversare – anche qui, purtroppo, pure tra cattolici – nel gran dibattito sul terrorismo musulmano e sui modi di fronteggiarlo. Si sprecano non solo gli appelli al solito “dialogo” (parola magica, un passe-partout, la panacea di ogni male); ma, ancora una volta, ecco lo slittamento verso le banalità sociologiche, scambiate per discorsi risolutivi perché “a monte”, di gente che ha capito tutto.

Carlo Panella, un giornalista che viene dai gruppuscoli sessantottini ma che si è poi ravveduto, passando a un benemerito realismo, al confronto con i fatti senza il setaccio ideologico, ha scritto un libro sulle «radici del fondamentalismo islamico». Pagine che nascono anche da una conoscenza diretta di luoghi e persone, frequentate come inviato di televisioni e giornali. Riporto qui, perché non saprei dir meglio, un brano di una recensione apparsa su un diffuso medium laico: «Di fronte al luogo comune che vede nel terrorismo
islamico la conseguenza della povertà provocata dall’imperialismo e dal colonialismo occidentali, Panella ha buon gioco a definire questa tesi come “completamente priva di riscontro nella realtà». In effetti «in Algeria e in Iran, nazioni in cui il fondamentalismo
ha attecchito di più e che hanno iniziato il moderno terrorismo islamico, il reddito medio pro capite è radicalmente superiore a quello della maggior parte dell’Asia, dell’Africa e anche di alcune repubbliche del Sud America. La Mauritania, paese totalmente musulmano, è privo di terroristi, pur avendo un reddito miserrimo, pari a meno di un terzo di quello di algerini e di iraniani». Non basta: «Il reddito per abitante dell’Arabia Saudita, da cui provenivano ben undici dei diciannove dirottatori dell’11 settembre, è di quasi settemila dollari, cioè oltre il triplo di quello della Russia».

Smettiamola, almeno tra credenti, a cedere al riflesso condizionato, di derivazione paleo-marxista: massi gettati sull’autostrada? colpa della disoccupazione; terrorismo di ogni risma, e non solo musulmano? colpa della povertà e dello sfruttamento coloniale.

Terroristi nostrani

A proposito di terrorismo. Tutti, oggi, se ne dicono indignati, anche se spesso – come abbiamo appena visto – sbagliano radicalmente prognosi e diagnosi per un possibile rimedio. Chi, tra Europa e America, dedicherebbe una statua, una via, anche solo una lapide a un Bin Laden e ad altri burattinai della sua risma? Eppure, osserva un grande storico francese di origine italiana e specialista della nostra storia, Pierre Milza, non c’è forse comune
della Penisola che non abbia una via, un corso, una piazza, spesso una statua dedicati a Giuseppe Mazzini che è, dice pari pari lo studioso, «uno dei padri del terrorismo moderno». Ricorda, il professor Milza, come ai seminari della Sorbona alcuni reduci delle Brigate
Rosse, scappati in Francia per sfuggire a gravi condanne, come Oreste Scalzone, proclamassero «noi siamo i figli di Mazzini». E la platea di storici che ascoltava non aveva nulla di obiettare. Hanno obiettato invece, sdegnati, i superstiti cultori della memoria del Genovese che, dal sicuro rifugio di Londra, commissionava attentati e ordinava insurrezioni che finivano regolarmente nel disastro, oltre che nel sangue sparso e nei patiboli che ne seguivano. Ma la discussione è stata troncata da uno storico illustre che, sul Corriere della Sera, ha pubblicato – tra le mille possibili – una lettera di Mazzini del 1853 che così comincia: «Noi dobbiamo cospirare, procurarci bombe, usare passaporti falsi, e, se non possiamo
far altro, far la rivoluzione con i pugnali». Non c’è alcun Bin Laden che non sottoscriverebbe, entusiasta. Del resto, chi ricorda che legittimi tribunali inflissero a quel “Profeta dell’Ideale» almeno un paio di condanne a morte: e non per le sue idee, ma per le sanguinose azioni sue o da lui ispirate?

Chi erano Monti e Tognetti, che nel 1867, su istigazione di Garibaldi che marciava su Roma, facendo saltare in aria una caserma romana, provocarono una strage che coinvolse anche i civili e furono, e tuttora sono, onorati dai libri di testo mentre si maledice Pio IX i cui tribunali condannarono i terroristi? E chi ricorda che Guglielmo Oberdan – anche per lui l’Italia è piena di targhe di strade e di lapidi commemorative – era egli pure un terrorista in piena regola e che il suo “merito» era, per i patrioti, la scelta della vittima: l’imperatore
Francesco Giuseppe e, se possibile, il gruppo intero di principi che lo circondava?

