Keller tutte le ragioni della Bibbia

15 marzo 1980 :: Tuttolibri, di Vittorio Messori

Dal settembre 1955 alla morte recentissima, nella casa ticinese, Werner Keller è stato, per tutto il mondo, l’autore de La Bibbia aveva ragione, un best-seller venduto in dieci milioni di copie, e che si venderà, ancora, per decenni. Scrisse inoltre altre cose, alcune forse più importanti di quella sua prima, ma lo ha accompagnato sino alla tomba la fama dell’one book’s man, (uomo di un solo libro. La sua opera sugli etruschi ebbe un buon successo (sei edizioni da noi) ma non riuscì in alcun modo a sovrapporsi alla fama del libro sull’Antico Israele. Altri libri non furono neppure tradotti, l’ultimo, uscito nel ’74, quando lo scrittore era già stato colpito da una paralisi, fu tradotto in italiano, ma non doppiò il capo di una seconda tiratura. Eppure, Keller vi aveva giocato una carta che sembrava sicura: Le forze misteriose dell’uomo, parapsicologia, ipnosi, telepatia, chiaroveggenza… La gente continua indifferente a regalarsi La Bibbia aveva ragione, magari nell’edizione “per immagini” che aveva prolungato e ampliato il successo, anche commerciale.

Che cos’ebbe, che cos’ha di magico quel libro che crebbe sino a soffocare fautore? Un successo di queste dimensioni e di questa durata ha sempre qualcosa di misterioso che sfugge a ogni analisi. Ci si sente la mano del giornalista, nei pregi indubbi e nei limiti ai quali si è tentato di porre rimedio nel ’78, con l’aggiornamento e la rielaborazione di un esperto come Joachim Rehork. Sembra ci sia qualcosa di simpatetico in ogni incontro tra Bibbia e giornalismo: i vangeli, ad esempio, non sono nell’intenzione stessa degli autori (non a caso chiamati con termine tecnico “redattori evangelici”) dei reportages su quanto avvenuto in Palestina tra i regni di Augusto e di Tiberio? Chi non riconoscerebbe il buon, cronista nell’autore del prologo di Luca («ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne un resoconto ordinato»)? E si pensa mai che tutto questo è stato chiamato sin dagli inizi «vangelo», cioè buona notizia? Questa simpatia di fondo tra autore e argomento pub forse spiegare una parte del successo.

Un’altra ragione si può trousse nel gap, ancora invalicato, tra domanda e offerta di informazioni su questo argomento. Tradotta in 1120 tra lingue e dialetti, diffusa capillarmente, ora (pare) persino letta, la Bibbia suscita interrogativi che non trovano risposte adeguate. O meglio, ne trovano fin troppe, ma fuori mercato perché chiuse nel ghetto scientifico o in quello devozionale. Keller ha capito questo: e, del resto, sembra che la genesi del suo libro sia meno romanzesca di quanto vuole la leggenda. Non, forse, un suo viaggio avventuroso è all’origine della ricerca, ma un preciso progetto editoriale elaborato con i dirigenti della Econ Verlag di Duesseldorf.

Del resto, sin dalla prefazione alla prima edizione tedesca, il cronista è ben consapevole di rispondere a una richiesta: «Da molto tempo, la Bibbia è considerata esclusivamente come la storia della salvezza, come il Pegno della fede per i cristiani di tutto il mondo. Essa, invece è anche un libro di fatti realmente avvenuti». Porsi fuori, dunque, sia dalle cripto-risposte degli eruditi sia dalle divagazioni così spesso dolciastre e inconsistenti dei credenti. Da Abramo a Paolo di Tarso, affrontare il vecchio Testo come qualunque altro. Progetto semplice, come quasi sempre ciò che è geniale. Ma per affrontarlo ci voleva la disinvoltura del giornalista, che prende dai professori quanto gli serve e non resta bloccato da complessi di reverenza. Certo, nella Germania. alla metà degli Anni Cinquanta, interamente dominata dal dogma luterano di Rudolf Bultmann («cercare la storia nella Scrittura è blasfemo come l’aspettare salvezza dalle opere»), nessuno specialista avrebbe accettato di mettere mano a un libro che dimostrasse quanto e in che modo la Bibbia avesse ragione.
Ci voleva un out-sider, un cronista. che non avesse da perdere rispettabilità accademiche né temesse il giudizio di accigliati baroni. Il libro che uscì dalla scrematura di vecchie e nuove opere scientifiche e di bollettini archeologici rispecchia l’accorta curiosità del giornalista, ma sfiora spesso l’impazienza e la baldanza di chi vuole provare troppo; di chi, non del tutto consapevole della complessità del problema, va troppo spedito a conclusioni positive e asseconda il bisogno istintivo di certezza.

Letto avidamente dalle moltitudini assetate di risposte chiare il volume ha indubbiamente contribuito alla migliore conoscenza della scrittura, stimolando molti ad affrontarne il testo. Forse (ed era una delle ambizioni più nobili e segrete di Keller), forse quelle pagine hanno aiutato a credere. Altri, temiamo, hanno visto, almeno a lunga distanza, la loro fede minacciata più che aiutata. Fare dipendere il credere dall’archeologia può esporre ad amare disillusioni: se non si è coscienti che ogni ricerca può fornire una cornice alla fede ma non la sostituisce, si può vacillare ogni volta che il piccone dello scavatore più che con ferme solleva problemi e propone magari smentite.

E’ onesto riconoscere che Keller era cosciente di questi rischi. Ne è comunque pienamente cosciente Rehork quando, nella postfazione, avverte che -non possiamo costringere la Bibbia alle nostre esigenze di “verità storica” e di “obiettività scientifica” se non vogliamo usarle violenza». Ma ammettere questo non significa aggiornare, quanto minacciare tutto il libro e il progetto su cui si basa. Meglio, forse, leggerlo come uscì nel lontano 1955: testimonianza di un’intuizione feconda, affiancata dal desiderio di informare al meglio il lettore. Keller ha fatto un buon lavoro, ha assolto bene al suo “servizio”.

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