novembre 2007 :: Il Timone :: Vivaio

Credo proprio che nessun cattolico – ma, direi, nessun cristiano “normale” – abbia atteso con ansia e seguito con passione i lavori della terza Assemblea Ecumenica Europea svoltasi all’inizio di settembre. Anzi, sono certo che la maggioranza dei credenti non ha neanche saputo che a Sibiu, in Romania, quasi tremila persone (sempre le stesse, ci sono i “professionisti dell’ecumenismo” che non fanno altro che girare da un incontro all’altro) si sono radunate per l’ennesimo “confronto”. Suonano grottesche le proteste di quanto resta del cosiddetto progressismo cattolico – composto ormai quasi interamente da settantenni, vedovi della contestazione postconciliare – secondo il quale papa Benedetto XVI avrebbe deciso di compiere in quei giorni il suo pellegrinaggio mariano in Austria «per togliere visibilità all’assemblea di Sibiu». Machiavellico davvero, questo papa Ratzinger! Come se le folle si accalcassero davanti agli schermi televisivi per sapere quanto succedeva a Sibiu

e, a causa del complotto vaticano, ricevessero solo notizie da Vienna e dal santuario di Mariazell. La “visibilità” di simili assemblee, in realtà, è di per sé molto fioca per molti motivi, a cominciare dalla sterilità, ormai comprovata, di un ecumenismo affidato ad esperti, professori, parolai in genere che rappresentano, spesso, poco più che se stessi. Ricordo un lungo colloquio con Hans Urs von Balthasar, il famoso teologo morto poco prima che Giovanni Paolo II potesse farlo cardinale, come aveva deciso. Passai con lui alcune ore nella sua casa di Basilea (da quell’incontro ricavai anche un piccolo libro), dove ero andato a trovarlo perchè era stato uno dei pochissimi grandi nomi della teologia che difendesse il cardinal Joseph Raztinger per ciò che mi aveva detto in Rapporto sulla fede.

Von Balthasar era stato tra i pionieri dell’ecumenismo, necessità quotidiana nei Paesi di lingua tedesca dai tempi dei Trattati di Westfalia (cuius regio, con quel che segue…) e vi si era anche impegnato molto. Celebre la sua amicizia con Karl Barth, secondo molti il maggior teologo protestante del secolo scorso: i due, per anni ed anni, avevano confrontato i rispettivi punti di vista, chiarendo equivoci e trovando anche insospettati luoghi di contatto e non di contrasto. «Ma poi? – mi disse von Balthasar – Che farsene, poi, dei risultati, visto che, come ogni protestante, Barth rappresentava solo se stesso e nella sua prospettiva riformata non c’era alcuna autorità in grado di impegnarsi, di recepire i risultati del dialogo? Proprio qui si vede la necessità del “principio petrino” cattolico, di una gerarchia e di un magistero autorevoli e responsabili per tutta la Chiesa».

La frammentazione infinita e continuamente crescente del mondo protestante dove, all’interno delle stesse comunità, ciascuno, stando al “libero esame”, ha diritto a pensarla a modo suo, impedisce che da un accordo ecumenico personale si passi a uno ecclesiale. E ammesso che una comunità evangelica intera accetti quanto stabilito in un incontro, questo non riguarda affatto le altre mille: le quali, anzi, di solito reagiscono polemicamente.

Ma il problema è irrisolvibile anche per le Chiese d’Oriente, quelle greco-slave dette – comunemente, ma impropriamente – “ortodosse”. Qui, lo si sa, ogni Chiesa è “autocefala”, cioè è autonoma, si riconosce soltanto nella sua gerarchia, di solito nazionale. Il Patriarca di Costantinopoli è venerato da molti – non da tutti – gli ortodossi, ma come erede di una tradizione storica di onore, non certo di primazia. La sua accettazione di un accordo ecumenico riguarda soltanto i suoi fedeli diretti, ridotti tra l’altro al lumicino dalla secolare pressione turca.

Per passare poi al “dialogo” con ebrei e musulmani: mondi frammentati, anch’essi senza qualcosa che rassomigli al sistema piramidale cattolico con al vertice il Papa che ha autorità effettiva su tutta la Chiesa. Non c’è né un “Capo” né una gerarchia né un’unità interna: islamismo e giudaismo sono mondi complessi, i cui frammenti sono spesso in lotta tra loro.

