Quella volta che mi sconvolse

n. 40 del 1994 :: Sette del Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Le carte da gioco di cui spesso si serviva vegliavano la diffidenza di chi sospettava di essere il più abile e raffinato dei prestigiatori. E invece, ripeteva, quelle carte non erano che un mezzo comodo ed efficace per darsi ai suoi «esperimenti» delle capacità nascoste dell’uomo. «Esperimenti» non fini a se stessi, non divertissement eleganti, ma perseguiti per far riflettere ben più che per sbalordire. Ma anche la sorpresa, talvolta il timore, il desiderio dell’ospite di fuggire da quella casa inquietante di via Silvio Pellico 31, presso il parco del Valentino, avevano per lui un valore pedagogico: mostrare – con fatti tanto concreti quanto inspiegabili – l’angustia degli schemi illuministi, l’errore di confondere la vera «ragione» con il gretto scientismo ottocentesco.

Credente, ma non nel vago Dio degli gnostici, degli umanisti, dei sincretisti, bensì nel Dio di Gesù Cristo (anzi, nel Dio cattolico, malgrado i legami, anche familiari, con l’Europa nordica), Gustavo Adolfo Rol praticava con coerenza un suo straordinario “apostolato”. Come mi confermò nell’ultima telefonata, alcuni mesi fa, le capacità che solo Dio, diceva, gli aveva dato le utilizzava per confondere gli atei, per far riflettere gli agnostici, per confermare i cristiani. I suoi funerali religiosi – in quel grigio quartiere di San Salvarlo dove si fiancheggiano il tempio valdese, l’ebraico, la chiesa salesiana voluta da don Bosco sono stati l’ultima affermazione di fede. Si conversava, un giorno (era con me Giuditta Dembech) nel grande salone in stila Impero, in attesa di trasferirci nell’ambiente attiguo per gli «esperimenti». Si venne a parlare di quel Cottolengo dove Rol (mi dicono) era una presenza abituale e benefica e come si sa, non vive che ciò che, giorno per giorno offre la Provvidenza. Sapevo bene che non mai voluto approfittare per sé delle sue capacità inspiegabili. Ma per qual motivo non per gli altri? «Dottor Rol», gli chiesi dunque, perché, con questa sua possibilità, mille volte provata, di “prevedere” ciò che uscirà dal mazzo di carte o da una roulette, non sbanca un casinò? Perché fili nella tasca interna della sua giacca. E non sottrarre qualche miliardo a quegli chiuda bene il bottone!. Eseguii, ritorspeculatori per dirottarli verso chi ne ha nai al mio posto. Rol non si era mosso bisogno?».

Sorrise e lasciò cadere la domanda. Poco dopo, ci sedemmo attorno al gran tavolo antico. Lui era a un capo, io a un altro, a notevole distanza uno dall’altro. La luce nell’ambiente era piena: non era ancora del tutto buio e i lampadari di cristallo erano accesi. Dopo qualche incredibile quanto consueto – per lui – «esperimento» con le carte, misi rivolse all’improvviso: «Caro amico, voglio rispondere alla sua domanda. Si alzi, nel cassetto di quel tavolino troverà una risma di fogli bianchi. Ne prenda alcuni, li esamini uno ad uno, ne controlli la filigrana in controluce. Poi li ripieghi in quattro e li infili nella tasca interna della sua giacca. E chiuda bene il bottone!” Rol non s’era mosso dal suo, non ci si era sfiorati. Per un attimo piegò la testa all’indietro, «scrisse» nell’aria con una sua matita – famosa tra i suoi frequentatori – rivestita di bambù. Subito dopo mi disse di estrarre dalla giacca i fogli bianchi che avevo controllato a uno a uno e che io solo avevo toccato. Sul foglio più interno stava scritta, a matita, la risposta alla mia domanda- «Sarebbe una beneficenza fatta senza sacrificio, quindi non avrebbe valore alcuno (qui, una parola indecifrabile, ndr, forse “nei confronti”) dello spirito di Rol».

Volle che gli consegnassi il foglio: con la stessa matita (anche se in carattere più marcato) e con la stessa calligrafia – era inconfondibilmente sua quella «apparsa» di colpo nella mia tasca, quasi che la grafite si fosse depositata venendo dall’aria – scrisse: «Proprietà del dottor Vittorio Messori, 11 aprile 1989. R». Lo arrotolò e melo consegnò «per ricordo».

Quando, tempo dopo, mi capitò di raccontare l’episodio (uno tra i mille e mille che tanti possono narrare), trovai, naturalmente, chi volle convincermi che, malgrado tutto, «il trucco c’era». Ho vagliato ogni obiezione ma nessuna, onestamente, mi sembra reggere. Così, preferisco guardare ogni tanto quel pezzo di carta per ricordarmi che «ci sono più cose tra cielo e terra…», con quel che segue. Lodo e incoraggio coloro che ci esortano alla prudenza, anzi alla diffidenza. Eppure, chissà – in un mare di illusioni, errori, truffe – esiste anche una pepita di verità che non può essere rifiutata proprio dai cristiani: da coloro, cioè, che credono che nel mondo abbiano posto anche l’imprevisto e l’inspiegabile; che ammettono che il Mistero è ben più grande della nostra «scienza».

© Sette -Corriere della Sera

4 commenti
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