marzo 2006 :: Il Timone :: Vivaio

Per almeno vent’anni, Joaquìm Navarro Valls, portavoce della Santa Sede, ha visto ogni mattina Giovanni Paolo II per informarlo delle cose del mondo. Racconta, ora, che, nelle pause di un lungo viaggio, osò chiedere al pontefice: «Se Sua Santità fosse costretto a salvare una sola frase dei quattro vangeli, quale sceglierebbe? ». Si aspettava un versetto sull’amore del sublime discorso all’Ultima Cena secondo Giovanni. E invece, dice Navarro, «papa Wojtyla non ebbe alcune esitazione e citò il “conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi”».

Il sensus fidei di colui che, come successore di Pietro, era garante della fede stessa era dunque consapevole (a differenza di quanto credono oggi molti) che la carità non è il prius, perché il primo posto spetta alla verità. Se questa non precede l’amore, non sappiamo neppure come e verso chi esercitarlo. Dalla bocca del Cristo, rivelatore dell’etica secondo la volontà divina, spira il soffio dello Spirito Santo, non viceversa. Non a caso la prima fra le Sacre Congregazioni, che veniva chiamata “La Suprema”, era quella che presiedeva alla Dottrina: precisare questa e difenderla è il compito maggiore, è ciò che si chiamava significativamente il “santo Ufficio”, cioè il santo Impegno.

Benedetto XVI – che per tanti anni e con tanto zelo è stato responsabile proprio di quell’Impegno sacro – si muove nella logica dell’amato predecessore. Per esempio, il suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace aveva per titolo «Nella verità, la pace ». Quest’ultima non è raggiungibile se prima non si fa chiarezza tra le infinite ideologie del mondo. E la prima enciclica, Deus caritas est, non è un’esortazione all’“amore” purchessia, ma un testo che mira innanzitutto a ricordare quale sia la verità su quella parola abusata.

Perché ricordare proprio qui queste cose? Ma perché vi trovo un’autorevole conferma dell’importanza decisiva, nella prospettiva cristiana, di ciò che cerca di fare questo giornale, pur nei limiti e nelle manchevolezze di noi che lo redigiamo. La ricerca apologetica altro non è che ricerca di Verità: su Dio, sull’uomo, sulla storia. Non, dunque, un impegno tra i tanti, ma il primo impegno richiesto al credente. Non da oggi, ma da sempre, prima fra tutte le carità è quella della verità.

Curdi

Non riguarda la verità dottrinale ma quella storica ciò che concerne – per fare un esempio tra mille – il popolo dei Curdi. Con l’invasione americana dell’Iraq, dov’erano oppressi, è diminuito il loro numero tra gli immigranti clandestini. Ma ci fu un tempo in cui costituivano la maggioranza sui barconi che giungono nelle isole siciliane o sulle coste meridionali della Penisola. Chiedevano – e tuttora chiedono – pane, lavoro, salvezza dalle persecuzioni. E anche per loro si prodigano soprattutto le organizzazioni cattoliche. Impegno encomiabile, ci mancherebbe. Ma mi chiedo quanti di quei cristiani volenterosi abbiano un minimo di conoscenza storica e sappiano, dunque, che proprio i Curdi furono i più implacabili e crudeli massacratori dei cristiani tra l’Anatolia, il Caucaso, la Mesopotamia.

Nel genocidio degli Armeni (ma anche prima, in ogni persecuzione) fornirono al governo ottomano la manovalanza dei tagliatori di gole, di teste, di arti. Un compito che, stando alle testimonianze, svolsero senza farsi pregare, anzi con grande soddisfazione. Del resto, la caccia al cristiano era stato il loro sport favorito per secoli. E i giovani si arruolavano entusiasti nel Corpo dei Giannizzeri, dove militavano anche i figli dei battezzati strappati ancora bambini alle famiglie e islamizzati a forza. La predilezione curda per quel Corpo nasceva dal fatto che esso era impiegato di preferenza nelle sanguinose repressioni contro i cristiani all’interno dell’impero ottomano.

Lo sappiamo tutti, non è il caso di ricordare che il proprio del credente nel Vangelo è l’amore per il nemico, la mano amichevolmente tesa verso il persecutore. Dunque, accoglienza fraterna per tutti e per ciascuno, magari proprio cominciando dai Curdi. Ma la carità, qui pure, deve essere preceduta dalla verità: il popolo che oggi chiede il nostro aiuto è quello il cui solo nome provoca ancora un brivido di terrore nei discendenti scampati al Grande Male, il massacro genocida dei fratelli Armeni. Come per tutto il resto, anche in simili casi il cristiano deve fare convivere in sé realtà diverse: il perdono, certo; ma anche la memoria.

