luglio-agosto 2006 :: Il Timone :: Vivaio

Gustav Seibt, storico e docente nella prestigiosa Humboldt Universitaet di Berlino, si è occupato per lungo tempo della questione del ritorno sulla Sprea della capitale tedesca, dopo la riunificazione. Come si sa, molti Laender – a cominciare dalle cattoliche (od oggi, ahinoi, ex-cattoliche, o quasi…) Baviera e Renania – non volevano che il centro politico ritornasse in Prussia. E di certo non solo perché con l’amputazione della Germania Orientale la vecchia capitale è divenuta molto decentrata, con la frontiera polacca quasi a ridosso. I motivi del rifiuto sono ben più profondi. Juan Donoso Cortés, il pensatore controrivoluzionario che conosceva bene quei luoghi, essendo stato nel 1849 ambasciatore di Spagna a Berlino, scrisse addirittura: «La Prussia ha per padre il diavolo». Pensava, forse, anche alla cristianizzazione dei prussiani con i metodi brutali, che non esitavano davanti alla strage dei renitenti, praticati dai monaci-soldati, i Cavalieri Teutonici. Ma Donoso rinviava, soprattutto, al tradimento del Gran Maestro Alberto di Brandeburgo che colse l’occasione della rivolta di Lutero per abbandonare il sacerdozio, sposarsi e, soprattutto, dichiarare sua proprietà personale i domini dell’Ordine di cui si proclamò sovrano.

I principi tedeschi avevano subito approfittato della rivolta contro Roma per mettere avidamente le mani sulla proprietà ecclesiastiche: fu questo, del resto, che assicurò la vittoria e il consolidamento della Riforma. Gli aristocratici avevano tutto l’interesse a che non ritornasse il cattolicesimo, con il pericolo di dovere restituire quanto era stato
arraffato. Una storia, economica e non teologica, che impedì tra l’altro il ritorno a Roma dell’Inghilterra e che spiega anche il favore accordato al Bonaparte che, per avere l’appoggio dei nouveaux riches (borghesi, questa volta, più ancora che nobili), dovette dichiarare solennemente, per scritto, che il ricco bottino dei beni della Chiesa svenduto ai già ricchi dalla Rivoluzione non sarebbe stato messo in discussione. Il Gran Maestro Alberto fece ancor di più: era egli stesso un ecclesiastico e dichiarò suo, trasformandolo in Ducato ereditario per sé e per i suoi figli, tutto ciò che apparteneva ai Cavalieri e su cui, per mandato della Chiesa e dei confratelli, avrebbe dovuto vegliare. Le croci nere su fondo bianco delle bandiere e degli stemmi prima della Prussia e poi della Germania intera sono ancora quelli dei Teutonici. In ogni caso, poiché – come ammonisce la saggezza popolare – Dio non paga il sabato, dovettero passare quasi quattro secoli dal 1525 al 1918: ma nel novembre di quell’anno, Guglielmo II di Hohenzollern, l’ultimo erede di quel ducato divenuto nel frattempo impero tedesco, dovette scappare in tutta fretta e con poche valigie in Olanda, inseguito dalla rivoluzione scatenata dalla sconfitta nella guerra fomentata anche dalla sua megalomania.

La storia della Prussia, dunque, comincia con un ladrocinio inaudito e conoscerà poi le forme più pericolose e radicali di tutte le ideologie moderne: il nazionalismo, il militarismo, l’antisemitismo, il socialismo, il nazionalsocialismo, il comunismo, il nichilismo, e oggi l’edonismo. Berlino è stata al contempo mandante e vittima degli errori disastrosi che hanno funestato gli ultimi due secoli. Non stupisce che, al referendum dopo la riunificazione del 1989, sia passata, ma senza ottenere l’unanimità, la proposta di ritornare a quella che fu capitale grazie alle vittorie contro la Francia nel 1870 ma che non fu mai pienamente accettata dal Sud e dall’Ovest, di tradizione cattolica. Persino Hitler, austriaco, non amava Berlino e, in effetti, voleva raderla al suolo per ricostruirla come Weltstadt, “città mondiale” completamente diversa, a cominciare dal nome: non più Berlin ma Germania. I megalomani piani architettonici elaborati con Speer, il suo architetto, non nascevano, paradossalmente, da amore bensì da odio: radere tutto al suolo e ricominciare da capo.

