novembre 2004 :: Il Timone :: Vivaio

Vediamo di pescare tra spunti vecchi e nuovi.

Ecco qui, tanto per cominciare, l’ultimo numero di Testimoni, il più diffuso periodico dedicato alla “vita consacrata”, dunque ai religiosi e alle religiose. Scopro che ogni due anni si incontrano per tre giorni i giovani monaci, uomini e donne, delle congregazioni benedettine italiane. La cosa mi interessa, come tutto ciò che riguarda l’avventura iniziata ben quindici secoli fa con Benedetto da Norcia. Credo che il frutto incredibile della sua Regola, la fecondità non ancora esaurita di quel testo, vengano soprattutto dal fatto che in esso vi è la quintessenza dell’et-et che deve contrassegnare ciò che è cattolico. Come mi ripeteva il caro, e compianto, amico Léo Moulin, quella Regola è un miracolo – quasi inspiegabile a viste umane – di equilibrio, di sintesi degli opposti, di unione di utopia e di realismo.

Non a caso considero un grande privilegio l’avere ottenuto, per ritirarmi a studiare e riflettere, un angolo di un’abbazia, di fondazione addirittura carolingia, che domina il lago presso il quale vivo. E non a caso mi S0t10 vietato, sino a tempi recenti, di salire a Montecassino: non volevo vedere la ricostruzione – che temevo artificiosa e senz’anima – di un luogo che era per me mito, un sogno tante volte accarezzato. Un paio di anni fa mi sono fatto coraggio e ho salito quella Santa Montagna. Non me ne sono pentito. I guasti del vandalismo dei protestanti anglo-americani, che vollero distruggere sino alle fondamenta un esecrato vertice del “papismo” (mentre proprio i tedeschi di Hitler cercarono di preservarlo e riuscirono almeno a salvare archivio e biblioteca), quei guasti, dunque, sono stati riparati assai meglio di quanto pensassi. E c’è ormai la patina, se non dell’antica storia, almeno di qualche decennio su una ricostruzione impeccabile, che torna ad onore di De Gasperi e dei suoi che, in un Paese alla miseria, mobilitarono le risorse necessarie per far risorgere un simbolo non solo della Chiesa ma dell’Italia migliore.

Eccomi, dunque, pronto a leggere il pezzo di Testimoni che, nell’occhiello, annuncia «Giovani monaci e monache a convegno”. Segue il titolo, piuttosto anonimo: «Tra persona e comunità”. Ma ecco, ahinoi, il sommario che così recita: «Il convegno ha sottolineato l’importanza di armonizzare nella vita comunitaria gli elementi di autonomia ed eteronomia facendo sì che l’autonomia personale interagisca al positivo con la comunità e che la comunità, a sua volta, promuova la persona sollecitandola verso l’alterità, l’amore reciproco e l’amore”. Cerco di decifrare e non so se ridere o deprimermi. Ma casco verso la depressione, scoprendo che la sintesi del convegno è un pressante appello ai giovani monaci perché maturino (testualmente, Purtroppo) «un’adeguata dipendibilità, fino al raggiungi mento del “totalmente altro” di Dio, dentro una sinergia effettiva e una dialettica costruttiva”.

Non è una parodia dell’incomprensibile, grottesco gergo “sessantottese”. Sia il convegno (con protagonista, ovviamente, accanto al teologo, «una specialista in psicoterapia”) che l’articolo che vuoi darne conto sono serissimi e fanno capo a persone certamente di buona volontà, convinte davvero che simili marmellate di parole possano aiutare i giovani a vivere la rara, dunque difficile e preziosa, vocazione alla vita contemplativa. Penso alla lunghissima catena di generazioni che hanno portato sino a noi il messaggio del santo di Norcia; penso alla folla di maestri di spirito, di sapienza, di introspezione, di vita, generati dalla Regola. E tutto sembra finire nel proporre come ideale supremo una “difendibilità” dentro “sinergie effettive” e “dialettiche costruttive”, nella lingua di legno – come la chiamano i francesi – di psico-sociologi che parlano come certe macchiette degli anni Settanta. C’è davvero di che nutrire la meditazione di giovani monaci! Altro che, per stare a un classico del XX secolo, altro che cose come Cristo, ideale del monaco del recente beato Columba Marmion! Mi rattristo, certo. Ma poi, a pensarci bene, mi conforto: se la vocazione al monastero di qualche giovane regge anche a simili magisteri, ciò significa che la chiamata ha forza invincibile, viene davvero da Dio.