Scuse protestanti

I turchi, si sa, non solo negano ostinatamente che quello armeno sia stato un genocidio, ma hanno addirittura una legge che trascina in tribunale chi osi parlarne. Il contrario, insomma, di quanto avviene in Europa, dove finisce in galera chi tocchi lo sterminio degli ebrei: David Irving, storico inglese, è detenuto a Vienna per avere cercato di dimostrare che la cifra di sei milioni di vittime è insostenibile. Rischia sino a vent’anni di prigione. Obbligatorio parlare di genocidio (e incomparabile, infinitamente peggiore di ogni altro) da una parte; vietato parlarne dall’altra. In ogni caso, della storia imposta con tribunali e secondini la prima vittima è proprio la verità. Ma questo è ciò che passa l’ipocrisia del secolo. Quanto alla colpe storiche di altri che non siano nazisti o turchi, si sa che solo i cattolici chiedono scusa, persino quando non sarebbe il caso. Se si guarda agli altri cristiani, gli ortodossi greco-slavi e i protestanti di ogni confessione puntano il dito accusatore contro i cattolici, ma non lo rivolgono mai verso di loro. Ho detto “mai”. E invece, sfogliando tra certi ritagli, mi accorgo che dovrei dire “quasi mai”. In effetti, ecco saltare fuori una pagina che misi da parte dieci anni fa. È di Riforma, il settimanale delle chiese valdo-metodiste. Giornale interessante, ben fatto; ma è certo che se un periodico cattolico usasse toni e argomenti nei riguardi dei protestanti come quelli che appaiono su quelle pagine contro i “papisti”, tutti griderebbero indignati contro il tradimento dell’ecumenismo. Io stesso sono stato aggredito di recente per avere ricordato che l’inquisizione creata nella Ginevra calvinista era probabilmente assai peggiore di quella romana. Eppure, almeno una volta – dieci anni fa! – ecco una sorprendente autocritica e una proposta di scuse, seppure a livello individuale. Il fatto è raro e vale la pena di dargli spazio, riportando le stesse parole della giornalista; che, in realtà, è una storica, inglese e di confessione anglicana, Christine C. Calvert. Ricopio testualmente, dunque, e non per pigrizia, ma perché una mia parafrasi toglierebbe credibilità e vigore a questa testimonianza. Scrive la professoressa Calvert, parlando della tragedia irlandese: «Nel 1845, la raccolta delle patate, da cui dipendeva per sfamarsi la popolazione dell’Irlanda, andò perduta a causa di una malattia detta rust, ruggine. Questo disastro innescò una tragedia di spaventose proporzioni che in pochi anni portò la popolazione dell’isola alla metà di prima. Il censimento del 1871 registrava solo quattro milioni di abitanti, contro i precedenti otto milioni e più. Si calcola che un milione e mezzo di persone morirono di fame o di malattie legate all’inedia; per i più fortunati, cominciò il grande esodo oltre l’Oceano, ma si determinò anche un esodo interno. I contadini cattolici affamati si misero in marcia verso le città. Con le conoscenze di allora la malattia delle patate non poteva essere affrontata, ma non è altrettanto vero per quelle disastrose conseguenze sociali che portarono all’inacerbirsi dei rancori dei cattolici contro i protestanti e, in genere, degli irlandesi contro gli inglesi». Prosegue la storica anglicana: «È qui che noi, in quanto protestanti, dobbiamo chinare il capo con vergogna. Infatti, la Chiesa riformata d’Irlanda era allora una forza di repressione e di incredibile sfruttamento. I parrocchiani cattolici dovevano pagare la decima a una comunità di cui non facevano parte e a un clero protestante spesso assente. Molti dei pastori e vescovi divennero ricchissimi, vivendo in un lusso sfrenato. I cattolici, stremati dalla fame, imploravano invano un segno di carità. L’aiuto era sì disponibile, ma a un solo prezzo che quei miserabili non erano disposti a pagare: si dava qualche aiuto, cioè, a chi abiurava il “papismo” e abbracciava la fede dei protestanti. Tra i quali, comunque, solo i quaccheri portavano qualche soccorso». Ed ecco l’ultima parte: «I grandi proprietari terrieri anglicani approfittarono della caduta rovinosa dei prezzi delle terre per allargare o creare le loro fattorie e cacciarono dai tuguri chi non riusciva a pagare il misero affitto. Uno dei signorotti dichiarò che non avrebbe lasciato un cattolico fra Knocknabola Bridge e il fiume di Newport. Così, condannarono donne, uomini, bambini a morire lungo le strade, con la bocca verde per il tentativo di sfamarsi con l’erba e le ortiche. Spesso, mancarono le forze e i soldi per seppellire i morti di fame in terra consacrata e li si inumarono sotto un leggero strato di terra nei campi». Ne conclude la studiosa: «Questa è una storia che abbiamo voluto
dimenticare. Tutti i cristiani, non certo solo i cattolici, dovrebbero prendere più sul serio il detto di Gesù sul bruscolo nell’occhio altrui e la trave nel loro».

