novembre 2005 :: Il Timone :: Vivaio

Ormai da molto tempo, Enzo Biagi costituisce un problema imbarazzante per gli editori e i direttori di giornali. In effetti, l’uomo va per gli 86 anni, ma non ha alcuna intenzione di fermarsi: al contrario, moltiplica le rubriche e gli interventi, così che ogni settimana molte testate – e tra le più eterogenee – pubblicano le sue cose. Cose che, però, sono sempre le stesse, quasi che ormai, da lui, lavorasse soltanto la fotocopiatrice per riciclare, per l’ennesima volta, i piccoli aneddoti (tra l’altro, spesso apocrifi o attributi malamente), gli incontri, i ricordi ripetuti – sempre eguali, spesso con le medesime parole – per decenni. Così anche per gli ormai innumerevoli libri. Qualche collega, sfidando le sue reazioni (come egli stesso ammette, è permaloso e non dimentica gli “sgarbi”) è arrivato a mettere in colonna, fianco a fianco, articoli identici pubblicati in vari tempi – o, peggio, nello stesso tempo – su vari giornali. Intanto, si lamenta perché a quella quantità di parole scritte non può più aggiungere quelle parlate, visto che gli hanno tolto – per ragioni politiche, dicono, non per raggiunti limiti di età – una rubrica televisiva.

Il disagio è grande, lo dicevo, tra i suoi datori di lavoro che non osano dire al collaboratore illustre che la maggioranza dei lettori salta ormai a piè pari quelle rubriche e quegli articoli, stanca di vedere ripetere il verso di D’Annunzio «Settembre, andiamo, è tempo di migrare» o altre ovvietà da antica reminiscenza scolastica o da dizionario delle citazioni. Ma il nostro vegliardo non se ne dà per inteso e continua a far girare la fotocopiatrice.

Periodicamente, qualcuno lo propone addirittura (senza che l’interessato smentisca) per qualche importante direzione o per qualche iniziativa editoriale a lunga scadenza: impegni massacranti, per i quali occorrerebbero alcuni decenni di meno.

Escludo che lo faccia per denaro, di cui non ha certo bisogno, di cui ha anzi sovrabbondanza dopo tanto lavoro ininterrotto. Lo fa, come molti altri avanti negli anni, per stornare il pensiero della morte, per aggrapparsi alla sensazione di vita che dà il nome e la foto sui giornali, per illudersi di essere sempre il medesimo, malgrado l’anagrafe impietosa. Lo dice egli stesso, seppure pudicamente, ripetendo nelle interviste (anche queste innumerevoli, anche queste sempre eguali) che se ogni mattina ricomincia e lo fa puntualmente per otto ore, come un travet, è «perché scrivere mi fa compagnia». Compagnia contro il pensiero ricorrente che la Scrittura riassume crudamente: «Settanta sono gli anni dell’uomo, ottanta solo per i più robusti».

Era il dramma anche di un altro grande vecchio, Indro Montanelli: neanche lui riuscì a fermarsi, neppure quando ebbe superato i 90. Così, come succede in questi casi, negli ultimi anni – volendo essere sempre e comunque presente sul palco, protagonista da applaudire o da fischiare – sembrò dissipare un patrimonio di stima accumulato in una vita, accettando tra l’altro di diventare un’icona, utilizzata con cinismo, dei comunisti che combatteva da una vita. Come mi raccontò un suo stretto collaboratore nonché vecchio amico: il Giornale, il primo quotidiano fondato dal celebre toscanaccio, non usciva il lunedì ma egli – l’amico, dico – una domenica pomeriggio dovette andare in sede perché vi aveva dimenticato non so che cosa. Nella redazione deserta, ebbe la sorpresa di trovare Montanelli al suo tavolo, seduto senza far nulla, con le luci spente davanti alla scrivania sgombra. Disse, quasi a scusarsi: «Massì, vengo qui anche alla domenica perché, se rimanessi a casa, mi sarebbe insopportabile il pensiero della morte. Qui mi è più facile aspettare che domattina riprenda il lavoro, unico rimedio contro certe ossessioni».

