luglio-agosto 2005 :: Il Timone :: Vivaio

In piazzale Loreto, a Milano, da moltissimo tempo non esiste più il distributore di benzina alla cui tettoia furono appesi per i piedi Mussolini, Claretta Petacci, i gerarchi fucilati a Dongo e, alla fine, anche Achille Starace che passava di lì per caso, essendo ormai da anni al di fuori della politica ed essendo finito, tra l’altro, nelle carceri della Repubblica Sociale. Non c’è alcuna traccia del luogo che fu trasformato in «una macelleria messicana», come lo definì lo stesso Sandro Pertini, che ha sempre assicurato di essere stato contrario a quella esibizione di cadaveri. In quel nodo di traffico convulso ben più che piazza, un monumento comunque c’è: ed è quello dedicato ai diciassette milanesi fucilati dai tedeschi il 9 e il 10 agosto del 1944. Ogni anno, nella deserta città estiva, il Comune procede a una commemorazione ufficiale dell’eccidio. Il fatto spiega perchè i partigiani in arrivo dal lago di Como con il camion carico di morti fascisti abbiano deciso di esporli proprio in quel luogo.

Eppure, in quel fiume di parole che continua da ormai sessant’anni, nessuno dice come andarono davvero le cose. È solo l’amore per la verità che deve contrassegnare un cristiano che mi spinge a ricordare lo svolgimento dei fatti, non certo una qualche simpatia per il fascismo, per il quale ho la stessa estraneità, anzi orrore, che nutro verso il comunismo. Si tratta, infatti di fratelli, per quanto talvolta litigiosi, figli tutti e due della modernità postcristiana: in entrambi il “totalitarismo”, cioè la Politica, il Partito che pretendono di possedere la “totalità” dei cittadini, ridotti a sudditi. È l’incubo dello Stato Etico, come fonte e garante di moralità da imporre con leggi e gendarmi. È la tirannia del Grande Fratello che vuole irreggimentarci e controllarci dalla culla alla tomba, in strada e in casa, dicendoci non soltanto come dobbiamo votare, ma come dobbiamo pensare e vivere. Niente di peggio del nero e del rosso per uno come me che si sente un anarchico, seppur credente nel peccato originale: uno che, dunque, non ama gerarchie, autorità, carabinieri ma li rispetta ed accetta come male inevitabile, come scotto da pagare alla caduta di Adamo. Questo chiarito, vediamo come andarono le cose a piazzale Loreto. Per comodità ci rifaremo al diario di Vincenzo Costa che, durante la Repubblica Sociale, fu il Federale, cioè la più alta autorità fascista, di Milano. Non si scuota il capo, pensando subito a una fonte inattendibile, perchè di parte. Le sue memorie sono state giudicate veritiere e oggettive dal maggior esperto di queste cose, Renzo De Felice, ed egli stesso le ha fatte pubblicare da un’editrice insospettabile come Il Mulino, che le ha ripresentate in queste settimane in edizione economica. In ogni caso, la ricostruzione che Costa fa della strage del 1944 è confermata da tutti gli storici: anche se, naturalmente, in pubblicazioni accademiche, da non far circolare troppo per non suscitare le reazioni, temibili, dei sacerdoti della fruttuosa retorica resistenziale.

In sostanza piazzale Loreto è l’equivalente milanese della romana via Rasella: la strage dei vecchi territoriali della Wehrmacht (non tedeschi, come spesso si dice, ma italiani dell’Alto Adige) fu voluta dai comunisti come azione politica, non militare. Gli americani, in effetti, stavano avvicinandosi a Roma, i tedeschi si sarebbero presto ritirati ma nel popolo romano non c’era sufficiente odio per loro, i lutti non erano stati tanto gravi ed estesi da risvegliare nella gente un furente antifascismo che essi, i comunisti, avrebbero poi utilizzato a dovere, usando ai loro scopi i “martiri”. Il carretto per le immondizie pieno di tritolo fu fatto esplodere in via Rasella proprio per questo: provocare l’inevitabile rappresaglia nazista e capitalizzare lo sdegno e l’orrore che ne sarebbero seguiti. Un calcolo egualmente cinico fu fatto dai capi partigiani milanesi. Scrive il federale Costa: «Il Comando tedesco stava cercando con ogni mezzo di accattivarsi la simpatia della popolazione milanese. La brutalità, le deportazioni, gli arresti in massa seguiti all’8 settembre avevano suscitato paura e odio». Ma nella primavera ed estate del 1944 «i tedeschi a Milano obbedivano al nuovo indirizzo
della loro propaganda e, soprattutto, obbedivano al console generale di Germania che favoriva gesti per ripristinare il cameratismo e la comprensione». Addirittura, rischiavano di diventare “simpatiche” ai milanesi persino le SS che avevano rilasciato centinaia di operai arrestati e destinati al lavoro obbligatorio nel Reich. Da Berlino, infatti, si ripeteva l’ordine di «non infierire sulla popolazione ma di usare tatto e mostrare fraternità». Così, i germanici in terra ambrosiana presero alcune iniziative che, scrive il federale, «al popolo piacquero». Non piacquero affatto, invece, ai resistenti, i quali decisero di «rompere, con una bomba, il clima di comprensione, seminando morte e odio, riportando i tedeschi a comportarsi da brutali soldati».

