marzo 2007 :: Il Timone :: Vivaio

Un amico che conosce bene Gerusalemme mi segnala la censura praticata dalle guide turistiche – quelle stampate, intendo – e anche dai libri di storia, per quanto riguarda la fine della Città Santa cristiana. Avvenne nel 614, con l’invasione dei Persiani guidati da Cosro Il. Poco più di dieci anni dopo, l’imperatore bizantino Eraclio la riconquistava, ma dopo altri dieci anni, nel 638, ecco l’invasione e l’occupazione dei musulmani del califfo Omar. La fine (interrotta solo dalla provvisoria dominazione crociata) inizia dunque con i Persiani, che mossero alla conquista di Gerusalemme istigati dalla numerosa e potente comunità ebraica installata ormai da secoli a Babilonia, dove aveva redatto tra l’altro la prima versione del Talmud. Gli israeliti pensarono di approfittare della potenza militare persiana per ritornare nella città da dove erano stati espulsi dai Romani, con divieto assoluto di rimettervi piede, nel 135, dopo la seconda rivolta.

In quel 614, le comunità ebraiche persiane si unirono a quelle installate in Galilea, che agirono da quinta colonna. In quel periodo, trecento anni dopo Costantino – la cui madre, Elena, aveva promosso la costruzione di splendide basiliche sui luoghi sacri – Gerusalemme era una bella e prospera città cristiana. I monasteri, maschili e femminili, erano un’ottantina ed erano affollati anche, talvolta soprattutto, di europei, spesso delle classi alte, lieti di consacrarsi a Cristo proprio là dove si era consumato il Mistero Pasquale. Dai credenti locali i dominatori bizantini non erano amati e forse anche questo contribuì alla insufficienza della difesa davanti all’attacco persiano. Avverrà, del resto, anche quando – poco dopo – gli arabi musulmani attaccheranno il Nord Africa cristiano: pure qui, l’unione del sabotaggio dei circoncisi e dell’avversione a Costantinopoli dei battezzati spiega la rapida caduta.

Sta di fatto che, quali che fossero i dissensi politici, nella Gerusalemme dell’inizio di quel VII secolo la fede nel Vangelo era praticata con fervore e la liturgia celebrata alla Basilica del Santo Sepolcro e negli altri luoghi di culto faceva testo in tutta la cristianità. Su tutto questo si rovesciò all’improvviso la furia dei Persiani,accompagnati da molti e autorevoli consiglieri ebraici. Gli asiatici cercavano essenzialmente bottino e, quanto a religione, erano tolleranti, ma furono gli israeliti che li istigarono a distruggere le chiese cristiane e ad accanirsi contro i fedeli. Come si sa, si salvò soltanto la Basilica della Natività di Betlemme, perché sul portale d’ingresso un bassorilievo in marmo rappresentava i Magi, nei quali gli invasori riconobbero i loro antenati mesopotamici.

Ma la furia non si fermò agli edifici, travolse anche gli uomini. Migliaia e migliaia di battezzati (le cronache dell’epoca parlano addirittura di 60.000) furono fatti prigionieri e ammassati fuori dalla attuale porta di Giaffa, in una località chiamata Mamilla e nota per una piscina costruita dai governatori romani, forse da Ponzio Pilato stesso. Messi subito in vendita come schiavi, gran parte di quei catturati furono acquistati dai consiglieri ebrei,con il denaro fornito dalla ricca comunità di Babilonia, e massacrati sul posto. Dopo la costituzione dello Stato d’Israele e, poi, con il grande sviluppo di Gerusalemme proclamata capitale, la speculazione edilizia ha messo gli occhi su Mamilla: il borgo arabo che vi era cresciuto è stato raso al suolo per costruirvi un quartiere residenziale ebraico e l’albergo Hilton. Quando ci si accinse a riempire, dopo averi o prosciugato, quanto restava della piscina romana, si scoprì una cappella bizantina con una croce e la scritta in greco: “Solo Dio conosce i loro nomi». Sotto il piccolo edificio, un’enorme quantità di scheletri, tragica testimonianza del massacro del 614. Il ritrovamento fu studiato dal celebre archeologo israeliano Ronny Reich che confermò che quelli erano davvero i resti dei battezzati comprati dai Persiani per essere sterminati.