Luoghi comuni

Ripesco, sempre nelle mie cartelle, due dichiarazioni di altrettanti pastori che rimettono in causa luoghi comuni ripetuti acriticamente dalla vulgata benpensante. Il primo è quello secondo il quale, con il celibato anche per il clero africano, la Chiesa andrebbe contro tutta la tradizione di quei popoli, imponendo qualcosa di incomprensibile, di mai visto da quelle parti e, dunque, di disumano. E invece, ecco un’intervista al cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, di antica famiglia del Ghana, dove è arcivescovo di Cape Coast: «Nella tradizione religiosa africana, nei nostri culti animistici, esistono sacerdoti celibi. E anche quelli sposati, quando devono celebrare i loro riti, devono astenersi per almeno tre giorni da ogni rapporto sessuale. Dunque, chi dice che per la mentalità della négritude celibato e castità sono inconcepibili, dice una cosa falsa. Certo, nel nostro clero si possono trovare situazioni di infedeltà ai voti. Si tratta di peccati e i peccatori sono dappertutto, non soltanto in Africa. Ma questo non vuol dire che il sacerdozio celibatario sia estraneo alla cultura nera: nient’affatto, anche la religione tradizionale lo conosce».

Altro luogo comune messo in discussione da un pastore, oltre che teologo, l’allora arcivescovo di Ferrara, ora di Bologna, Carlo Caffarra. Mi faceva notare, in una conversazione di cui ho tenuto gli appunti, che una certa mentalità da “cattolico progressista” considera una conquista il fatto che, a partire dai documenti del Vaticano II, la Chiesa non si pronuncia più con la condanna precisa di un errore preciso: «Si quis dixerit… anathema sit, se qualcuno dicesse… sia scomunicato». Poche parole e chiare, che gli uomini di Chiesa hanno sostituito con i lunghi e innumerevoli documenti che assomigliano spesso a trattati di sociologia e di psicologia. Mi diceva mons. Caffarra: «Non ci si accorge che lo stile “negativo”, quello della condanna recisa, quello seguito dai Concili dall’antichità sino al Vaticano II, salvaguardava la libertà assai più di quanto non faccia l’attuale stile “positivo”. L’anathema sit fissava un confine ben individuato e permetteva tutto quanto stava al di qua del fossato della condanna. Si sapeva con chiarezza quali erano i confini: all’interno di questi la libertà era assicurata. Ora, invece, tutto è fluido, spesso
indeterminato, tutto è sepolto sotto una coltre di parole, tanto che spesso non si sa bene che cosa sia concesso e che cosa no. Davvero un “progresso” come sostengono coloro che dicono di battersi per la maggiore libertà nella Chiesa?».

Aborto sovietico

Tempo di Olimpiadi, seppure minori, quelle invernali. Nel solito clima di retorica sui Giochi come luogo di dialogo, di comprensione tra i popoli, di progresso per i valori umani, vengono in mente gli orrori della defunta Unione Sovietica e dei suoi sventurati satelliti.

Olga Kovalenko, campionessa russa di ginnastica nel Messico, nel 1968, ha ricordato ciò che già si sapeva dall’apertura dei terribili archivi di Mosca. La donna, cioè, come buona parte delle sua compagne atlete, fu costretta a restare incinta entro tre mesi prima delle Olimpiadi. Per chi non era sposata, come la Kovalenko, provvedeva alla bisogna qualche funzionario del Ministero sovietico per lo sport, scelto dai medici stregoni incaricati di seguire le squadre. In effetti, nei primi tre mesi la gravidanza può fare aumentare sino al 30 per cento le prestazioni sportive delle donne, il cui corpo vede aumentare i globuli rossi, la portata cardiaca e polmonare, il tasso di progesterone. Ad Olimpiadi finite, e a medagliere riempito, un bell’aborto per tutte, a cura e spese dello Stato dei Lavoratori, dove si forgiava la “Umanità Nuova”.