Niente di originale o di nuovo, insomma: è il consueto divertissement di pascaliana memoria. Soltanto la fede può riempire la solitudine, il vuoto, l’attesa della fine, dando loro un significato e trasformandoli da assurdi intollerabili in misteri a servizio della Speranza.

E lo so bene io pure, mentre gli anni si sgranano, l’ombra si allunga e il Mistero si approssima. Proprio quando si sarebbe pronti a vivere, con tanta esperienza tesaurizzata, è ora di morire. Uno scandalo, cui solo una scommessa, per restare a Pascal, può dare significato.

Ma, per tornare a Biagi: perché occuparsi del caso di un vecchio collega che rifiuta una pensione doverosa ormai da decenni e per il quale, lo confesso, sento una solidarietà particolare, essendo di origine emiliana, come me, e perché pure a me, prima di diventare ripetitivo, qualcosa ha pure insegnato? Me ne occupo perché, tra le infinite altre cose, Biagi risponde pure alle lettere sul settimanale Oggi. Vedo, in un numero che mi capita sottocchio, che replica a un lettore (immaginario, presumo, come per quasi tutte le lettere di questo tipo) che gli chiede di parlare dell’attrice Greta Garbo in occasione del centenario della nascita. Naturalmente, la risposta è farcita di battute e aneddoti già sentiti da lui mille volte, ma Biagi conclude chiedendosi: «Qual è l’insegnamento che possiamo trarre dalla lunga vita della Garbo?». La sua risposta è netta: «Sapersi ritirare al momento giusto, cercare di non farsi cacciare dal ring della vita ma scendere con le proprie gambe: una qualità che non è da tutti. Lei, a soli 36 anni, seppe accettare il tramonto e volle scomparire: se ne andò con la sua epoca». Questa lezione ci è impartita da un moralista che ha esattamente mezzo secolo in più della Garbo al momento dell’abbandono della scena pubblica; un moralista che ha cinquant’anni di più dell’attrice additata ad esempio, perché «seppe ritirarsi al momento giusto », perché seppe capire quando era ora di scendere «dal ring della vita». Certe qualità, ci dice Biagi, «non sono da tutti»: neanche sue, dunque. Ma questo non ce lo dirà mai, di certo. Ripongo Oggi e comincio a sfogliare un settimanale diverso, Panorama. Capito su un altro tenace onnipresente, il settantasettenne sociologo Francesco Alberoni. Comincio, per pigrizia, a leggiucchiare e, qui pure, strabilierei se avessi ancora quella capacità di stupirmi che ho perso ormai da un pezzo. Alberoni – con toni tra il sarcastico e l’indignato – denuncia che, negli ultimi decenni, la sociologia non ne ha imbroccata una, ci ha presentato come “scientifiche” analisi, diagnosi, prognosi che gli eventi hanno regolarmente smentito. A cominciare dall’annuncio che la secolarizzazione crescente avrebbe portato alla sparizione delle religioni. Ci sarebbe, dicevo, da sfregarsi gli occhi, chiedendosi se si è letto bene: di quella sociologia “pataccara” Alberoni è stato uno dei prìncipi indiscussi, si è esibito in infinite predizioni fasulle con ancora maggiore autorevolezza e sicumera didattica dei suoi colleghi. Invece, eccolo qui, avviato verso l’ottantina, con alle spalle decine di libri pieni di annunci sbagliati, che se la prende con i colleghi che – essi soli – ci avrebbero menato per il naso. Due casi dai quali trarre una morale che dovrebbe essere scontata: l’attuale magistero impartitoci dai media non sa che farsene della prospettiva cristiana, che esigeva una coerenza (o, almeno, uno sforzo per raggiungerla) tra pensiero e vita, tra idee e azione. Una prospettiva che esigeva che, per essere presi sul serio, alle belle parole bisognava accompagnare, sempre e comunque, l’esempio personale. I “maestri” che sermoneggiano, come da contratti giornalistici ed editoriali, possono permettersi di condannare ciò che essi per primi praticano. E guai a chi glielo facesse notare. Seguono, cioè, il detto dell’immortale Chesterton, secondo il quale il moralista moderno è colui che si mostra nobilmente severo per gli errori e le colpe. Ma solo degli altri. Pretendono di cambiare tutto e tutti, tranne se stessi. Se ci pensate, è l’esatto rovesciamento della prospettiva evangelica. In ogni caso, la mia mancanza di stupore si basa anche sul fatto che so bene come la Rivoluzione francese – da cui tutto comincia, anche la prospettiva di cronisti e sociologi – si ispiri innanzitutto a Jean Jacques Rousseau. Grande pedagogo, dispensatore di ottimi consigli sull’educazione.

