Messori: non sono un forcaiolo

19 gennaio 1997 :: Avvenire

«Caro Direttore, permettimi di sfogarmi un poco con te. Il 3 gennaio, è uscita sul Corriere della Sera un’intervista fattami sul «buonismo perdonista», a proposito dell’atroce assassinio della signora centrata sull’autostrada da dei mascalzoni muniti di massi. Da allora – da Biagi a Santoro, passando per tutti gli altri «impresari di dibattiti» del media-system – sono stato assediato da richieste di comparsate televisive. Naturalmente, mi sono ben guardato da accettare qualunque invito: così del resto, faccio abitualmente. In questo caso, il mio rifiuto di partecipare all’orgia di chiacchiere è stato ancor più deciso del solito. In effetti, come ampiamente prevedibile, i pensosi «confronti di opinione» hanno avuto come solo effetto quello di provocare l’imitazione, di diffondere la «sindrome da lancio di sassi». Come avviene, tra l’altro, per la droga: più ti esibisci nel «politicamente corretto» della vibrata denuncia, più ne diffondi l’uso.

Per fortuna, c’era la possibilità di rendersi irreperibili, visto che avevo da tempo in programma un salto a Madrid dove (e so che la cosa non ti dispiacerà) da qualche tempo molto si parla di Avvenire. In effetti, l’antologia che gli spagnoli hanno tratto da «Vivaio» si è piazzata nella classifica dei best seller; così, nei molti articoli e interviste dedicati al «caso», sempre ritorna il nome di questo nostro giornale. Anche a Madrid, però, una sgradevole sorpresa: i colleghi periodista più che dalle Leyendes negras de la lglesia (questo il nome del libro tratto da «Vivaio»), mi interrogavano sul «dramma del cavalcavia». Anche le agenzie spagnole avevano dato notizia – distorte, ovviamente – delle mie dichiarazioni. Al ritorno, sono stato sorpreso di constatare che pure Avvenire- in una sua peraltro ottima e da me apprezzata rubrica mi presentava come «forcaiolo». Avevo deciso di lasciar stare, in base al troppo dimenticato principio secondo il quale non è un buon giornalista chi prende troppo sul serio i giornali e le loro (spesso inevitabili) deformazioni. Ma vedo adesso anche la lettera di un lettore alla quale si è dato il titolo «Sono davvero parole di Messori?». Naturalmente, il lettore in questione non aveva affatto letto l’ intervista, ma solo le letture abusive fattene dai media.

Permettimi allora di precisare che, in sintesi, ciò che ho detto è questo: 1°) il perdono, sempre e comunque, è uno «scandalo e una follia» che può permettersi solo un credente. È infatti un comportamento «assurdo» secondo il mondo e può derivare solo da una previa scommessa di fede. 2°) Anche per il cristiano, comunque, lo sforzo di perdonare – autentico miracolo la cui forma può derivare solo dal Cristo – riguarda il singolo. La società ha non solo il diritto ma il dovere di difendersi, applicando la legge ed esigendo che la pena sia scontata. 3°) Gesù invita a «visitare i carcerati», portando loro la speranza della Sua misericordia; non esorta ad aiutarli ad evadere o a convincerli che solo «la società» è colpevole sempre e comunque, che il delinquente è in realtà una vittima, che ogni pena pur legittimamente comminata, è una barbarie. In questo modo, tra l’altro, non si aiuta ma si offende l’uomo, negandogli libertà e responsabilità personali. 4°) Per arrivare al punto che più ha toccato il sentimentalismo di certi cattolici e la sensibilità delicata di tanti «umanisti» laici: dicevo, dunque, che in una prospettiva che esclude quella evangelica (qualora – cioè – si volesse stare solo sul piano di quella mistificazione impotente che è la cosiddetta «morale laica e razionale») non sarebbe per nulla ragionevole rifiutare la forca a chi – come i delinquenti del cavalcavia – cerca il male gratuito, «asociale» per eccellenza, perché senza motivazioni che non siano quelle della sofferenza altrui per il proprio «divertimento». Dunque, i corpi penzolanti dal cavalcavia non li chiedeva il Messori credente: li avrebbe chiesti un Messori che non accettasse la «follia» evangelica e volesse basarsi solo sulla cosiddetta «ragione» e su quella irragionevolezza che è l’«etica razionale» (come ha ricordato, in questi giorni, anche il card. Biffi). 5°) Sulla base di tutto questo, dicevo il mio sconcerto per il gratificante buonismo anche di certi credenti che suggerivano comportamenti cristiani a chi cristiano non è più, invertendo così l’ordine logico: prima l’annuncio del vangelo: dopo – e solo dopo – l’esortazione a metterlo in pratica. Al malvagio puoi «offrire l’altra guancia» solo se accetti il mondo alla rovescia della fede; se non sei che un «umanista laico», non solo non ti è possibile, non solo è irragionevole ma è addirittura illecito. Senza Cristo, perché comportarsi da cristiani?

Ringraziandoti dell’ospitalità, tuo

Vittorio Messori

Caro Vittorio,
so che contraddirti è sempre un po’ rischioso, ed io mi guarderò bene dal farlo. Anche perché noi del giro sappiamo comunque prenderci con quel tanto di distacco che non guasta.

Però una domanda mi viene, leggendo con immancabile curiosità ciò che scrivi, in particolare quella frase: «Al malvagio puoi ‘offrire l altra guancia “solo se accetti il mondo alla rovescia della fede; se non sei che un umanista laico, non solo non ti è possibile, non solo è irragionevole, ma è addirittura illecito…». Perché, mi chiedo, precludere in modo così apodittico la ragionevolezza del bene, per quanto esagerato e gratuito appaia, e negare in via aprioristica il contagio possibile del Vangelo nella storia e nella vita degli uomini? Forse che, tu ed io, non abbiamo mai incontrato dei non credenti capaci di gesti generosi, inspiegabili per una contabilità semplicemente umana? Naturalmente sono convinto comete che il credente autentico ha una formidabile marcia in più nel dare un senso a ciò che è umanamente assurdo. Anzi, che egli ha il dovere di farlo e ne sperimenta la gioia (per quanto faticosa). Tuttavia, non sarò io a spiegare a te che la morte e la risurrezione di Cristo ha, in qualche modo, già rovesciato il mondo. Ricordi cosa dice il Papa nel libro-intervista che tu hai curato? l’escatologia è già iniziata con la venuta di Cristo», e più avanti, all’incalzare delle tue domande, il Papa spiega che «Cristo certamente desidera la fede. La desidera dall’uomo e la desidera per l’uomo… », ma intanto il Vangelo non resta ibernato, e «già sviluppa la sua azione nel profondo della persona che ricerca con onesto impegno la verità… ». Perché, dunque, impedire a chi non è ancora approdato alla fede l’ardua scelta del perdonare? Non caricherò (farisaicamente) gli altri delle mie attese smisurate, ma non posso neppure tenerli per forza incatenarti alla logica dell’occhio per occhio, dente per dente, non ti pare?

Appena sottovoce, Vittorio, dico questo non per prolungare stucchevolmente una discussione che peraltro non mi aveva neppure visto coinvolto, ma per la responsabilità che chi scrive ha di incoraggiare il bene ovunque, e quasi di attenderlo. Non per ingenuitá flaccida e marmellatosa ma, all’opposto, per rigore, anzi per obbedienza a Dio.

Un modo, anche questo, per ringraziarti dell’attenzione e rallegrarmi con te per l’ispanico successo di Vivaio: Buona domenica.

Dino Boffo

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