Ricordò ai cristiani che la loro fede è Cristo

11 novembre 1980 :: Jesus, di Vittorio Messori

Cinque anni fa, nell’ottobre 1975, moriva don Giovanni Rossi. La sua lunga vita (88 anni e 8 mesi) terminava ad Assisi, nell’infermeria della Pro Civitate Christiana, mentre davanti al letto del malato un prete consacrava l’ostia della Messa. Nel momento, cioè, che si era sempre augurato per la sua morte.

Come spesso accade per chi molto ha vissuto, ha agito, ha fatto discutere, anche per don Giovanni Rossi questi primi anni dopo la scomparsa sono stati di silenzio. Esaurite le commemorazioni all’annuncio della scomparsa, pochissimo si è parlato di lui, quasi la sua persona non fosse stata al centro di oltre mezzo secolo di vita della Chiesa in Italia. Anche la sua creatura, la Pro Civitate Christiana, trascina da anni una crisi che appare grave. Abbandonata da molti suoi giovani, ridotta ad alcune decine di “volontari” dall’età media ormai elevata, l’associazione continua alcune attività che non hanno certo più la risonanza di un tempo. Anche la voce esterna della Pro Civitate, il quindicinale La Rocca, sembra affievolita. Drasticamente ridotto nel numero degli abbonamenti, spesso più simile a un bollettino di sindacalisti, di sociologi o magari di psicologi, il giornale che don Rossi aveva voluto “esplicitamente cristologico” ha scelto invece la strada della “animazione dall’interno”. Tentare, cioè, di risalire al Vangelo attraverso la scoperta e la rilettura delle realtà terrene.

Sembra dimenticato il monito che lo stesso Raniero La Valle (il cattolico ora -senatore- indipendente nere liste comuniste) aveva lanciato ai “volontari” il giorno dopo la morte di don Giovanni Rossi: molti sono i servizi nella Chiesa, quello della Pro Civitate Christiana deve essere .chiamare il Signore per nome.

Un programma che per tutta la vita è stato quello di don Giovanni, questo prete lombardo dalla formazione clericalissima, dalle precoci esperienze curiali (fu chiamato subito alla segreteria del Cardinale di Milano, Andrea Ferrari) e che pure non restò invischiato dalla routine ecclesiastica. Uomo di buone letture, sempre informatissimo, non ebbe però mai tentazioni intellettuali: capì anzi presto che se la predicazione cristiana sembrava ormai infruttuosa era perché il suo cuore e la sua essenza, Gesù di Nazareth, erano sepolti sotto teologie, ecclesiologie, morali, che ne nascondevano il volto.

In tempi quasi di “ecclesiolatrìa”, don Rossi, pur fedelissimo alla Chiesa, capi che l’annuncio doveva innanzi tutto riguardare il Fondatore più che la Fondazione. Si verificò così per decenni un fatto paradossale e a suo modo “scandaloso”: che cioè sembrò rivoluzionario e del tutto nuovo che dei cristiani si rivolgessero alla gente parlando innanzi tutto del Cristo.

Per realizzare il suo programma di rievangelizzazione di tutti gli ambienti sociali (dagli operai agli artisti, dagli scrittori ai cineasti) don Rossi si servì di laici. E in questo senso si vide in lui un precursore delle intuizioni conciliari. In realtà, i suoi laici erano tali soprattutto per un suo piano strategico: per raggiungere in giacca e cravatta luoghi ormai preclusi alla tonaca del prete o al saio del religioso. Non a caso, il Vaticano II scatenò nei “volontari” formalmente laici (ma legati con promesse religiose) una crisi di identità che si pensò di risolvere con nuovi sofisticatissimi statuti della Pro Civitate Christiana o con psicanalisi di gruppo che portarono all’abbandono in massa della comunità. Altri restarono legati, ma in modi assai elastici: lasciando cioè la vita comunitaria nella Cìttadella di Assisi e impegnandosi, come lievito in ambienti esterni e scristianizzati. Una scelta rispettabilissima ma che non coincideva più con il programma di don Rossi che voleva il gruppo compatto nelle attività di Assisi.

Tra gli altri motivi di crisi, l’insufficiente distacco dai “potenti” che generosamente sovvenzionarono la costruzione della “Cittadella”. In realtà, don Giovanni Rossi non si lasciò mai condizionare né tantomeno ricattare da questi “amici e benefattori”, conservando sempre indipendenza per sé e per i suoi. Ma, nel mutato e un po’ concitato clima del dopo-Concilio quei contatti parvero imbarazzanti.

La storia (che dovrà pur fare i conti, prima o poi, con questa figura davvero “storica”) darà il suo giudizio su questi assetti del prete giunto povero, sospettato emarginato ad Assisi dopo avere dovuto abbandonare la sua prima creatura, la Compagnia di San Paolo. Si potranno e si dovranno discutere certe scelte, che andranno comunque inquadrate nel clima dei tempi. Qualcosa è però ornai acquisito in modo definitivo: il tentativo di rievangelizzazione portato avanti con tutti i mezzi e per decenni da don Giovanni Rossi non ha termini di confronto nella storia italiana di questo secolo. Con fantasia e tenacia, con umiltà e consapevolezza dei suoi mezzi questo prete insieme tradizionale e moderno (in ciò affine a un suo grande amico, Angelo Roncalli) dedicò ogni ora della sua vita a un programma semplice e straordinario: ricordare a un Paese di cristiani spesso solo “sociologici” che l’essenza del cristianesimo è Cristo. E che nel Cristo la vita e la cultura moderna possono trovare un punto di speranza e di ricomposizione.

Fermissimo nelle sue idee, che anzi non mutò mai sotto la spinta dei tempi, fu eccezionale promotore del dialogo quando ancora da una parte e dall’altra ci si scambiava anatemi.

Anche qui bisogna intendersi: “dialogo”, per lui, sembrava spesso significare un accorgimento tattico per ricondurre i “lontani” al Cristo. Eppure, per anni, la Cittadella di Assisi restò il solo luogo in Italia dove accanto al vescovo e al cardinale si poteva incontrare l’intellettuale radicale o il sindacalista marxista. E non mancarono infatti i”moniti” dalle gerarchie allarmate per questo spazio aperto giudicato pericoloso.

Di don Giovanni Rossi restano due comunità in difficoltà (la Compagnia di San Paolo e la Pro Civitate) e alcuni libri di spiritualità, tra cui il breviario cristiano che riassume la sua visione di moderno apostolato. Sembrerebbe poco per chi guarda alle cose dall’esterno e giudica solo il concreto. Ma, nel campo che scelse dì lavorare, ciò che conta non è quel che appare agli uomini ma a Dio. E Lui solo sa che cosa abbiano significato per migliaia di anime le sue parole, le sue lettere brevi, ma sempre tempestive, i suoi gesti di affetto e di amicizia, lo spirito che cercò ci! infondere in tanti giovani. Che magari scelsero strade diverse ma non abbandonarono la tensione che era sua: annunciare in ogni modo che, ora più che mai, «Gesù è il Signore».

© Jesus