In teoria. Nella pratica, il peggiore e il più cinico dei padri. Con simili iniziatori della vulgata moderna, come sorprendersi di questi nostri opinionisti da giornale che stigmatizzano nel prossimo ciò che praticano essi stessi?

Mondo invisibile

Un’amica, dovendo affrontare un periodo di viaggi, ci chiede di ospitare per qualche settimana la sua cagnetta. Lo facciamo volentieri: pur lontani da ogni ideologia, dunque anche dall’attuale animalismo, amiamo cani e gatti, sappiamo apprezzare il dono che il Creatore ci ha fatto prevedendoli nel suo Piano perché ci stessero accanto. L’animale che ci è temporaneamente affidato, poi, è davvero delizioso e ci divertiamo ad osservarne i comportamenti e le reazioni, divise tra spontaneità ed educazione, tra intelligenza e istinto. Dopo cena, tocca a me accompagnare Pucci, questo il suo nome, alla passeggiata serale. Io guardo davanti a me, la cagnetta sempre e solo in basso: con il naso che palpita per l’interesse, annusa il marciapiede, le aiuole, le gomme delle auto parcheggiate.

Nessuno odore le sfugge ma, ogni tanto, qualcuno deve essere più interessante degli altri: si ferma, le “sniffate” sembrano diventare frenetiche, per farla proseguire occorre tirare con forza il guinzaglio. Altre volte, è lei che tira a più non posso in una direzione diversa, per seguire una traccia che, evidentemente, l’attrae. Io non sento, non vedo, non capisco nulla. Pucci, invece, sì. C’è, dunque, tutto un mondo che i nostri sensi, quelli di noi bipedi, non può recepire e che è invece una realtà evidente e nettissima per questi quadrupedi. Siamo incapaci di cogliere un sistema di segni che ci circondano; e, anche se li cogliessimo, non sapremmo decifrarli, mentre appaiono un linguaggio evidente per una qualunque cagnetta di quattro chili. Non so, forse la mia è un’estensione abusiva, magari un’idea insostenibile: ma, combattendo con il guinzaglio, tra fermate e strattoni, mi viene in mente il ludibrio riservato ai cristiani perché, ancor oggi, si ostinano a credere che c’è un mondo invisibile dietro quello visibile. I santi che “vedevano” gli angeli, a cominciare da quelli custodi, gli uomini e le donne di Dio cui l’Aldilà si manifestava, i fanciulli che scorgono la Vergine, la realtà stessa della vita che formicola dietro lo schermo della morte. Una dimensione invisibile che noi, che santi non siamo, accettiamo con gli occhi della fede.

Perché considerare inaccettabile questa fede, quando una passeggiata serale con un animale ci dimostra che non ci accorgiamo che di una piccola parte di ciò che davvero esiste? E non è grottesco lo scientismo secondo il quale esiste solo ciò che possiamo
constatare, mentre i nostri mezzi di constatazione, i nostri sensi cioè, sono ben inferiori a quelli di un cane?

