Ma Gesù non è Augusto

4 maggio 1996 :: Avvenire, di Vittorio Messori

Vorrei cominciare con quella che potrebbe sembrare a prima vista una ovvietà, una lapalissade per dirla con i francesi. Eccola, dunque: Il Giubileo è innanzitutto un evento religioso e va presentato utilizzando categorie adeguate. E cioè categorie direttamente ed esplicitamente religiose.

Ovvio, banale, lapalissiano dicevo. In realtà, anche questa tolta rischia di non essere così. «Anche questa volta», dico, perché l’esperienza quasi costante ci ha mostrato (e ogni giorno ci mostra) che buona parte della cosiddetta “informazione religiosa” è in realtà una grave “disinformazione” La quale tanto più rischia di non capire nulla e di non far capire nulla quanto più si crede «avvertita», «sagace», «oggettiva». Tutti i giorni constatiamo come il fatto religioso venga affrontato utilizzando categorie sociologiche, antropologiche, economiche, politiche o anche solo, generalmente, culturali. Si tratta di categorie non solo legittime ma addirittura doverose, spesso preziose; se applicate però agli ambiti adeguati. Sono invece incapaci di dar conto, di spiegare, di far capire l’essenza vera, l’hard core, il «nocciolo duro» del fatto religioso.

Malgrado ogni sforzo -e magari, malgrado ogni apparenza di profondità- nulla comprende della storia e dell’attualità cristiana chi non metta in conto il fatto primordiale, che sta dietro e sotto ogni altro: e, cioè, per dirla in una parola, la fede di uomini nella divinità dell’ebreo Gesù di Nazareth. Fede vissuta, certo, in mezzo a condizionamenti storici e a inquinamenti mondani: i quali costituiscono però non il quadro, ma, semmai, la cornice. Ecco: è proprio solo attorno alla cornice che si appuntano tanti sforzi di analisi che, pensano un po’ di tutto sia spia della Chiesa, dei suoi uomini, dei suoi fedeli, alla fine non spiegano nulla.

Il copione tante volte visto rischia di ripetersi (anni, certamente si ripeterà) anche in questa occasione del Giubileo. Non mancherà neppure, siatene certi, chi disquisirà e con aria di chi la sa lunga sui motivi per i quali il Giubileo sarebbe «di destra» o «di sinistra». O chi crederà di avere esaurito il tema facendo del «vaticanismo»: occupandosi, cioè, dell’involucro istituzionale della Chiesa e ignorando la sua essenza misterica. E comunque dovere dei credenti – anche se saranno fraintesi per l’ennesima volta – mettere con chiarezza le carte in tavola, dichiarare senza perifrasi la loro convinzione. E cioè: se l’imminente Duemila è così significativo per loro (ante, per l’umanità intera, ne sia o no consapevole) è per la semplice ma enorme ragione che in quell’anno (almeno secondo il computo tradizionale segnato dal noto errore di Dionigi il Piccolo) che in quell’anno, dunque, ricorrerà il duemillesimo anno dalla nascita, in carne umana, nientemeno che della seconda persona della trinità divina. E cioè di quel Gesù Cristo che, sempre per loro, i cristiani, non è il fondatore di qualche pur suggestiva tradizione religiosa; non è un grande iniziato, un saggio moralista, un opinionista «politicamente corretto», un profeta. Non è questo; o, almeno, non è soltanto questo; non è neppure «soltanto» il Messia atteso da Israele: uomo di Dio ma non Dio egli stesso. No, quel Gesù è l’incarnazione stessa del Dio creatore del Gelo e della Terra: è, per dirla con il Credo: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre…». Per la fede è il Signore stesso della storia, quello che, giusto qua si duemila anni fa, la spezza in due tronconi: ante Christum natum, post Christum natum. Colui che, quando la storia stessa degli uomini terminerà, per dirla nuovamente col Credo, «di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà mai fine».

Verità vuole che i credenti rilancino, insistano e completino il loro annuncio. Che mettano in chiaro, cioè, un’altra realtà enigmatica che discende da quella riproposta esplicita della « buona notizia» (evangelo) che si diceva. Per intenderci con un esempio: nel 1937 si celebravano con grande solennità, a Roma, i duemila anni dalla nascita di quell’Augusto sotto il cui impero nacque Gesù.

Auspice anche il regime allora al potere, tutto teso a favorire il culto di quel periodo, fu organizzato una sorta di «giubileo», una specie di «anno santo laico» (se non fosse una contraddizione in termini). Folle furono mobilitate, si fecero mostre, convegni, discorsi, parate, libri, si inaugurarono monumenti Poi tutto finì lì. Cosi come lì finisce ogni altra commemorazione di ogni altro centenario o millenario di qualunque personaggio umano, anche il più grande.