Insomma, assemblee come quella di Sibiu sono soprattutto simpatiche riunioni di vecchi amici visto che, lo dicevamo, c’è ormai chi fa il “dialogante di professione”. Alla fine, si stende un documento che dice tutto e nulla e si fissa la data del prossimo incontro che sarà, ovviamente, altrettanto simpatico e permetterà di scambiarsi informazioni e gossip religiosi e insieme familiari, vista l’ormai lunga consuetudine tra quei soliti noti. Ma, visto che si accenna ai documenti finali, mi pare da segnalare che quello steso nella recente assemblea in Romania contiene questa frase, scontata e ovvia per dei cristiani: «Riteniamo che ogni essere umano sia stato creato a immagine e somiglianza di Dio e meriti lo stesso grado di rispetto e di amore nonostante le differenze di credenze, cultura, età, sesso, origine etnica». Durante la stesura, la delegazione cattolica e alcune di quelle ortodosse avevano ottenuto che la frase continuasse con queste parole: «… dal concepimento alla morte naturale». Ma molte comunità protestanti non hanno voluto accettare una simile formulazione, proponendo: «dalla nascita alla morte». Le ragioni del cambio proposto dai riformati sono evidenti, e proprio per questo rattristanti: parlando di «nascita» invece di «concepimento» non si condanna l’aborto; e, dicendo semplice-mente «morte», si permette l’eutanasia. Si sa che la triade del secolarismo – divorzio, aborto, eutanasia – è intoccabile per il protestantesimo liberale, allineato anche qui, come purtroppo in molto altro, alla mentalità egemone del “mondo”. Alla fine, visti i contrasti, a Sibiu non se ne è fatto nulla e, semplicemente, la frase non è stata completata, le parole – nel documento finale – sono sparite. Con esse, però, è spa-rita anche la specifica prospettiva cristiana, con la sua difesa della vita dal primo inizio alla fine naturale. È rimasta solo l’ovvietà di una dichiarazione di eguaglianza tra gli uomini per riaffermare la quale non valeva certo la pena di riunirsi in Romania, bastando rivolgersi, per una consulenza, a – chessò? – un Walter Veltroni.

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Juego de pelota

Un lettore sudamericano (ne ho molti, e assai vivaci, da quelle parti, grazie alle traduzioni in spagnolo e in portoghese) mi segnala che nella capitale del suo Paese, nella regione andina, c’è un grande museo etnologico dove sono conservati i reperti delle culture prima di Colombo. Aggiunge, quel lettore che, tra i molti oggetti, c’è anche un’immagine che rappresenta «un juego de pelota», un gioco al pallone praticato prima dell’arrivo degli spagnoli e da essi subito vietato. Così spiega la targhetta, lanciando al visitatore un segnale preciso: oltre al resto, erano anche nemici dello sport e degli onesti divertimenti, quei fanatici invasori venuti dall’Europa ad imporre un cattolicesimo intollerante a pacifiche culture! In effetti, c’è da rimanere perplessi: perchè vietare un gioco tradizionale?

Ma il lettore mi svela l’arcano (e il trucco): soltanto, però, i pochi che acquistano il grosso catalogo e hanno la pazienza di leggerselo, scoprono com’era davvero quel juego de pelota. Poiché le guerre, in quella zona, erano continue e terminavano in stragi reciproche, si era trovato un modo per limitare, almeno, la mattanza. Invece che al conflitto generale, ricorreva al confronto tra alcune centinaia di giovani di una parte e dell’altra, giovani che – secondo complesse regole – si contendevano una grossa palla di legno. La “squadra” che era dichiarata vincitrice da arbitri tratti da altre etnie neutrali in quel conflitto, procedeva subito, su tutti i giovani vinti, al rito sacrale dello scotennamento, praticato dagli indios del Sud come dagli indiani del Nord. Ma gli spagnoli lo vietarono e riuscirono ad estirparlo, mentre gli inglesi non se ne curarono e lasciarono che gli indigeni continuassero a praticarlo. Comunque, dopo essere stati scotennati, quelli che avevano perso “alla pelota” erano scannati, dal primo all’ultimo. Dopodichè, si attendeva un altro motivo di conflitto per dedicarsi a una nuova partita. C’è forse da scandalizzarsi se i conquistadores, che pure non erano sensibili signorine, misero fine a quel tipo di sport?