Il cristianesimo sa perdonare

Se, come nelle favole, mi dicessero di esprimere un desiderio, non avrei esitazioni: chiederei che risorga, com’era ancora nel 1792, l’abbazia di San Pietro in Cluny, Borgogna. Chiederei che mi fosse concesso, almeno una volta, di entrare dai meravigliosi portali scolpiti in quel mondo incantato. La più grande chiesa della cristianità, superata solo di poco, dopo molti secoli, dalla nuova basilica vaticana; centinaia di statue nel più puro romanico; cinque chiostri di cui il maggiore con le colonne di marmo; liturgie continue e curatissime, con incenso a chili e cera a quintali; la capitale del più grande impero monastico, cui si accorreva dalla Scozia come dalla Sicilia, dalla Spagna come dalla Polonia. Certo, anche qui, assieme alla ricchezza, arrivò puntuale la decadenza spirituale, dopo una serie iniziale di abati santi e non ignoro le rampogne dei cistercensi, a cominciare da Bernardo; so che l’opus Dei, intesa come fasto liturgico, finì quasi per escludere il labora che Benedetto voleva fosse unito all’ora. Non ho illusioni romantiche sul monachesimo, ne conosco le grandezza ma anche le miserie. Eppure, per Cluny, non dimentico neppure che il suo ultimo abate salì senza esitare i gradini della ghigliottina e mise tranquillo, pregando per i persecutori, il collo sotto la mannaia per non avere voluto rinnegare la fede come invece aveva fatto lo stesso arcivescovo di Parigi. Per demolire la chiesa mirabile e l’enorme complesso abbaziale occorsero anni di lavoro testardo e tonnellate di esplosivo, la polvere nera di allora. Per far cadere la facciata gremita di statue, si infilò acqua nei muri: il gelo, trasformandola in ghiaccio, spaccò le pareti in verticale. Statue e capitelli che avevano fatto l’ammirazione del mondo furono frantumati per farne pietra vile da riciclare, per costruire stalle e porcili. L’odio verso il cristianesimo e la bellezza che aveva saputo creare non finì con la sanguinosa sbornia giacobina ma continuò anche con Napoleone e poi con la cosiddetta Restaurazione. I vandali non si fermarono se non quando il mercato locale, ormai saturo, non ebbe più bisogno di una simile cava di materiale da costruzione. Dovetti farmi forza, anni fa, per andare a vedere i poveri resti di quel grande crimine: un campanile, e non il più alto, tra i sette che inquadravano il cielo e una torretta. Lacerti scrostati, all’interno, delle meravigliose decorazioni e mezzo ricostruiti per evitarne il crollo.

Lo confesso: ero incerto tra le lacrime e il furore, non avrei risposto di me se avessi avuto tra le mani qualcuno di quelli che decretarono la svendita di una simile meraviglia a un volgare impresario. Se ne parlo qui, oggi, è perché già che ero a Cluny feci una deviazione per Taizé, di cui sentivo parlare quasi da ogni giovane che incontrassi, ma dove non ero mai stato. Non c’era molto da vedere, se non le installazioni precarie per ospitare le folle che in quel luogo si succedevano e si succedono. Come tutti, sono restato folgorato dal dramma recente: il fondatore venerato di quella esperienza, quel fratel Roger Schutz che ci ha mostrato – nei fatti – l’errore del protestantesimo nel sopprimere la vita monastica, sgozzato da una squilibrata mentre dirigeva la preghiera pubblica. Anche se troppo tardi, purtroppo, l’assassina è stata bloccata con il coltello ancora in mano e consegnata ai gendarmi chiamati per telefono. Non solo non ha subito maltrattamenti, non solo nessuno le ha dato neppure uno strattone o uno schiaffo, ma la folla dei pellegrini ha ricominciato subito la preghiera: per frère Roger, ma anche per colei che lo aveva appena ucciso.
Non credo sia cedere a una tentazione apologetica. Tutti i discorsi astratti sui “monoteismi” devono cedere ai fatti: che ne sarebbe stato di quella donna se, invece che da una folla cristiana, fosse stata circondata da una turba islamica o anche giudaica? Se il leader spirituale fosse stato non un annunciatore del Vangelo ma un ulema o un rabbino? Una domanda semplice, dunque irritante per certe orecchie; ma non per questo, credo, banale. È nella vita, più che nelle edificanti relazioni ai convegni ecumenici, che si mette alla prova una prospettiva religiosa. Ce ne è una che conosce il perdono e la preghiera anche per gli assassini di chi più ci era caro.

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