Le comunità cristiane chiesero che il piano di speculazione edilizia fosse modificato e quell’angolo di Mamilla fosse conservato come memoriale. Ma, come si sa, la voce dei credenti nel Vangelo è sempre più flebile e impotente da quelle parti. Così, nel luogo della piscina non si sono costruite case, per il divieto ebraico di mescolare i vivi ai morti e il tabù di evitare ogni contatto tra loro. Ma le ruspe sono intervenute egualmente, tutta la terra con le sue ossa è stata asportata e dove c’era la piscina-ossario sta attualmente un grande parcheggio sotterraneo, ben conosciuto anche dai turisti. A questi – e sta qui la censura – nessuna delle loro guide fa un cenno a che cosa celasse quello che è noto come Mamilla Pool Parking. In generale, quelle stesse guide, pur spesso molto dettagliate, tacciono del tutto su quanto avvenne nel 614, con l’inizio del calvario cristiano proprio nella città che il Calvario custodisce. Ci assordano da due secoli le orecchie – e non a torto, va ammesso – con il bagno di sangue praticato dai crociati quando riuscirono ad espugnare la Città Santa. Nessuno, però, ricorda che quel massacro era stato preceduto da un altro, praticato per giunta a freddo, non nella esaltazione di una battaglia disperata.

Mondo ipocrita

A proposito di storia: anche in Italia (come già in altri Paesi europei) una legge minaccia il carcere a chi negasse non solo l’esistenza ma anche le dimensioni dei crimini nazionalsocialisti. Non è prevista invece alcuna sanzione per chi negasse quelli comunisti, che pure fecero cataste di morti ben superiori. Rischio di guai, poi, per chi esagerasse nel denunciare quella strage degli innocenti che è l’aborto, praticato ormai – a spese pubbliche – come mezzo di regolazione delle nascite. Proprio mentre scrivo, in Lombardia sono pronunciate parole minacciose – e non da estremisti ma da autorevoli politici – contro coloro che hanno proposto di seppellire i feti in terra consacrata, invece di avviarli agli inceneritori per i “rifiuti speciali”.

Ma così va un mondo che si basa sull’ipocrisia più sfacciata. Un mondo dove i “medicalmente corretti”, gli apostoli del servizio nazionale ai fumatori e agli obesi. «Se la sono voluta loro, che si arrangino!”. Provate però a proporre altrettanto, a quei virtuosi ben pensanti, per gli infetti da Aids, con la stessa motivazione, peraltro impeccabile, che «se la sono voluta loro», con il disordine sessuale, spesso omosessuale. Verrete insultati: i gay fanno parte delle categorie intoccabili, a loro ogni onore e cura premurosa. Gratuita, s’intende. E chi avesse da obiettare non è che un oscurantista fascista.

Paradosso

A proposito di paradossi, trovo su un giornaletto che mi spediscono questa specie di filastrocca: «Nessuno vuoi più sposarsi, eccetto i preti e i froci. Nessuno vuoi più entrare in seminario, eccetto le donne. Nessuno pretende più i sacramenti, eccetto i divorziati».

Solidità matrimoniale

A proposito, adesso, di matrimoni. Segnalo ai sociologi la straordinaria solidità delle nozze in Croazia, solidità che raggiunge un primato nella cittadina di Siroki-Brijeg, che è in Erzegovina ma è popolata tutta da Croati. Tra i suoi 13.000 abitanti nessuno ha memoria di un solo divorzio; anzi, di nessuna separazione. Non sono esenti, da quelle parti, dal peccato originale ma, forse, il loro segreto è il non avere perso il realismo cristiano, il non avere ceduto cioè al mito dell’amore “romantico” che sembra tanto bello, ma solo finché dura. Dopo di che, si passa a nuovi incontri, per riprovare l”’emozione” degli effimeri e ingannevoli “sentimenti”. E invece, il duro ma cristiano realismo croato si manifesta nella stessa liturgia, quando il sacerdote officiante si rivolge ai due nubendi e dice loro non parole mielose ma, chiaro e tondo: «Avete trovato la vostra croce». Consapevole di questo, la coppia saprà apprezzare i momenti di gioia, ma saprà anche non reagire, pensando a chissà quale “nuova vita felice” con un’altra persona, nei fastidi, nelle stanchezze, nelle ripulse che contrassegnano ogni convivenza familiare.