Schiavitù da dimenticare

Sempre a proposito di contraddizioni e di ipocrisie. Non ho mai particolarmente apprezzato la scrittrice americana Susan Sontag, morta qualche tempo fa. Ciò non toglie che anche lei, ogni tanto, ne azzeccasse qualcuna giusta: non diceva san Tommaso che qualunque cosa vera si enunci, chiunque la enunci, viene dallo Spirito Santo? Così, pur senza scomodare il Paraclito, mi pare condivisibile il commento della Sontag davanti al gigantesco Memoriale all’Olocausto Ebraico eretto a Washington e sul quale vengono dirottate ogni giorno folle enormi di scolaresche americane per insegnare loro quanto erano cattivi “gli altri». Osservava, dunque, la scrittrice: «Per quale motivo nella capitale degli Stati Uniti, una città la cui popolazione è in prevalenza nera, non esiste un museo sulla storia della schiavitù? A dire il vero, un memoriale simile non esiste da nessuna parte, negli Usa. Creare un simile ricordo è considerato troppo pericoloso per la stabilità sociale. Il Museo dell’Olocausto è dedicato ad eventi avvenuti fuori dagli Stati Uniti e perciò il lavorio della memoria (il passato che non si vuol far passare) non corre il rischio di riaccendere contrasti. Istituire un ricordo di quel grande crimine che è stata la tratta e la schiavitù negli Usa sarebbe riconoscere che il male era anche qui. Gli americani preferiscono invece immaginare che il male era ed è sempre altrove ed essi – una Nazione unica, messianica, redentrice – ne sono
stati, come al solito, esenti. Invece di riconoscere che anche nella nostra storia c’è stato, e c’è, il crimine preferiamo proclamare che l’America è la soluzione e la cura». Come vediamo, è l’ultimo esempio, in Afghanistan e in Iraq…

Il “dialetto” del realismo

Non lo sapevo: l’ossessione irenica ha condotto pure alla creazione di una associazione mondiale chiamata “Linguapax” che vorrebbe portare alla concordia universale anche attraverso la difesa della varietà degli strumenti linguistici. Tempo fa, ha tenuto un
congresso a Barcellona dove, con toni veementi, si è denunciata la continua sparizione di lingue e dialetti: si estinguono i parlanti e, con essi, il loro modo di esprimersi. E questo, secondo “Linguapax” sarebbe un processo intollerabile e pericoloso, per contrastare
il quale, a Barcellona, è stato redatto un appello alle istituzioni internazionali. La cosa è sorprendente perché altri movimenti di utopisti – vedasi gli esperantisti – sostengono, al contrario, che la via della pace passa attraverso la creazione di un linguaggio comune
a tutti. Che i benintenzionati si mettano, dunque, d’accordo tra loro. Ma ciò che mi preme segnalare è che il vero pericolo sta proprio nella presunzione, tutta moderna – nasce, in effetti, con il Settecento illuminista europeo – che l’uomo possa, anzi debba, contrastare sempre e comunque lo svolgimento della storia, che debba bloccarne o favorirne i ritmi tanto lenti quanto misteriosi. Se un dialetto si estingue, se una lingua riduce il suo ambito di diffusione, è lecita la nostalgia dei discendenti di chi la parlava, è doveroso uno studio che ne fissi il ricordo, è benemerita una cattedra universitaria che ne studi la nascita, lo sviluppo, il declino. Ma accettare la storia, non pretendere di violentarla, significa anche accettare il sempre intricato complesso di ragioni che plasmano il destino dei popoli e delle loro lingue. C’è una morte anche per le parole: si estinguono quando tradizioni, cultura, economia e quant’altro non sono più vitali o lo sono meno di altre. Può rattristare, ma non
spingere a proclami aggressivi interventisti.

Se mi è lecito un riferimento personale: sono forse il primo, della lunga catena dei miei oscuri antenati, a pensare e a parlare sempre e solo in italiano e non in quella variante del “padano” (ammesso che esista) che è l’emiliano, anzi il modenese nella sua variante di Sassuolo e dell’attigua Fiorano. In quel linguaggio, tra l’altro, mio padre ha scritto alcune plaquettes di interessanti e – se non mi fa velo l’affetto filiale – credo belle, intense poesie.

Per quanto potevo, l’ho incoraggiato, lieto che venisse lasciata anche questa testimonianza
di un modo di parlare che capisco, che ha forgiato tutti coloro che mi hanno preceduto, ma nel quale non sono più capace di esprimermi, almeno correntemente. Ma né io né mio padre abbiamo mai pensato alla creazione di qualche velleitario “movimento” per salvare il sassolese dall’estinzione, per chiederne il rilancio con leggi apposite e con i carabinieri chiamati a sorvegliare che siano salvaguardati i diritti degli “emiliano-parlanti”.

Riconosciamo che è andata così, una lunga serie di secoli e di eventi ha finito coll’imporre all’intera penisola il dialetto di Firenze, non quello di Sassuolo: se è avvenuto, c’erano delle ragioni che non posso ignorare e i cui effetti non posso annullare. Per parafrasare la battuta del film famoso: «È la storia, bellezza!»

Non basta l’esperienza degli ultimi due secoli, quando – a partire dalla Rivoluzione francese e poi, via via, con tutte le altre rivoluzioni e utopie e ideologie che hanno trovato delle baionette – si è cercato di modificare la storia secondo i nostri desideri, provocando reazioni terribili? Che ciascuno esegua, ogni giorno, i suoi doveri: tra i quali, per la consueta “legge cattolica dell’et-et”, c’è anche quello di nutrire l’ideale, di fare il possibile per migliorare il mondo e, al contempo, di praticare il realismo, di rispettare il grande respiro
della vicenda umana in quanto non abbia di modificabile. Non lo si ripeterà mai abbastanza: niente è peggio degli effetti di tanti generosi quanto onirici “impegni” da intellettuale che ha in tasca il piano per un mondo come egli, appunto, lo sogna.

© Il Timone