Non finisce affatto lì, invece, per un «anno santo» cristiano. E doveroso, anche qua, rimettere bene in chiaro che se la Chiesa indice un giubileo (ogni giubileo, non soltanto quello solennissimo del Duemila) non è per commemorare un defunto, ma per celebrare un vivo. Anzi, l’autore stesso della vita. E sarà dunque doveroso ricordare a tutti – anche a noi che pur ci diciamo cristiani -ma sempre tentati di trasformare il vino in acqua -che il pellegrinaggio esige, certo, una «macchina organizzativa», ma nulla ha a che fare con il turismo sia pure culturale, con escursioni artistico-culturali, sia pure con una spruzzata di devozione. L’indizione del Giubileo, e i pellegrinaggi ad Petri sedem che ne conseguono, hanno a che fare con le realtà ancora una volta «scandalose e folli» che la fede crede: il perdono dei peccati, le indulgenze, dunque la speranza ultraterrena, dunque la vita eterna. L’anno santo ogni anno santo non ha alcun significato se non in una prospettiva escatologica. Se non in una dimensione che riguarda la salvezza o la perdizione eterna proiettandosi, dunque, nella speranza anta, al di là delle porte bronzee della morte.

Ma non è proprio questa la dimensione più censurata non soltanto al di fuori ma, purtroppo, anche stalvolta, all’interno della Chiesa stessa? Ridire con chiarezza questa notizia (“l’indizione” del Giubileo riguarda la tua sorte per tutta l’eternità») è atto di doverosa verità non solo a beneficio della sorpresa se non dello scuotimento di capo degli increduli, ma a beneficio pure della rievangelizzazione, sempre necessaria, di chi ancora si dire credente. Come tutti sanno «giubileo» deriva da un termine ebraico che indicava gli squilli di tromba fatti con il corno dell’ariete. Squilli che volevano risvegliare l’attesa dell’era messianica, richiamare l’attenzione del popolo sulla speranza nel Dio di Abramo e di Giacobbe. E forse temo, da parte degli uomini di quel «Nuovo Israele» che è la Chiesa, di onorare quell’antica etimologia, di approfittare del «compleanno» bimillenario del Cristo per far risuonare «squilli» che ricordino l’essenziale, spesso nascosto dalla routine ecclesiale se non da certa burocrazia clericale.

Certo, al credente è precluso ogni trionfalismo apologetico: non solo dalle parole inquietanti del Nuovo testamento che sembravano annunciare un travaglio e, forse, un declino crescente man mano che la Parusìa si avvicina; ma anche dalla constatazione oggettiva della realtà contemporanea, con un restringimento del numero e, forse, del fervore di chi ancora «scommette» sul Vangelo la propria vita e la propria morte. Tra l’altro – come mi sono permesso di ricordare al Papa stesso in una delle domande che mi fu concesso di porgli proprio nell’anno Duemila dovrebbe verificarsi, stando alle proiezioni statistiche, un inqueietante « sorpasso»: tra quattro anni, dunque, per la prima volta nella storia, il numero dei musulmani supererà quello dei cattolici. Ma da tempo, ormai, pure nelle terre che già forono cristiane (se stiamo almeno a indicatori-i soli che abbiamo, Dio solo potendo scrutare <d cuori e le reni» – come la frequenza alla messa domenicale e ai sacramenti) il numero degli agnostici supera abbondantemente quello dei credenti. Sembra sì realizzarsi la profezia di André Malraux: «Il secolo XXI o sarà religioso o non sarà». Ma, per quanto possiamo giudicare, se il primo secolo del terzo millennio sarà religioso, probabilmente non sarà cristiano; né, tanto meno, sarà cattolico le masse preferendo forse un accomodante sincretismo, una religiosità self service al rigore del simbolo degli Apostoli.

Anche da una simile situazione i superstiti credenti nel Vangelo dovrebbero derivare il dovere di ritrovare il gusto del sale, l’impegno di rilanciare la provocazione del kerygma, dell’annuncio primitivo. E anche, forse è soprattutto questa, la grande opportunità offerta dal Giubileo, stando alla lettura propostacene da Giovanni Paolo II: eravamo attorno al sepolcro vuoto, all’alba della rima domenica, nella città di Gerusalemme, essendo imperatore Tiberio e procuratore di Giudea Ponzio Pilato.

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