Colori del nazionalismo

Entrai a scuola, per la prima elementare, negli anni ormai remoti del dopoguerra. Alle pareti non avevano ancora tolto le grandi carte che rappresentavano gli “imperi coloniali”.

C’era una convenzione geografica internazionale che a ciascuno di loro aveva attribuito un colore: mi impressionava, sulla carta della mia classe, l’enorme estensione del rosa che era, mi pare di ricordare, la tinta dell’impero inglese e del Commonwealth. I francesi (anche qui se la memoria non mi tradisce) avevano l’azzurro, predominante in Africa. Il verde chiaro era per gli italiani e si fermava allo scatolone di sabbia della Libia e al Corno d’Africa, con Etiopia, Somalia, Eritrea e il puntino nell’Egeo del Dodecanneso. Niente per la Germania, che aveva perduto tutto già dopo la prima guerra mondiale e patetica la Spagna che, dopo avere dominato sull’Impero sul quale non tramontava mai il sole, non conservava che un piccolo, disabitato lembo del Sahara atlantico. Il Portogallo, invece, aveva le grosse macchie (in marroncino, forse) dell’Angola e del Mozambico.

Nella scuola non erano rimaste solo le carte del nazionalismo novecentesco, ma anche le retoriche di quello ottocentesco, il nazionalismo risorgimentale. Dunque, in quelle aule che, tra l’altro, erano in una Torino soltanto da pochissimo non più sabauda, maestre e maestri (c’erano ancora degli uomini alle elementari!) ci iniziarono da subito alle grandi frasi dell’epopea della Patria. Ecco allora Garibaldi a Calatafimi: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!», Carlo Alberto e il giovane figlio dopo Novara, davanti a Radetzky che chiedeva l’abolizione dello Statuto: «Casa Savoia conosce le vie dell’esilio, non quelle del disonore». Non mancava neppure il virile, perentorio «A Roma ci siamo e ci resteremo!” di Vittorio Emanuele Il entrando nel Quirinale appena sequestrato a Pio IX. Soltanto molto più tardi, laureandomi (guarda caso) proprio in storia del Risorgimento, appresi che in realtà la frase vera così suonava, nel piemontese che era la lingua madre del Padre della Patria: «Finalmènt aj soum». Dunque, un “finalmente ci siamo” pieno di sollievo, dopo le fatiche di un viaggio da Firenze tutto in carrozza, su strade impantanate, visto che l’alluvione di quell’autunno del 1870 aveva trascinato via la strada ferrata oltre che allagato Roma.

Insegnavano, a noi bambini, non soltanto le frasi che entusiasmavano o inorgoglivano, ma anche quelle che indignavano. Prima fra tutte, quella sprezzante dell’austriaco principe di Metternich a chi gli parlava di unità della Penisola: «L’Italia è solo un’espressione geografica». Facciamogliela vedere noi, se siamo un popolo o solo un nome sulla carta! arringarono nel 1848 i paladini della rinascita nazionale. Cent’anni dopo, alle mie elementari, c’era ancora un filo di indignazione nella voce dell’insegnante che ci ripeteva quella offesa all’onore italico.

Le cose, naturalmente, non sono andate così. Già lo si sospettava da tempo, ma in questi mesi un dotto articolo ha chiarito che non si trattò di una risposta arrogante del Cancelliere austriaco. In realtà, la frase era stata scritta in una sintesi diplomatica dove si diceva: «L’Italia è un nome geografico». Una constatazione, cioè, del tutto inoppugnabile, alla pari della stessa espressione usata in quel documento medesimo per la Germania.