Tutto questo è stato ricostruito dallo storico Gustav Seibt che, nel corso della sua monumentale ricerca, è stato attratto dalla vicenda di quell’altra “capitale contestata” che, nello stesso XIX secolo, fu Roma. Con una differenza fondamentale: Berlino fu imposta da Bismarck a una Germania riluttante mentre Roma fu conquistata a cannonate da una classe politica che ebbe Cavour come massimo esponente e che voleva farne ad ogni costo la capitale. Insomma, per i tedeschi la capitale fu un destino da subire, per gli italiani (o, almeno, per la ristretta casta allora al potere) fu una scelta da perseguire ad ogni costo.

Sta di fatto che il professor Seibt dalle sue riflessioni ha tratto un grosso volume, Rom oder Tod, Roma o morte, uscito di recente in italiano (Roma o morte. La lotta per la capitale d’Italia, Garzanti 2005) e che, ovviamente, mi sono affrettato ad esaminare. Occuparsi di quei decenni non è curiosità da eruditi ma un modo per cercare di comprendere il presente. La serietà accademica germanica non è smentita neppure qui, il rigore nella ricerca è garantito; così come è garantito anche il conformismo, anch’esso tipicamente accademico, con la consueta, logora contrapposizione tra i buoni “progressisti” (i Piemontesi, e c’è da riderne!) e i “reazionari” (Pio IX e i clericali in genere, ça va sans dire). L’adesione alla vulgata ancora egemone si spinge sino al punto che questo docente berlinese termina così il suo libro: «Nel 2000 la Chiesa cattolica ha beatificato entrambi i papi dei due Concili vaticani. Ed è accaduto di nuovo in un giorno di settembre. Quando è stato elevato agli onori degli altari Giovanni XXIII, in piazza San Pietro c’è stata un’esplosione di giubilo. Quando è toccato a Pio IX, la piazza ha risposto con un gelido silenzio». Ecco come la storiografia più «rigorosa» – almeno nella dichiarazioni dello storico – crea miti, schemi, parole d’ordine.

Si dà il caso che io stesso, quella domenica autunnale, fossi su quella piazza. E in un posto privilegiato, da dove potevo tutto vedere e sentire. Ero, cioè, sul palco della Rai, sopraelevato proprio in mezzo alla folla, ad affiancare nel commento per la diretta televisiva il collega vaticanista del Tg 1, Giuseppe De Carli. Ci fu clamore, certo, per papa Giovanni, grazie anche al “tifo organizzato” (mi si permetta l’espressione) della diocesi di Bergamo che aveva dirottato su Roma, parrocchia per parrocchia, masse di pellegrini. Ma sta solo nella fantasia – o, meglio, nel desiderio – del professore di Berlino, che quasi certamente non c’era, il “gelido silenzio” che avrebbe seguito la proclamazione a beato di Pio IX. Certo, non ci furono le grida e i cori dei supporter bergamaschi ma – lo testimoniano le mie orecchie e lo testimonia la registrazione del commento di De Carli e mio – ci fu un lungo applauso e anche le grida e l’agitare di cartelli e striscioni di gruppi marchigiani. In ogni caso, quella folla era composta in massima parte di cattolici espliciti ma certamente ignari di vicende risorgimentali: solo l’irrealismo di un professore, per giunta prussiano, può pensare che quei semplici secondo il Vangelo – abituati ad applaudire comunque le iniziative di un papa, cui va comunque la loro fiducia: se lui lo ha approvato va certamente bene – esprimessero dissensi basati su questioni storiche, sino al punto di ammutolire. Ma poi, diciamolo, perchè un cattolico dovrebbe avercela con il pontefice che definì l’Immacolata, che riconobbe Lourdes, che sorresse e favorì santi come don Bosco, che fu insultato e odiato dai Garibaldi e dai Mazzini, che fu derubato di tutto e ridotto agli arresti domiciliari in Vaticano? Così, insomma, nascono i miti: c’è da star certi che alla fine lo schemino prefissato entrerà anche nei testi scolastici. Gente in festa per il Papa arruolato da certa intellighenzia clericale (per quanto abusivamente) tra i “progressisti”; silenzio, e gelido, della folla per il Papa “oscurantista”.

