L’ultimo scisma di cent’anni fa

3 settembre 1976 :: Stampa Sera, di Vittorio Messori

Marcel Lefebvre, l’ex arcivescovo di Dakar che sfida Roma brandendo il messale in latino, non è in fondo che il protagonista un po’ patetico di una vicenda molte volte ripetuta nei venti secoli di storia della Chiesa. Fedelissimo della tradizione, il vecchio prelato francese sembra volerla rispettare, anche nella recita di un ruolo che rientra, appunto, in una tradizione millenaria. Il ruolo, cioè, del vescovo che si pone a capo della consueta minoranza di dissidenti che non accettano le deliberazioni di un concilio ecumenico.

Successo subito dopo il -concilio di Efeso, nel 431; dopo quello di Calcedonia, nel 451; e via via. passando per il concilio di Trento (quando a non accettare i decreti fu l’intera Europa del Nord ormai in rivolta dietro Lutero, Calvino, Enrico d’Inghilterra) sino al Vaticano I del 1870. Quel concilio (l’ultimo sino al Vaticano II di quasi un secolo dopo), diede origine a uno scisma che dura ancor oggi: è la chiesa separata dei « vecchi cattolici » che hanno vescovi e comunità in Svizzera, Olanda,Germania.

Cattolici « vecchi », si definirono quei fedeli, proprio perché, alla Lefebvre,
rifiutarono di seguire su nuove strade una Chiesa che a loro avviso si era allontanata dalle tradizioni sempre praticate nel popolo cristiano. Con una differenza importante, però: un secolo fa la minoranza dissidente abbandonò il «gregge » uscendo verso sinistra, se ne andarono, cioè, in nome di una tradizione che avrebbe permesso alla Chiesa maggiori aperture al mondo moderno. Sono motivazioni contrarie a quelle del piccolo “anti-papa di Lilla” che esce dalla porta di destra, per salvaguardare la cristianità da “pericoli ed errori” della società contemporanea.

L’estate del 1870, a Roma, fu fredda e piovosa come quella di quest’anno. II 18 luglio 700 vescovi di tutto il mondo (150 provenienti dai Paesi di lingua inglese, 30 dal Sud America, 50 dall’Oriente, 40 da Austria e Germania, 200 dall’Italia) si riunirono in San Pietro per l’ultima cerimonia di un Concilio che aveva visto una lotta drammatica tra le fazioni teologiche in contrasto. Mentre il cielo di Roma si oscurava e un terribile uragano flagellava la città, alla luce delle torce accese in fretta fu letto il testo della Costituzione dogmatica Pastor Aeternus: era il contestatissimo documento con cui si sanciva il principio della infallibilità del Papa quando, in forma solenne, si esprima in materia di fede e di costumi.

Il giorno dopo scoppiava la guerra tra Francia e Prussia, due mesi dopo i bersaglieri piemontesi entravano da Porta Pia: il Concilio Vaticano I era definitivamente chiuso, anche i vescovi che erano restati a Roma mentre i cannoni sparavano tornarono alle loro sedi. Qui i, presuli austriaci, francesi, tedeschi trovarono spesso malcontento, qualche volta aperta rivolta. Guidati da teologi come il celebre Ignazio von Doellinger di Monaco di Baviera, molti fedeli rifiutavano di accettare il dogma della infallibilità. Si sosteneva che una simile definizione sfidava tutta la tradizione della Chiesa che mai aveva ritenuto il Papa a incapace di sbagliare, seppure solo in materia di fede e di costumi.

Anche’ tra i vescovi, del resto, l’unanimità raggiunta era solo fittizia: per un intero anno il Concilio aveva discusso attorno ai testi della Pastor Aeternus, molti avevano finito per votare a favore più per stanchezza ed ubbidienza che per vera convinzione. Pensavano, infatti, che il nuovo dogma avrebbe reso ancor più profondo il solco che separava la Chiesa dal mondo moderno e temevano un Vaticano che, con l’arma della «infallibilità», poteva ridurre al silenzio ogni dibattito teologico non gradito al Papa del momento.

Proclamata la nuova Costituzione come legge di fede della Chiesa, tutti i vescovi finirono però per sottomettersi alla volontà della maggioranza che l’aveva votata e di Pio IX che l’aveva voluta. Tutti i presuli già «dissidenti in Concilio scrissero al Papa riaffermando i valori della unità della Chiesa rispetto ai punti di vista personalità. Così, quando i contestatori ad oltranza del nuovo dogma si riunirono in Baviera per decidere la separazione da Roma, non si trovò un solo vescovo attorno al quale tentare di costituire la chiesa scismatica.

I «vecchi cattolici» dovettero rivolgersi ai giansenisti, una setta olandese staccatasi dalla Chiesa cattolica nel Settecento, per ottenere da loro un vescovo che costituisse un embrione di gerarchia. Il von Doellinger, il teologo che era stato leader della opposizione al dogma, non soltanto fu scomunicato da Roma ma fu pure scavalcato dai suoi seguaci che, andando al di là delle intenzioni, finirono col trasformarsi non nel «ramo del cattolicesimo innestato sulle tradizioni» ma in una sorta di confessione protestante.

E’ curioso osservare come il Vaticano lanciasse la scomunica contro i Vecchi Cattolici anche perché questi pretendevano di celebrare la messa in lingua «volgare», rifiutando il latino. Lefebvre e i 6 mila di Lilla, ora, sfidano Roma anche con la celebrazione in latino della stessa messa. E’ un esempio del paradosso millenario vissuto da una comunità alla continua ricerca di un punto di equilibrio, minacciato da ogni lato da resistenze al movimento o da tentazioni di fughe in avanti.

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