Occhio a quei testimoni

novembre 1986 :: Vita Pastorale, di Vittorio Messori

Tra i colleghi e gli amici, qualcuno mi accusa di essere troppo “tollerante” con i Testimoni di Geova, di parlarne con un pizzico di ammirazione (che va alle persone, si intende, non certo alla dottrina, così manifestamente inaccettabile). Io rispondo che è una ben strana Chiesa, questa nostra di oggi: si moltiplicano le occasioni ecumeniche con chiese come quelle protestanti “storiche”, in alcuni casi ridotte al lumicino per numero di aderenti e per pratica religiosa; e spesso, i superstiti, più che “religione”, fanno sociologia, sindacalismo, politica. (E chi mi sospettasse di pessimismo, vada un po’ a controllare se non sono per caso piatti gli elettroencefalogrammi di certe già potenti e magari temibili -per le minoranze cattoliche – “chiese di stato” dell’Europa nordica).

Comunque, chissà perché, è di bon ton dialogare con le antiche comunità nate dalla Riforma ma che, almeno a viste umane, sembrano ormai rappresentare il passato. Mentre si arriccia il naso se si guarda con l’attenzione che meritano a gruppi come quelli dei Testimoni di Geova (figli legittimi anch’essi, checché se ne dica, del principio del “libero esame” dei riformatori del XVI secolo) che sembrano davvero rappresentare il futuro del mondo protestante. Non si dimentichi che, in quasi tutti i cento e più Paesi del mondo in cui sono presenti, sono la comunità religiosa in più rapido sviluppo e con maggiore compattezza e dinamismo.

Ora anche la Chiesa ufficiale sembra essersene accorta: ma, per muoversi, con un documento apposito, è stato forse necessario scoprire che quei Testimoni in pochi anni (erano alcune decine nel dopoguerra) sono diventati la seconda confessione italiana, lasciando dietro e di gran lunga con i loro circa 400.000 aderenti in rapidissima crescita – i protestanti di altre denominazioni e gli ebrei. Anzi: mentre anche gli ultimissimi sondaggi denunciano impietosamente un’ulteriore discesa della frequenza alla messa, mentre la sola presenza storica “non cattolica” italiana, quella valdese, si fa sempre più ridotta (è stato denunciato anche al recente Sinodo di Torre Pellice), mentre il calo della natalità e matrimoni misti falcidiano sempre più anche la già piccola presenza ebraica; mentre tutto questo avviene, ogni anno, nei loro raduni che riempiono enormi stadi, i Geovisti celebrano trionfi almeno numerici e immergono nelle piscine altre migliaia di persone che all’anagrafe risultavano battezzate cattoliche.

Perché hanno successo?

Perché, dunque, capita ancora di incontrare “specialisti” di queste materie (o addirittura responsabili di pastorale) che vanno alla ricerca, spesso infruttuosa, di interlocutori ecumenici tra le comunità “socialmente accettate” e si scandalizzano quando si accenna loro ai Testimoni di Geova? Statisticamente, per ciascun italiano c’è la certezza che nei prossimi cinque anni un suo parente, un suo amico, un suo conoscente entrerà in quella che definiscono sprezzantemente “setta”. È certo che soprattutto qui in Italia (subito dopo gli Stati Uniti, la nostra è la nazione più proficua per l’apostolato geovista) dovremo fare i conti anche con una loro presenza crescente a livello di influsso sulla società, malgrado la loro scelta di apparente “separatezza”:succede infatti che molte aziende, dovendo scegliere personale per posti di responsabilità, diano la preferenza ai Testimoni perché danno garanzie di assoluta onestà e moralità, non praticano sindacati, lavorano con uno zelo a tutta prova.

Lo rito: occorre distinguere tra persone e messaggio. E non occorre una gran cultura biblica per rendersi conto che quello geovista non è che una ennesima, seppure particolarmente efficace, riedizione del millenarismo escatologico che minaccia da sempre, magari in modo sotterraneo, la fede cristiana. Troppo facile fare dell’ironia sui loro, sempre delusi, annunci della fine. Come si sa, visto che per il 1914 non c’è stata la parusia pubblicamente annunciata, si è ricorsi all’escamotage di dichiarare che in realtà c’è stata, ma “invisibile”. O, almeno, quello non è stato che l’inizio. E dire che se c’è qualcosa di chiaramente inculcato nel Nuovo Testamento è proprio la necessità per il cristiano di astenersi dal fare simili conti! Tanto Tanto che una delle “croci” degli esegeti è sempre stata quella perentoria dichiarazione di Gesù di non sapere neppure Lui «il giorno e l’ora».

Ma il problema posto ai cattolici da così semplicista, spesso contraddittoria e per giunta smentita dalla storia, riescono a mietere tanti successi? Perché il nostro sofisticato sistema teologico-morale, con due millenni di esperienza e magari di glorie alle spalle, spesso non riesce più a penetrare sotto la crosta dell’indifferenza, mentre ci riesce una riedizione all’americana del decrepito cocktail millenaristico? Perché il cattolico medio sembra insofferente persino dell’astinenza dalle carni al venerdì (e infatti ci si è affrettati a togliere questo “incomodo”), mentre vediamo gente come noi preferire la morte per sé e i figli a una trasfusione di sangue, vediamo alcolisti e tabagisti impenitenti rinunciare di colpo a vino e sigarette, vediamo figli della società permissiva praticare la più austera astinenza sessuale? Non c’è qui forse un monito? Che non ci sia stato qualcosa di sbagliato nella strategia di questi anni: «chiedere il meno possibile per cercare di trattenere qualcuno in più? E non dice proprio nulla il coraggio, la cocciuta metodicità dell’apostolato porta-porta di ciascun Testimone, che sacrifica così le ore libere. dal lavoro? Chi, tra noi, ha ancora quella tensione missionaria, sente ancora il bisogno di bussare alle porte per dire di avere trovato in Cristo verità e vita? E i nostri responsabili della catechesi, hanno mai esaminato con quale straordinaria efficacia, sapienza psicologica, bravura grafica siano redatti i testi e le riviste di formazione che la Congregazione distribuisce in milioni di esemplari a prezzi ridicoli?

No, davvero: qui c’è poco da ironizzare. Sarà anche importante, non nego, il dibattito ad altissimo livello con il cattedratico calvinista o luterano autore di tomi monumentali di esegesi e teologia. Mala realtà pastorale concreta è fatta di ben altro. Non dimentichiamo il professore tedesco o olandese, ma ricordiamoci anche dell’operaio, del contadino, dell’impiegato che un bel giorno si mettono a bussare, porta dopo porta, infiammati da una Scrittura, seppure made in Brooklyn.

© Vita Pastorale

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