Limiti

Ho sofferto, scrivendo Il mistero di Torino, il mio ultimo libro. E non solo per le ragioni consuete: scrivere significa piegare le parole al pensiero, è una continua lotta corpo a corpo con il vocabolario che si ribella ad essere ingabbiato in un ordine, che mal sopporta di essere guidato dove vuole l’autore. Ho sofferto, stavolta, anche per una disposizione tassativa della Mondadori: il libro era a due voci – la mia e quella del collega Aldo Cazzullo – non dovevo superare certi spazi per non far schizzare verso l’alto i costi di produzione e, dunque, il prezzo di vendita al pubblico. Da qui la sofferenza: sono quarant’anni che rifletto sul “mistero di Torino”, vi ho passato dodicimila giorni, anche dopo essermene andato ho pensato di continuo a quella strana città, ho accumulato cartelline talmente gonfie di schede da poterne fare non un volume ma una enciclopedia. Che scegliere, dunque, tra tante cose, ciascuna delle quali mi sembrava irrinunciabile? A quale negare posto? Negli altri libri che ho scritto, poi, cercavo soprattutto la chiarezza e l’ordine. Qui, invece, mi sono studiato di curare il linguaggio, dandogli magari una allure letteraria: dunque, scritture e ri-scritture che non mi sembravano bastare mai, sino a un sospetto di ossessione. Insomma, una gran fatica che, alla fine, mi ha persino portato – fenomeno, per me, fortunatamente raro – a qualche giorno di insonnia nervosa.

Ne sono uscito grazie a un amico che, membro dell’Opus Dei, mi ha ricordato una frase del loro Padre: «I quadri e i libri non si finiscono. Si interrompono». Folgorante, almeno per me: la perfezione non è per alcuno, meno che mai per pittori e scrittori. Dobbiamo tendere al meglio – come ha insegnato proprio sant’Escrivà de Balaguer – ma senza farei paralizzare dal fatto che c’è sempre un meglio. AI quale, a un certo punto, dobbiamo saper rinunciare. Accettando, così, quei limiti della condizione umana che il perfezionismo dimentica.

Cugini

Leggo un reportage da Gerusalemme su Figaro Magazine, il bel settimanale dell’antico quotidiano francese. Ne traduco un brano. «Il taxi sta, un arabo israeliano, con il quale ero arrivato da Tel Aviv si era accordato con me per riportarmi all’aeroporto alla fine del soggiorno nella capitale di Israele. Ma poi, accettato un altro impegno, trovò una soluzione alternativa: “Vi mando mio fratello, my brothef’. Questi giunse puntualmente all’ora concordata, presentandosi, appunto, come “fratello” del mio primo taxi sta. Ma poiché, incuriosito, cercai di indagare, mi precisò che, in realtà, era cugino, cousin, ma la distinzione era possibile solo in inglese poiché nel loro arabo c’era una sola parola per indicare sia la fratellanza che la cuginanza. Ne restai colpito: a duemila anni di distanza, in una lingua semitica, dunque della stessa famiglia dell’aramaico, avevo conferma che non ha torto l’esegesi tradizionale quando legge “cugini” là dove i vangeli dicono “fratelli e sorelle di Gesù”». Insomma, talvolta anche un cronista può aiutare nell’esegesi della Scrittura.

Da pensare

Clicco “Gesù” su Google, il più completo tra i motori di ricerca. La schermata segnala che posso scegliere tra 173.000 risultati. Clicco “Gesù Cristo”: i risultati salgono a 51 0.000. Batto allora sulla tastiera “Adolf Hitler”: qualcosa come 3.200.000 risultati, sei volte di più. Che conclusione trarne? Non lo so, non è obbligatorio avere su tutto un’opinione. Constato; e rifletto.