Ecco, allora, come andò, nel resoconto – aderente ai fatti, come dicevo – di Vincenzo Costa: «Alle 7 di ogni mattina, sotto gli alberi di viale Lombardia angolo piazzale Loreto giungeva una decina di camion tedeschi, dai quali venivano calate ceste ricolme di verdure, patate, frutta che la Staffen-Propaganda acquistava al mercato all’ingrosso di Porta Vittoria e distribuiva gratuitamente ai cittadini. Il mattino del 9 agosto si snodava una lunga fila di massaie in attesa del loro turno. Un grosso maresciallo tedesco, grande come la statua di San Carlo ad Arona, dalla faccia di bonaccione bevitore di birra, sorridente con tutti, prendeva la merce e la calava nelle borse delle donne. Queste ringraziavano e se ne andavano veloci. Quegli scambi di sorrisi, quella reciproca fiducia e simpatia davano fastidio agli agenti dei Comitati di liberazione, che decisero di porvi fine con un eccidio.

Nottetempo, in una cesta posero una bomba ad orologeria e quando al mattino il solito maresciallo, el Carlùn come lo chiamavano le massaie, era affaccendato a distribuire verdure, l’infernale ordigno esplose. I morti furono sette: cinque soldati tedeschi, compreso il grosso maresciallo, e due popolane milanesi. I feriti una trentina. L’attentato ruppe la tregua e fu l’inizio di una catena di lutti». In effetti, proprio come desideravano i partigiani, i tedeschi vollero la rappresaglia e ordinarono che venti detenuti del raggio politico di san Vittore fossero fucilati. Mussolini stesso, il cardinal Schuster, lo stesso federale Costa, come massimo esponente del fascismo milanese, intervennero in ogni modo ma riuscirono solo a limitare a 17 il numero delle fucilazioni. Che furono eseguite, lo dicevo,
il 9 e il 10 agosto in piazzale Loreto, dove ora sorge la stele. Anche qui, dunque, come a Roma, nessuna giustificazione “militare”, solo motivazioni politiche che, tra l’altro, portarono alla morte anche di due donne del popolo con le loro povere borse e delle quali nessuno ha mai parlato. Così come non si parla dei civili romani, tra cui un bambino, uccisi dalla bomba di via Rasella.

Gay Pride Day: cioè, nella lingua franca americana, «Giornata dell’orgoglio omosessuale». La Giornata italiana, quest’anno, si è svolta a Milano, con la novità di un trenino dipinto a colori vivaci che apriva la sfilata (molti i travestiti seminudi) e sul quale c’erano una ventina di bambini. Accanto a loro camminavano orgogliosi i “genitori”. Le virgolette sono d’obbligo, visto che si trattava di coppie di sole donne: lesbiche, hanno ottenuto quei figli facendo inseminare una di loro con lo sperma di uno sconosciuto. Creature chiamate alla vita che, giunte in età di ragione, scopriranno di non sapere chi sia il padre e al posto di esso troveranno due donne, una che fa la parte del “marito”, l’altra della “moglie”. Se, come ammonisce il detto antico, le “colpe dei padri non debbono ricadere su figli” ci si chiede perchè sui figli debbano ricadere le conseguenze dei gusti sessuali di chi li ha voluti al mondo. Facciano tra loro, se adulti consenzienti, quel che credono, quel che coscienza e istinto gli dettano: ma perchè volere ad ogni costo scimmiottare la famigliola di sempre, con tanto di figli? C’era ben poco di festoso in quel trenino carico di bambini, malgrado gli sforzi per mostrarsi, appunto, “allegri” (gay non significa questo?). Anche da sinistra qualcuno ha parlato di una «lugubre carnevalata». Ma Fabrizio Rondolino, nella sua rubrica su La Stampa,
non ha perso occasione di un commento che colpisce per il sofisma davvero luciferino che sembra ispirarlo. Rondolino, da sempre comunista militante, divenne segretario e portavoce di Massimo D’Alema nel suo breve governo ma dovette dimettersi perchè pubblicò – proprio quand’era a Palazzo Chigi – un romanzo pornografico che imbarazzò l’esecutivo che doveva rappresentare. Scrive, dunque, questo signore: «Gran levata di scudi e polemiche a non finire perchè il Gay Pride dell’altro giorno è stato aperto da un trenino carico di figli di coppie omosessuali, nati grazie alla fecondazione assistita. Curioso che i difensori ad oltranza della vita che non c’è ancora siano così infastiditi dalla vita che c’è già».

Se, come dicono, il diavolo è menzogna, in questo rovesciamento delle carte c’è davvero qualcosa di diabolico.