Comunque non è la prima volta né sarà l’ultima in cui il desiderio di adeguarsi alla precomprensione storica inventa dei “silenzi”. Per restare a una mia testimonianza personale, dopo quella del palco in piazza San Pietro: nei miei molti anni torinesi ho ascoltato più e più volte i resoconti degli anziani che furono presenti quando Mussolini
incontrò gli operai della Fiat, parlando al Lingotto da un palco a forma di enorme incudine e avendo a fianco il senatore Giovanni Agnelli. Secondo la vulgata messa a punto e imposta dopo il 1945, anche qui un “gelido silenzio” avrebbe accolto il duce: secondo il mito di sinistra, i membri della coriacea “classe operaia” subalpina avrebbero mostrato il loro antifascismo incrociando le braccia, ascoltando muti i retorici sproloqui del Tiranno e andandosene a capo chino. Il duce ne sarebbe uscito adirato contro quella Torino operaia, così refrattaria al fascismo. In realtà, non soltanto i racconti dei testimoni, sentiti con le mie orecchie, ma anche le riprese cinematografiche dell’evento mostrano tra quegli operai un entusiasmo niente affatto inferiore a quello che ovunque accoglieva, allora, il Benito.
Acclamazioni e applausi a scena aperta si susseguirono, in quella gigantesca fabbrica che eccitava Piero Gobetti e Antonio Gramsci, che vi vedevano il simbolo di una umanità nuova. Il “gelido silenzio” del Lingotto per Mussolini ha la stessa verità storica di quello di piazza San Pietro per la beatificazione di Pio IX.

Con (preziosa) pignoleria germanica, Gustav Seibt – per tornare allo storico tedesco – dà i numeri: quelli, precisi, delle forze del papa che, nel settembre del 1870 avrebbero voluto fronteggiare il corpo di invasione mandato dal governo di Firenze. Avrebbero voluto, dico, perchè il Pontefice in realtà prescrisse una resistenza solo dimostrativa, per mostrare al mondo che lo Stato Pontificio cedeva alla violenza. Inutili le richieste appassionate del Comandante in capo, Kanzler, che, da militare geloso dell’onore, avrebbe voluto una vera opposizione, per quanto inutile, visto che l’esercito italiano (o piemontese, come lo chiamavano a Roma) aveva un rapporto di forze di dieci a uno. Il barone Hermann Kanzler era originario del Baden, aveva sposato una romana e da molti anni si era arruolato volontariamente sotto le insegne pontificie in quanto, riconosce Seibt, «era appassionatamente devoto al papa, un ardente combattente per la fede e un buon soldato». Ma veniamo ai numeri, limitandoci a quelli dei volontari. Nello Stato Pontificio, del resto, non esisteva l’invenzione “diabolica”, introdotta dalla rivoluzione, della coscrizione obbligatoria che trasformava ogni conflitto da faccenda per professionisti in guerra di massa, totale. Oltre agli italiani (accorsi da ogni regione per difendere quello che consideravano il loro padre nella fede: non c’erano solo i volontari di Garibaldi…), i più numerosi – tremila – erano i francesi, la maggior parte inquadrati nella Légion d’Antibes, un corpo di giovani cattolici entusiasti e valorosi, come mostrarono poi andando subito a combattere in Patria contro i prussiani. Seguivano 1.200 tra tedeschi e austriaci, 1.000 svizzeri, 900 olandesi, 700 belgi, 300 canadesi, naturalmente francofoni del Québec, oppressi dagli inglesi perchè “papisti”. Seguivano gruppi di spagnoli, portoghesi, inglesi, statunitensi. C’erano anche 10 russi e persino 4 tunisini, 3 turchi, 3 siriani, 2 brasiliani, 2 svedesi, 1 marocchino, 1 peruviano, 1 messicano. Il più esotico tra tutti, un aborigeno della Nuova Zelanda. Seibt: «Fino ai moderni corpi di spedizione delle Nazioni Unite non c’è più stato un simile esercito multinazionale che testimoniava della universalità della Chiesa cattolica». E testimoniava, aggiungiamo noi, del nuovo destino accettato lucidamente da Pio IX: abbandonata dai governi e dalle dinastie regnanti, la Catholica faceva appello ai popoli. E i popoli risponderanno mandando i loro figli ad arruolarsi a Roma e, poi, versando all’Obolo di San Pietro quanto occorrerà alla Chiesa, spogliata di tutto, per mantenere la sua istituzione. Significativo il commento di questo storico tedesco, pur così ossequioso, lo dicevo, dei dogmi e dei tabù del “politicamente corretto”: «Gli italiani più infervorati dai sentimenti nazionali hanno irriso a questo esercito variegato… Ma tenuto conto di tutto ciò che si sa, bisogna dire che la propaganda italiana contro l’esercito della Chiesa aveva torto. I resoconti che ci sono giunti di ufficiali e soldati papalini dicono di sincera devozione per la legittima causa del loro Supremo Comandante, di pietà religiosa, di disponibilità al sacrificio. Si rifacevano, nelle loro motivazioni, allo spirito delle crociate». Del resto, questa «truppa cosmopolita e raccogliticcia», come la chiamava con disprezzo la retorica risorgimentale, tre anni prima, nel 1867, a Mentana, aveva inflitto, assieme ai francesi, una dura lezione a Garibaldi che pensava di arrivare a Roma come in passeggiata. E tutte le testimonianze ci dicono del malumore se non della rabbia di quegli uomini di fronte all’ordine di cessare la lotta quando la breccia nelle Mura Aureliane fosse stata aperta dalle artiglierie di Cadorna. Successe, in effetti, che quando Pio IX ordinò di alzare la bandiera bianca sulla cupola di San Pietro, i volontari continuarono nella difesa con un fuoco ordinato e costante di fucileria. Le cifre, del resto, confermano che non si trattava di un ammasso di vili. Tra essi ci furono 19 morti e 68 feriti. E gli italiani lasciarono sul campo 49 caduti e 132 feriti. E, questo, nel brevissimo tempo che fu concesso alla battaglia “dimostrativa”.
Gustav Seibt fa, in questo giustamente, dell’ironia sulle contraddizioni della propaganda risorgimentale: «La difficoltà di imporre la interruzione dei combattimenti fu interpretata dagli italiani come una prova che il papa non era padrone delle sue truppe straniere, assetate di sangue». Delle due l’una: o mercenari vili e pronti alla fuga, come ripeteva Nino Bixio (dimenticando la disfatta a Mentana, sua e del suo Eroe) o belve scatenate. Al comandante della spedizione, Raffaele Cadorna, scappò detto che era stata una fortuna la decisione di Pio IX di una resistenza che fu cruenta ma doveva essere solo simbolica: se a Kanzler e ai suoi, infervorati di spirito crociato, fosse stata lasciata mano libera, una volta varcate le mura gli italiani avrebbero dovuto combattere casa per casa e il risultato sarebbe stato «un carnaio». Ugo Pesci, principe dei giornalisti nazionalisti, autore di memorie un tempo famose che trasfiguravano la Breccia nel mito patriottico, fece una ammissione significativa: «La notte tra il 20 e il 21 settembre l’Italia fu assistita da un buona stella». In effetti, a norma dell’accordo tra Cadorna e Kanzler, dopo la resa 9.000 soldati papalini furono concentrati in piazza San Pietro. Era stato ordinato loro di cessare dal combattere ma conservavano i fucili, i cavalli, persino qualche pezzo di artiglieria. Erano, dice Seibt, «come una bomba colma di frustrazione: che sarebbe successo se fosse esplosa?». Sul desiderio di riprendere a battersi, costasse quel che costasse, prevalse la disciplina e l’obbedienza al papa che, per tutta la notte, fu acclamato alla luce dei falò. Il mattino, dopo avere assistito alle prime luci alla messa in San Pietro (gli italiani, tra l’altro, non avevano dato loro nulla da mangiare, erano digiuni da ormai 24 ore e i maltrattamenti continuarono nei giorni seguenti) sfilarono davanti a Cadorna e Bixio, ricevendo l’onore delle armi e consegnando i fucili ma, a un certo punto, ai due generali italiani crollarono i nervi. Fu quando passarono davanti a loro gli spavaldi volontari della Legione di Antibes che, guardandoli con il sigaro in bocca, gridavano: «Arrivederci! E a presto!».