Stellette massoniche

Sapevo, ovviamente (ne parlai anche in un articolo) dell’origine delle “stellette” sul bavero dei militari italiani: non è che la stella massonica a cinque punte, l’uomo stilizzato, con la testa, le due braccia, le due gambe. La Massoneria, si sa, è “umanesimo” e volle imprimere il suo simbolo sulle forze armate, la sua nuova Chiesa. Conoscevo anche la diretta derivazione dalle Logge della fascia che portano a tracolla gli ufficiali in certe occasioni: è la “sciarpa” che viene imposta agli apprendisti nel rito della iniziazione e dell’ingresso tra i Fratelli. Non sapevo, però, che la simbologia massonica per l’esercito si spinse, nell’Ottocento, ancora più in là. Scopro, infatti, nel testo di uno specialista, che non è casuale il grado sulla manica dei sottufficiali, quelle due sbarre che si uniscono con la punta verso l’alto: non è altro che il compasso che, assieme alla squadra, forma lo “stemma” dei Liberi Muratori. Incuriosito, trovo su un’enciclopedia il disegno dei gradi negli eserciti del mondo: quel compasso, in effetti, non è un’usanza militare universale ma sta solo sulle divise dei Paesi europei e americani di forte tradizione massonica. Altri eserciti, quello russo ad esempio, non lo hanno mai conosciuto. Una curiosità, certo. Ma che conferma, forse, l’ipocrisia di quei laici – massoni in prima fila – che chiedono di togliere dalla vista del
pubblico i segni cristiani, a cominciare dal Crocifisso. E se i cattolici chiedessero di sostituire con altro le stellette, le fasce, i gradicompasso delle Forze Armate?

Piazza Garibaldi. No, Santa Maria!

Giusto al proposito: malgrado tutto, qualche sostituzione si è avviata. Certo, è cosa tanto rara che va registrata, quasi come i rimorsi di un protestante. Montichiari è una vivace cittadina nella Bassa Bresciana, a poca distanza dal Garda sul quale vivo. Per un secolo intero, il Settecento, tutti i monteclarensi (questo il loro nome) si tolsero il già poco pane di bocca per erigere una chiesa parrocchiale che superasse per altezza di cupola e imponenza di navate ogni altra della zona. Quell’edificio sacro spettacolare era terminato da pochi decenni quando giunse la beffa dell’oligarchia di notabili – ovviamente Fratelli di Loggia – che intitolarono al solito Garibaldi la piazza, che è poi la principale del paese, su cui si affaccia la parrocchiale. Passarono molti altri decenni ma la gente non si rassegnava al sopruso, fino ad avere soddisfazione: proprio in questi mesi, l’amministrazione comunale ha deliberato e, così, sono state tolte le targhe con il nome di colui che la polemica cattolica chiamava “l’Eroe dei Due Milioni”, vista l’entità del vitalizio pagatogli a Caprera dallo Stato. Al posto di «piazza Giuseppe Garibaldi», l’accesso alla grande chiesa si chiama di nuovo, come tradizione e buon senso comandano, «piazza Santa Maria». Tutto bene, se non per un poco d’amarezza data dalla tenace contrarietà dell’opposizione, in cui pure militano tanti che si proclamano “cattolici», seppure “adulti”: si è tentato ogni ricorso, si è minacciato persino un referendum per impedire che il nome della Madonna sostituisse quello di colui che definiva il Papa dell’Immacolata «un metro cubo di letame».

Linguaggio perverso

“Matrimonio” deriva da mater e munus: dunque, letteralmente, “il compito di essere madre”. Scriveva, alla fine del Trecento, un grammatico e retore, Giovanni dalle Celle: «E perché nel matrimonio apparisce l’ufficio d’esso più nella madre che nel padre, esso dalla femina è denominato. Matrimonio: cioè a dire ufficio di madre ». Che cosa ha a che fare, questo, con quella conquista di civiltà che sarebbe il cosiddetto “matrimonio omosessuale” tra maschi, infecondo per definizione, dove non c’è alcuna madre? La perversione del linguaggio è ben più pericolosa di quanto non creda la garrula superficialità dei liberal dell’Occidente: sfidare la verità delle parole significa portare lo sconvolgimento sin nel profondo. Nomina sunt consequentia rerum: stiamoci attenti, se l’essenza del demoniaco è la menzogna, questa raggiunge la massima concentrazione nell’antilingua del politicamente corretto.

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