A proposito di omosessuali. Curiosa la storia svelata da Giancarlo Lehner che fu amico intimo di Pier Paolo Pasolini e ne conosceva bene la vita privata, cui egli stesso partecipava. Si sa che “er Pasolo”, come era conosciuto nelle borgate romane che batteva a caccia di ragazzotti, mise in imbarazzo le sinistre sessantottine, ricordando quanto era ovvio ma allora era rimosso. Negli scontri, cioè, tra studenti e poliziotti, i veri, i soli “proletari” erano questi ultimi. Più volte Pasolini ritornò sull’argomento, difendendo gli uomini in divisa, anche se questo gli alienava molte simpatie nel “movimento”. Ora, Lehner ci svela che c’è dietro: in quel periodo, il regista e scrittore conviveva con un giovane questurino, ne era talmente invaghito da accettare le sue insistenze perchè prendesse le difese dei poliziotti. Il detto celebre di Fouché va aggiornato: cherchez l’homme, non la femme.

Luciano Canfora, grecista, grande bibliofilo, comunista non pentito, militante per la “rifondazione” del marx-leninismo, dunque del tutto insospettabile, in una intervista a Repubblica: «Spesso ci si dimentica che la celebre Bibliothèque Nationale di Parigi, nata dalla Rivoluzione francese, si fonda su un violento triage, una selezione traumatica. I depositi non bastavano a contenere tutti i libri confiscati nei conventi e nelle dimore nobiliari, così si decise di buttare via tutte le pubblicazioni ecclesiastiche. È un caso paradossale: l’istituzione concepita per la promozione della cultura nasce da un atto di intolleranza religiosa».

Conosco un po’ quella storia e so che i volumi “epurati» non furono venduti ai rigattieri: si preferì rinunciare al guadagno per compiere un atto simbolico, una sorta di liturgia. Quelle montagne di carta furono ammassate al Campo di Marte e trasformate in pire ardenti.

Insomma, un gran rogo di libri non apre solo il nazionalsocialismo ma anche il giacobinismo.
Risolutivo, davvero, il contributo alla “nuova evangelizzazione” dato da un parroco della cintura ex-industriale di Torino. Constatato che i partecipanti alla messa domenicale erano sempre meno, il reverendo ha trovato il rimedio: un modernissimo impianto di aria condizionata nella sua chiesa. In un’intervista spiega che in questo modo risaliranno, almeno in estate, le percentuali dei praticanti. Non c’è in noi alcuna simpatia per l’austerità giansenista, non coltiviamo spiritualità doloriste, ci risparmiamo volentieri penitenze
inutili. Se, dunque, il clima in chiesa è gradevole, sappiamo apprezzarlo. Ma ci chiediamo che tipo di fedeli siano quelli che: «O aria condizionata in parrocchia o niente messa». Val davvero la pena di recuperare “praticanti” così, confidando nei tecnici della climatizzazione?
O non è il caso di rimboccarsi le maniche per cercare di dare altre motivazioni per venire alla liturgia, almeno festiva?
Zapatero, il capo del governo spagnolo, ha ricevuto con tutti gli onori Rigoberta Menchù, la guatemalteca che ottenne nel 1992 il premio Nobel per la pace, a premio della lotta per i diritti civili, contro il regime dei militari nel suo Paese. La signora ha al suo servizio
un’agenzia che ne amministra e organizza i viaggi continui in tutto il mondo: capi di Stato, università, enti ed istituti di ogni tipo se la contendono per ascoltare la sua parola. Su suggerimento della stessa agenzia, la Rigoberta si presenta sempre e solo in variopinti abiti indigeni, segno della sua fedeltà al popolo. Lavora a pieno ritmo anche un’altra agenzia, letteraria: Mi chiamo Rigoberta Menchù, il libro delle sue memorie, è un best e long seller da milioni di copie, tradotto in tutte le lingue.

Storia curiosa, davvero. Già anni fa, David Stoll, un docente americano di antropologia, specialista di America Latina, si insospettì leggendo quel libro. C’erano cose che non quadravano. Decise di indagare e stabilì in modo inequivoco che tutto ciò che vi era di più emozionante era falso. Inventata la storia dell’analfabetismo da cui Rigoberta verrebbe, inventato che i suoi fratelli fossero morti o per fame o perchè uccisi dagli squadroni del regime, inventata buona parte del suo impegno civile. Alla pubblicazione dell’inchiesta, l’accusata non poté smentire, i fatti essendo provati. Il comitato scandinavo che le aveva dato il Premio Nobel, un tempo prestigioso (ma non dimentichiamo che tra i “laureati” c’è anche un Dario Fo), disse che la cosa non lo riguardava, la donna restava comunque “un simbolo di impegno civile”. E non diminuirono neanche gli inviti prestigiosi: l’eroina dei
diritti umani ha continuato, e continua, ad essere accolta tra applausi a lacrime di commozione.

Ad ennesima conferma che ciò che caratterizza la società secolarizzata è il passaggio alla mitologia: ciò che conta non è la realtà, è il mito, è l’icona che rispetta i canoni del politicamente corretto.

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