Il modo di procedere di quel museo sudamericano è comunque esemplare: si tratta di un caso classico di “tattica della mezza verità”. Ci fu il divieto di una pratica, è vero; ma non si spiega perché vi si giunse. O lo si spiega in modo che, come avviene in quel caso, sia accessibile a ben pochi. È una tattica che si incontra spesso, nel ginepraio delle leggende nere anticattoliche.

La falda s’alza. No, s’abbassa

Uno dei classici per i cronisti, quando anch’io lo ero, era l’inchiesta allarmata ed allarmistica sul cosiddetto «abbassamento della falda». In città industriali come Torino e Milano, gli stabilimenti non attingevano dagli acquedotti comunali ma pompavano direttamente dal terreno le enormi quantità d’acqua necessarie alle lavorazioni. Da qui l’abbassamento, appunto, della falda acquifera e la necessità si scendere sempre più in basso con le trivelle e i tubi per la captazione. La piaga dei cosiddetti “ambientalisti” era già aperta, anche se ancora non si erano organizzati in partiti “verdi”. Così, noi cronisti andavamo a intervistare quei signori che avevano scoperto l’ecologia e che, immancabilmente, prevedevano disastri, arrivando ad ipotizzare non soltanto danni irreversibili per l’agricoltura (il liquido non sarebbe più risalito alla superficie, uccidendo ogni vita con la siccità) ma addirittura il crollo delle città. Con accenti “scientifici”, infatti, spiegavano che il terreno stava perdendo consistenza, che l’equilibrio naturale era rotto da quell’abbassamento e, dunque, le fondamenta dei palazzi prima o poi avrebbero ceduto. Il tempo è passato e sono passate anche le industrie. “Terziario” e, poi, “quaternario” hanno sostituito il settore “secondario”, quello cioè industriale. La produzione si è spostata in altri Paesi, nelle città non ci sono più grandi stabilimenti e il pompaggio dell’acqua si è interrotto. La situazione si è dunque rovesciata: non un “abbassamento”, bensì un “innalzamento” della falda. Ecco dunque che tocca ai cronisti di oggi andare e intervistare gli ambientalisti che talvolta, anche se incanutiti, sono gli stessi di ieri. Il problema è il contrario di prima, ma il catastrofismo è quello di sempre. Così, ho riso di gusto vedendo, su un quotidiano milanese, una mia vecchia conoscenza, un attempato guru “verde” prevedere – guar-da un po’ – il crollo delle città. L’acqua, salendo, invade le fondamenta e le corrode, prima o poi Milano e Torino cadranno. Un buon esempio, uno tra gli infiniti possibili, di che co-sa siano quelle “ecobufale” che trovano, purtroppo, terreno fertile anche in quanto resta del mondo cattolico, dove i Maestri, i veri, sono spesso sostituiti da simili santoni, non sai se più ridicoli o dannosi. Ma forse, entrambe le cose.

Vocazioni, urge pregare

A proposito di “mondo cattolico” e di “quel che ne resta”, come dicevo sopra. Stando all’antica tradizione, Francesco d’Assisi passò per la Valle di Susa, allora il corridoio d’Europa. Il santo e il gruppo di frati che lo seguivano furono accolti da Beatrice di Savoia che chiese per devozione a Francesco un pezzo della sua povera tonaca. Avutolo, gli regalò in cambio un terreno nella città di Susa per costruirvi un convento. Era il 1213. Sono passati 763 anni e, in queste settimane, il convento di San Francesco sta chiudendo per sempre i battenti. «Quattro frati è per noi il minimo per una comunità e qui sono rimasti in tre, per giunta anziani e uno molto malato e non abbiamo più nessuno da mandare di rincalzo», spiega il Padre provinciale. La chiesa sarà il solito luogo turistico e il convento il solito “centro culturale”, l’ennesimo “luogo d’incontro” gestito dal Comune.

