L’ideale del giornalismo

primavera 1983 :: Milano Convegno U.C.S.I., di Vittorio Messori

Il titolo di questa tavola rotonda suona L’ideale del giornalismo. Quali siano questi ideali, non lo so bene, e quel che è peggio dispero ormai di trovarli, anche perché da qualche tempo, vi confesso, medito quasi di dichiararmi giornalista semipentito. Mi rendo perfettamente conto che rischio di fare la parte del guastafeste, dello scandaloso, a dire le cose che sto per dire qui, tra colleghi in un convegno organizzato da colleghi e in una sede come il Circolo della Stampa. Ma sono abituato a dire ciò che mi sembra vero. In ogni caso, ad evitare equivoci, data la delicatezza delle questioni, contrariamente a tutte le mie abitudini mi sono preparato una traccia scritta. Scusatemi se la seguo, cercherò lo stesso di non essere troppo noioso.

Il fatto è che a partire da un certo punto della mia vita ho scoperto che mi piacerebbe molto essere cristiano. Ed ho scoperto che sarebbe bello tentare di esserlo. Sinora non posso certo dire di esserci riuscito ma continuo a guardare con desiderio quella meta, e quanto più desidero quella meta tanto più aumenta il disagio nel fare questo mestiere. Sono quindi costretto a rovesciare il tema che ci è stato proposto per interrogarmi quindi non sugli ideali del giornalismo ma se il giornalismo così come lo conosciamo è davvero un ideale per chi aspira a diventar cristiano o a restarlo se per fortuna già lo è. Ebbene, nel rispondere in modo positivo a questa domanda, ho dei dubbi che vanno aumentando. Mi scuserete qualche riferimento personale ma non amo le astrattezze teoriche, piuttosto la concretezza della vita, e poi qualcuno ha detto che parlare in prima persona è il modo migliore non solo per essere concreti ma per essere bravi. Ebbene, sin da ragazzo, anzi, forse fin da bambino, ho molto desiderato di fare un giorno questo nostro mestiere di giornalista. Quando sono finalmente riuscito a forzare le porte di quello che mi sembrava l’Eden, il Paradiso terrestre del praticantato giornalistico, mi ci sono buttato con tale passione, con tale irruenza da collezionare addirittura una serie di querele.

Però dopo qualche anno di questa vita mi aspettava l’agguato della scoperta improvvisa e scioccante della dimensione religiosa, sia sul piano professionale sia su quello, diciamo così, morale, e un disagio che nei primi anni non riuscivo bene a precisare. Sta di fatto che da allora è cominciata per me una ritirata progressiva sul piano professionale. Da un quotidiano sono voluto passare a un settimanale; da un settimanale a un mensile, poi da un lavoro di redazione a un lavoro di consulenza, e adesso, pur continuando a fare il mestiere, pur con la tessera da professionista ancora in tasca, do il meglio delle mie poche energie ai libri, libri miei e libri di altri, scrivendone e commissionandone per case editrici. Infatti, se mi guardo intorno, vedo che questo mio disagio da redazione ha delle radici precise nella storia cristiana. Cerchiamo di andare un po’ indietro, cerchiamo di rifarci un pochino alla storia. Fino a quando le Chiese, sia quella cattolica, sia quella protestante, hanno potuto condizionar o magari, purtroppo, controllare la società, non ci sono stati affatto giornali così come noi li intendiamo, eppure, guardate che sul piano tecnico, a partire da Gutenberg o poco dopo, sarebbe tecnicamente stato possibile fare dei giornali. Invece, per almeno due secoli, non c’è nulla se non fogli volanti che non a caso sono quasi sempre clandestini e combattuti dalle Chiese. Pensiamo alle Provinciali di Pascal. I primi giornali, le riviste periodiche, le gazzette quotidiane sono uno dei frutti più tipici dell’Illuminismo settecentesco anticristiano. Sono i filosofi, sono i libertari, sono gli Enciclopedisti che nel ‘700 europeo ma anche nordamericano inventano il giornalismo e gli danno una precisa coloritura anticlericale, antiteologica, spesso antireligiosa tout court. I cristiani, i cattolici in particolare, erano stati per secoli maestri nello scrivere libri e nel conservarli, nello studiarli. All’improvviso, nel ‘700, con l’esplodere dell’Illuminismo vengono trascinati su un campo nuovo – e che non hanno scelto e tentano di passare alla controffensiva, tentano di spostarsi dalle biblioteche alle redazioni. Ma l’operazione cattolici nel giornalismo non si può dire che sia riuscita allora nel ‘700, non si può dire che sia riuscita nel secolo successivo, l’800, e temo proprio che questa operazione non sia riuscita neppure nel nostro secolo, fino ai nostri amici. E mi chiedo se riuscirà mai. Infatti, sin dai suoi inizi, è inutile negarcelo, la stampa cattolica è sempre apparsa in condizioni di inferiorità, almeno sul piano dell’influenza e del prestigio, rispetto alla stampa laica o laicista. Eppure in molte epoche, in molti paesi si cattolici non mancarono né uomini, né soldi, né diffusione. Questo della stampa cattolica è un ritardo, è una « inferiorità », forse strutturale e vorrei analizzarne le ragioni. Ma intanto cerchiamo di dare un’occhiata alla situazione italiana, situazione che non è diversa da quella di tutto l’Occidente, magari da quella di tutto il mondo. Malgrado tutto, la stampa cattolica italiana è ancora un’imponente galassia che diffonde milioni di copie. Eppure, mentre chi lavora in quei giornali cattolici, in quei molti giornali cattolici che diffondono milioni di copie, sente il bisogno di leggere i giornali laici, il contrario non avviene. Sono stato otto anni nel gruppo della Stampa di Torino e questo gruppo ha un centro di documentazione, un archivio piuttosto moderno e importante e quindi riceve quasi tutti i quotidiani italiani e molti quotidiani stranieri. Però Avvenire, il quotidiano cattolico, all’archivio della Stampa non arriva e Avvenire non era neppure compreso nella mazzetta dei capocronisti malgrado in quegli anni avesse due pagine di cronaca torinese. Quando feci richiesta per avere Avvenire mi guardarono straniti e finì che se volevo leggerlo dovetti comprarmelo io.