Per finirla con il lavoro del professor Seibt: è significativo che nel suo rigore nel vagliare le fonti (malgrado le scivolate nel conformismo), questo studioso accetti come autentiche le parole pronunciate da Vittorio Emanuele II sul letto di morte, nel palazzo del Quirinale che sino ad 8 anni prima era stato del papa. Stando alla versione ufficiale, il primo re d’Italia non avrebbe ritrattato nulla, scusandosi semplicemente se aveva dato qualche causa di dolore a Pio IX, ma solo alla sua persona, non alla istituzione. In realtà, scrive lo storico tedesco, «ansimando e gemendo, pronunciando male le parole però ripetendole più volte in modo inequivocabile, Vittorio Emanuele avrebbe detto: “Non mi fo più alcuna illusione, io sono per morire e andrò a rendere conto di quanto ho fatto. Che terribile fardello è mai il regno per un sovrano! Io sono stato ingannato, agivo con buon fine ma la mia volontà fu pervertita. Io voglio morire da buon cattolico, voglio andare dal papa per chiedergli perdono dei torti che gli ho fatto. Autorizzo a dire al Santo Padre tutto quello che giudicate essere
obbligato a dire e fare per morire da buon cattolico. Sono pentito dei torti fatti al papa e alla Chiesa…”». Commenta Seibt: «Questo stato d’animo di disperazione fu eliberatamente tenuto nascosto dal governo. «Re Vittorio è morto come un eroe!», annunciò il giorno dopo la Gazzetta Ufficiale. Senza la manipolazione dei fatti l’Italia non avrebbe potuto celebrare per giorni e giorni la pomposa esaltazione dell’unità attorno alle spoglie del re.

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