FAO

Circola, è indubbio, una sorta di “mistica dell’Onu” anche tra i cattolici. Davanti a ogni crisi internazionale persino esponenti autorevoli della Gerarchia ecclesiale invocano «l’intervento delle Nazioni Unite», come se quel carrozzone – non sai se più ipocrita o inefficiente – fosse un consesso di saggi autorevoli e capaci, dediti alla giustizia e alla pacificazione. Lasciamo stare le origini oscure, la storia deludente, la sostanziale impotenza che ben conosce chi non crede al generoso Superman che avrebbe sede nel palazzo di New York. Veniamo all’oggi. E, per stare a casa nostra, veniamo al caso della sola Organizzazione dell’Onu, la Fao, che abbia sede in Italia. È, come tutti sanno, l’istituzione che dovrebbe occuparsi delle risorse agricole ed alimentari e ha come suo compito principale quello di «lottare contro la fame nel mondo».

Ogni anno, le Nazioni Unite versano alla Fao quattro miliardi e mezzo di dollari, oltre ottomila miliardi di vecchie lire, provenienti dalle quote versate da tutti i Paesi del mondo. Ebbene: di quell’enorme somma di denaro, qualcosa come 1’87 per cento va per pagare stipendi, benefit, rimborsi ai suoi 3.500 privilegiati dipendenti. Solo le briciole, il 13 per cento che resta, è destinato – almeno in teoria – a finanziare i programmi di sviluppo e di assistenza. Da qui la facile, ed amara battuta, che la sola fame davvero placata è quella dei fortunati funzionari, così pensosi delle miserie del mondo. Del resto, è una costante: non c’è burocrazia pubblica che non impieghi le risorse di cui dispone per perpetuare e beneficare se stessa. Niente di sorprendente. Sorprendono, invece, gli accenti anche di tanti credenti quando parlano di Onu e dintorni con toni edificanti se non messianici. Tra l’altro, come rileva un’indagine recente, in tutte le organizzazioni internazionali, quelle dell’Unione europea compresa, è assai alto il numero di omosessuali (dichiarati: oggi è un merito e un buon atout per la carriera) che occupano posti di responsabilità. C’è, in quelle istituzioni, una percentuale di gay superiore di molte volte a quella di altri ambienti di lavo-ro. E questo, spiega la stessa inchiesta, per un motivo assai semplice: per salire nella gerarchia delle organizzazioni internazionali bisogna avere una disponibilità illimitata a trasferirsi ovunque, spesso all’improvviso, e più e più volte nel corso della carriera. Dunque, in una simile prospettiva professionale, moglie e figli sono un impaccio. Impaccio che non affligge gli omosessuali. Da qui, il loro affermarsi sino a creare, ai vertici, delle specie di lobby chiuse a chi non condivida i loro gusti particolari.

Fumo

A proposito di ipocrisie. Sappiamo a quale livello di ossessione sia giunto il costante, pericoloso bisogno americano di crociate etiche: in questi anni nei riguardi del fumo. Dopo il disastro del proibizionismo dell’alcol, ci riprovano con il tabacco, demonizzato come causa di tutti i mali. Si arriva al grottesco di “ritoccare” i fotogrammi dei film ormai classici, ricorrendo all’elettronica per togliere la sigaretta dalle mani di attori e di attrici, attivi quando gli Usa non avevano ancora scoperto questa nuova “missione” e inondavano di sigarette il mondo. Non entravano forse nelle città conquistate lanciando dai carri armati pacchetti di Lucky Strike e di Camel? Ebbene, si è proceduto al ritocco anche per la storica fotografia dei primi soldati yankees giunti nel palazzo di Saddam Hussein a Baghdad. In quella immagine, almeno due soldati, rilassati su un comodo divano appartenuto al tiranno, avevano tra le dita una sigaretta. Orrore dei crociati salutisti e ricorso ai computer per eliminare quello sconcio. La si guardi bene, quella fotografia, spes-so ripubblicata: il ritocco affrettato rende incomprensibile la posizione delle mani di quei militari. Non è forse vero che il fumo fa male e proprio il glorioso ed eroico esercito degli Stati Uniti non deve dare il cattivo esempio? Vero. Ma vero anche che, con settimane di bombardamenti indiscriminati e a tappeto, quelle stesse forze armate avevano ucciso un numero imprecisato, ma certo enorme, di irakeni. Civili compresi. Ma parlare dei danni da fumo è, oggi, politically correct. Parlare dei danni delle bombe Usa non lo è per niente.