Famiglia Cristiana, come tutti riconoscono, è un giornale di alta professionalità, di ottima qualità giornalistica, e oltrettutto, come sapete, Famiglia Cristiana vende circa cinque volte più di Panorama o de L’Espresso. Ma, mentre i redattori di Famiglia Cristiana esaminano con attenzione Panorama e L’Espresso, non mi risulta che avvenga il contrario. Quale impatto avrebbero i mensili laici che diffondessero oltre un milione di copie, come il Messaggero di Sant’Antonio, che malgrado il nome non è il bollettino di un santuario ma è un completo giornale di informazione per giunta benissimo stampato a colori, quale impatto avrebbero giornali laici che avessero questa diffusione? La situazione è più o meno simile in tutto il mondo; la stampa cattolica è un fenomeno anomalo. Da un lato è imponente sul piano della quantità, è spesso buona o magari ottima qualitativamente ma è come segnata da un destino, il destino di fare meno opinione di quello che dovrebbe e potrebbe. Qui, dunque, c’è qualcosa di profondo, ci devono essere ragioni – che dicevo strutturali – che spieghino il difficile rapporto tra credenti e giornali. Come vi dicevo, ammesso che la mia insignificante esperienza e testimonianza abbiano un qualche significato, questa difficoltà l’ho vissuta e la vivo in prima persona arrivando solo da poco, mi pare, ad individuare qualche possibile causa di questo disagio, il disagio del credente, del cattolico o di chi vorrebbe essere tale nei giornali. Cerchiamo di vedere qualcuna di queste cause molto rapidamente.

Prima causa: a meno di rinnegare la sua fede, il cristiano, il cattolico, deve credere che una verità esista e che questa verità sia raggiungibile. Il cristiano, il cattolico, a meno di rinnegare la sua fede, deve credere che sia possibile un credo e non soltanto un coacervo, un caos di opinioni. Bene, il giornale moderno, il giornale che voglia essere tale, che non voglia trasformarsi in un catechismo a puntate, ebbene, questo giornale non può essere altro che la palestra delle opinioni. Opinioni che il giornale rimbalza sul lettore in tutti i modi; non solo attraverso le rubriche degli opinion makers, ma anche attraverso quella forma giornalistica sempre più invadente ma tipicamente moderna che è l’intervista. Opinioni presenti in ogni pezzo, spesso affidate alla responsabilità di redattori che quasi mai sono omogenei fra loro. I1 giornale, cioè, così come lo conosciamo, così come riusciamo a venderlo seppure faticosamente, il giornale è il luogo necessario del « secondo me ». Qualunque cosa si possa pensare deve avere nel giornale eguale diritto ad essere espressa purché si trovi, e ahimè! sempre si trova, qualcuno disposto a sostenerla. Anzi, un’opinione fa tanto più notizia quanto più è stravagante, eterodossa, paradossale.