In sette secoli e mezzo, guerre, invasioni, distruzioni, soppressioni, cacciate non erano mai riusciti a spegnere tra quelle mura la vita religiosa: anche se sospesa temporaneamente per cause di forza maggiore, quella vita era sempre ripresa, vigorosa e indomabile. Ciò che non riuscì ai tiranni, ai persecutori, ai violenti è riuscito alla cultura, se tale è, ell’Occidente secolarizzato. Ma quello di Susa non è che un caso tra mille altri. Non c’è mese in cui, nelle cronache locali, non mi capiti di leggere della chiusura, per esaurimento delle forze, di asili, scuole, istituti gestiti da religiosi, soprattutto suore delle molte congregazioni sorte tra Ottocento e Novecento.

C’è chi si consola assicurando che, se si spengono tanti istituti di “vita attiva”,vigoreggiano quelli di “vita contemplativa”. Dipende: non ovunque e non per tutti è così. Vi sono monasteri fiorenti ed altri dove poche vecchie, o vecchi, attendono nella penombra e nella solitudine l’estinzione. Mi è difficile dimenticare l’amarezza che mi colse quando, ospite nientemeno che della madre di ogni casa benedettina, quella di Montecassino, venni a sapere che anche lì si stava scendendo sotto il limite (12 monaci) perchè vi sia abbazia e che bisognava studiare una soluzione che salvaguardasse l’autonomia di altri monasteri e, al contempo, la vita di quello cassinense, spostando lì qualche religioso. Montecassino a
rischio di chiusura causa mancanza di vocazioni! Più che mai, un caso esemplare. Se la situazione italiana è preoccupante, all’estero è talvolta disastrosa e in alcuni Paesi si è ormai giunti sino all’estinzione quasi completa della vita religiosa tradizionale.

Stracciarsi le vesti? Inveire contro “la nequizia dei tempi”? Sfiduciarsi? Non credo, pur confessando la tristezza che coglie anche me nel vedere ridotte a “lucignoli fumiganti” comunità religiose onuste di secoli, di glorie, di santità. Mi pare, però, che ciò che occorra sia un serio esame di coscienza, di noi tutti che ci diciamo credenti. Gesù è molto chiaro: gli operai da lui inviati nei suoi campi dipendono dalla nostra preghiera. La chiamata a seguirlo è legata alla nostra invocazione. Ma poi, sta a Lui stabilire la destinazione di quegli operai. La Chiesa è un organismo vivo, dove alcune parti fioriscono e altre deperiscono, sino a morire. La Chiesa è al contempo immutabile e sempre in mutazione e fermento.

Come mostrano venti secoli di storia, c’è un susseguirsi di forme, magari le più diverse, per vivere la stessa chiamata: quella della sequela radicale del Cristo. Il prevalere del monachesimo fu scalzato da quello degli ordini mendicanti, questi furono sopravanzati dai chierici regolari, a loro volta lasciati indietro dagli istituti secolari e, oggi, dai nuovi movimenti ecclesiali. E non è certo finita qui. È una certa Chiesa o, meglio, cristianità che sembra declinare e morire ma per cercare, sotto l’impulso dello Spirito, altre forme, magari impreviste e imprevedibili di cristianità. L’avven-tura del “vieni e seguimi” non è al suo termine, sta cercando nuove strade. Lo si può, lo si deve dire non per uno sciocco ottimismo consolatorio: ma perchè così conferma la storia e così ci assicurano la logica e la dialettica della fede.

Il diavolo Napoleone

Notano gli storici che Napoleone ebbe una singolare, in fondo inspiegabile, attenzione e benevolenza per la pur piccola città di Lucca, che favorì in molti modi, sino al punto di erigerla in principato e di assegnarla alla sorella Elisa. Anche per questo non mi ha lasciato indifferente, anzi mi ha dato una sorta di brivido raggelante, la lettura di un testo antico, ben precedente all’epoca del Bonaparte, sulla vita, la morte, i miracoli di santa Zita, la servetta lucchese del Duecento giunta ai vertici della santità. Si narra, in quel testo, che Zita riuscì a liberare una monaca da una possessione diabolica. Richiesto a quello spirito malvagio come si chiamasse, egli ripose: «Il mio nome è Napoleone».

© Il Timone