Almeno in America.

Parlamento

C’è, lo dicevamo, una “mistica dell’Onu” e c’è una “mistica della democrazia par-lamentare”. Qualcuno addirittura (vedasi i Presidenti della Repubblica, nella loro retorica fisiologica, ineliminabile) parla di una “sacralità” di quel luogo dove, come dice il nome, “si parla”. Ma poi succedono curiosi infortuni che, più che al rispetto, inducono all’ilarità. Per esempio, ciò che è successo il 30 luglio al Parlamento italiano, dove i più accaniti nemici del nucleare – i deputati dei Comunisti Italiani e quelli di Rifondazione Comunista nonché naturalmente, i Verdi – hanno votato compatti per la riapertura delle due centrali atomiche di Trino e di Caorso, chiuse dopo il referendum promosso giusto da quelle forze politiche. Roba da non credere. Una conversione clamorosa, il rinnegamento improvviso di un’ideologia che sembrava impenetrabile? Macché, solo l’esempio degli automatismi di un sistema dove non si vota secondo ragione ma secondo gli schieramenti. È successo, infatti, che un deputato della maggioranza ha presentato, per sua isolata e personale iniziativa, una proposta di legge per riaprire quelle centrali. Il governo, che ha un’altra poli-tica, ha respinto quella proposta e l’ha messa comunque al voto, come vuole il regolamento. Per dirla con l’insospettabile Espresso: «Tra i Comunisti e i Verdi è scattato il riflesso condizionato. Se il governo respingeva una legge, questa doveva essere necessariamente buona. Da qui il voto a favore, senza neppure esaminare che cosa quella legge prevedeva. In questo modo, ambientalisti e rifondatori del marxismo si sono trovati a chiedere un ritorno all’atomo. Quando se ne sono accorti, imbarazzatissimi, la frittata era ormai fatta». Piccolo episodio ma istruttivo, mostrando come il Parlamento non conosca (come pretendono i suoi cantori) dibattito, confronto, tentativo di armonizzare le posizioni, ma soltanto l’automatismo pavloviano dell’ideologia: tutto, ma proprio tutto, ciò che piace al governo non può e non deve piacere all’opposizione: e viceversa.

Latino

La forza del latino. Non c’è telegiornale in cui non si parli di Wall Street, la strada di New York dove ha sede la maggiore borsa valori del mondo. Quella via, street, di Manhattan si chiama così perché i primi coloni europei vi scavarono una trincea e vi eressero un muro, wall, per difendersi dagli attacchi degli indiani cui il luogo apparteneva. Ebbene, wall non è che il romano vallum; e street non è che la deformazione del latino strata. Due parole che, partite dal Lazio e giunte sino in Britannia, sono trasmigrate in America e da lì in tutto il mondo, diventando sinonimo, in ogni lingua, della economia più potente.

Padre Pio

Mi scrive un lettore: «Ho avuto una piccola intuizione, pensando che padre Pio era del Sannio. Lei ha scritto, in un suo libro che, stando ad antiche fonti, pare che la legione romana i cui soldati crocifissero Gesù fosse composta da sanniti. Se è così, non è stupefacente che un figlio dello stesso popolo, un discendente di coloro che bucarono mani e piedi del Cristo, ottanta generazioni dopo sia stato stigmatizzato, dunque così strettamente associato al Crocifisso inchiodato dai suoi antenati?».

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