Nessun insulto, dunque, ma la descrizione “neutra” di un fatto. Eppure, l’odio innescato anche da quella manipolazione si trascinerà sino al fatale 1915, quando il nazionalismo – dove confluivano la destra dei rètori alla d’Annunzio e alla Papini, allora ateo, e la sinistra dei massoni e dei socialisti alla Cesare Battisti – riuscirà a trascinare l’Italia nella “inutile strage”. Quella che, alla fine, oltre a 600.000 giovani morti ci regalerà il fascismo e, poi, un’altra guerra rovinosa.

Pietro ama e unisce

Se Gesù abbia voluto – e con quali prerogative e poteri – un Suo “vicario” per la Chiesa militante; se esista nella Chiesa un “primato di Pietro”, passato ai suoi successori e destinato a durare sino alla Parusia. Questo, in fondo, il problema centrale del dialogo ecumenico tra il cattolicesimo e le due altre grandi famiglie cristiane: quelle nate dai riformatori del XVI secolo e quelle orientali, greche, slave divise da Roma da ormai un millennio. Più chiara è, ai non specialisti, la posizione dei protestanti che, seppure con accenti diversi, escludono la legittimità del Papato, così come è inteso dai cattolici. Meno conosciuta è la posizione delle molte Chiese orientali, alcune delle quali venerabili per antichità e prestigio, ma la cui teologia è per molti un oggetto incognito. Eppure, è proprio con esse che il dialogo è più urgente e potrebbe essere più fruttuoso, come non si stancava di ripetere papa Wojtyla, venuto dall’Est e desideroso che la Chiesa tornasse a «respirare con due polmoni», quello Occidentale e quello Orientale.

Anche per questo ho letto con profitto, e consiglio ai lettori, un libro piccolo per mole ma le cui poco più che 200 pagine sono molto dense e precise, scritte come sono da Nicola Bux, specialista di teologia del cristianesimo orientale e da Adriano Garuti, docente di ecumenismo e per vent’anni in un posto chiave, come responsabile della sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il saggio, stampato dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna, annuncia sin dal titolo le sue intenzioni: Pietro ama ed unisce. Un “servizio petrino” , dunque, non come egemonia alla maniera del mondo, ma come servizio di amore e unione tra tutti i credenti in Cristo. Una prospettiva che è nella linea di Giovanni Paolo Il e di Benedetto XVI.

L’impegno ecumenico degli autori, il rispetto per la grande Tradizione orientale non impedisce loro quel parlare chiaro che è doveroso tra fratelli nella fede ed è presupposto indispensabile per un dialogo autentico. Significativa, ad esempio, una pagina sull’atteggiamento diffuso tra gli ortodossi: «Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha affermato che l’uniatismo è “una illecita e coperta infiltrazione espansionistica della Chiesa romana nello spazio dei popoli ortodossi”. Ora, se considerassimo analogamente l’Italia e l’Europa uno “spazio” cattolico, come giustificherebbero gli ortodossi l’azione di promozione di alcuni loro insediamenti? (…) Nella Chiesa di Russia si è giunti a definire “stranieri” i cattolici che pure, da secoli, nascono in quel Paese. A parte l’incongruenza del termine “straniero” nella Chiesa dove, come dice san Paolo, non vi sono più stranieri né ospiti ma familiari di Dio (Ef 2,19), c’è da pensare che sia un diversivo per nascondere le difficoltà nella missione».

Proseguono Bux e Garuti: «In Russia, è in atto una diffusa secolarizzazione come in Occidente, tutto è stato sradicato, si sono insediati il consumismo e l’idolatria del denaro. Bisognerebbe guardare all’immane sofferenza dei martiri del comunismo, non preoccuparsi di conservare solo gli assetti ecclesiastici; non vedere negli altri cristiani degli intrusi, ma protendersi – tra le sfide del mondo odierno – ad annunciare Gesù Cristo nel vuoto delle coscienze e della degradazione morale creato da oltre un secolo di ateismo, non presumere di agire separatamente in un così immane compito, per aprirsi alla collaborazione».

Parole al contempo amare ed affettuose. Ma che, ad Oriente, non sembrano trovare ascolto tra chi pure ha vissuto la più grande tragedia mai subita da cristiani. Tra gli enigmi del nostro tempo c’è quello di Chiese martirizzate per decenni dal comunismo e che non sembrano avere tratto alcuna lezione da quella esperienza terribile.

© Il Timone