Nella logica del giornalismo, in principio non era il verbo, in principio era il parere. E poiché tot capita, tot sentenzia la selva degli infiniti pareri di cui il giornale è necessariamente la cassa di risonanza finisce col coprire quella verità che il credente deve credere che esista e che sia raggiungibile. Il rumore di fondo degli innumerevoli « secondo me » creati dai mass media impedisce di udire la sola parola che il cristiano crede unica e definitiva.

Seconda causa: non solo in economia, ma anche e forse soprattutto nel giornalismo vale la legge famosa secondo la quale la moneta cattiva scaccia quella buona. Ciò che soprattutto fa notizia è il male, è la notizia cattiva. In ogni caso è l’informazione della norma: la notizia buona, il bene, l’ordinario sono assai meno notizia o spesso non lo sono affatto. E qui meno che mai valgono i soliti auspici impotenti per cambiare le ‘regole del gioco. È così e c’è poco da fare. Tutti conosciamo la fine miseranda di quei giornali americani nati per dare soprattutto buone notizie. Dopo qualche numero hanno dovuto chiudere bottega, senza eccezione. Molti qui hanno lavorato in quotidiani e quindi conoscono come me lo stato di eccitazione, direi di euforia e non facciamo gli ipocriti per favore – che regna in ogni redazione quando le agenzie battono notizie disastrose. Più sono i morti e i danni, più forte è quell’euforia un po’ necrofila. Io ho avuto un capocronista che offriva champagne a tutti noi cronisti per ogni morto ammazzato in città. Forse, pagando quello champagne, il capocronista non era affatto un mostro ma era un giornalista che faceva il suo mestiere: cattive nuove, buone nuove. Ora per il credente e per la sua visione provvidenziale della vicende umane è il bene ad essere la norma mentre il male è l’eccezione. Per il credente l’ideale è il santo, ma il santo se non compie dei prodigi pittoreschi non fa notizia. Mentre notizia la fa, eccome, l’assassino. E dunque in questa necessità di dover privilegiare l’oscuro, il negativo, che vedo la seconda grave causa di disagio.

Terza causa: per sua stessa natura il giornale è il regno della cronaca, dell’effimero, della moda, mentre il credente è condizionato a prendere sul serio soprattutto il contrario, cioè a prendere sul serio la storia, ma quella della salvezza, a prendere sul serio ciò che dura e che non passa, a prendere sul serio l’eterno.

Ora, io vi chiedo se è possibile leggere e accettare parole della Scrittura come quelle di Paolo di Tarso, parole che dicono: Passa la scena di questo mondo… e nello stesso tempo dedicarsi anima e corpo, senza disagio, a ciò che non dura che poche ore. Quarta causa: la politica. Un giornale d’oggi non può non occuparsene, non può non darle largo spazio. Ma non avete mai pensato che le categorie dell’homo religiosus sono sconosciute all’homo politicus, al quale soprattutto il giornale deve rivolgersi. Le categorie dell’homo religiosus sono le categorie del peccato, del perdono, della salvezza, della speranza, della vita eterna, le categorie della preghiera, del timore, del sacrificio, dell’ascetismo. Sono tutte categorie, queste dell’homo religiosus, così lontane da quelle dell’homo politicus, quasi incomprensibili. Ecco dunque un’altra causa di disagio se non di incomunicabilità. E qui mi fermo anche se si potrebbe continuare. Vedete, non ho mai preteso di avere ragione, meno che mai oggi. Forse sto sbagliandomi anche questa volta, sollecito anzi la critica di tutti, ma questa è l’arma di Lutero e quindi può essere d’attualità ripetere quelle paro le famose di Martin Lutero: «Qui sto, non posso nient’altro». Voglio dire cioè che cercare gli ideali del giornalismo è un’impresa al di sopra delle forze di chi, come il sottoscritto, si chiede seriamente se il giornalismo, inteso in un certo modo, sia davvero l’ideale del cristiano.