Ipotesi sulla DC

14 aprile 1993 :: L’Opinione

In un Paese dove essere cattolici è spesso un alibi, Vittorio Messori, cattolico senza compromessi e « ratzingeriano» per sua stessa definizione, rappresenta un’eccezione. Lo ‘si vede anche dai toni con cui ci parla della Dc, di quel partito che proprio sull’«alibi religioso» ha fondato la sua fortuna, e di un connubio storico, quello tra Vaticano e piazza del Gesù, che sembra ormai logorato.

Messori, secondo lei esiste ancora oggi, in Italia, un partito dei cattolici?

Il cattolico ha un suo partito, universale e millenario: la Chiesa. Dalla appartenenza profonda a questo partito universale possono derivare impegni politici nella società civile: il credente, impegnandosi su questa terra, punta ad arrivare al cielo. Ma per questo non deve passare di necessità attraverso un partito, né questo deve chiamarsi a tutti i costi Democrazia Cristiana. Certi Stati un partito cosiddetto «cattolico» non l’hanno mai avuto, come è accaduto anche da noi per tantissimo tempo. La durata fino alla fine della Storia, promessa alla Chiesa dal Vangelo, non è stata certamente promessa ad un partito, tantomeno alla Dc.

Il problema, semmai, è storico. Quale che sia oggi l’entità della sua débacle, nessuno può dimenticare che cosa la Dc abbia rappresentato, per evitare che facessimo la sorte della Albania o della Bulgaria: questo è un merito indubbio. E non dimentichiamo che nel 1948 la Dc aveva la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, ma De Gasperi si rifiutò di governare da solo. Volle con sè i repubblicani, e soprattutto i liberali, ai quali «appaltò» la politica economica.

Quali sono le cause del deterioramento morale della classe politica democristiana?

Nel disastro morale in cui si trova il partito hanno delle precise responsabilità le scelte sbagliate di tanti uomini della Chiesa postconciliare. La Dc che uscì vittoriosa dalle elezioni del 1948 aveva una cinghia di trasmissione diretta e strettissima con le parrocchie e con tutto il mondo cattolico. In quella occasione, e negli anni seguenti, le liste elettorali democristiane furono fatte nelle sagrestie e nei conventi. Sino a quando ci fu questo stretto controllo del mondo cattolico e clericale siri suoi candidati, la Da regolarsi. Il candidato proposto e fatto eleggere dal parroco e dal vescovo infatti sapeva bene che se sgarrava sul piano morale, alle elezioni seguenti non avrebbe potuto contare su questa base elettorale.

A partire dal Concilio, la Chiesa ed i suoi uomini hanno chiesto ed ottenuto dì prendere le distanze dalla Dc. Ma nello stesso tempo, sotto le elezioni, in modi ambigui -magari senza dirne il nome, tanto era chiaro lo stesso – invitavano a votarla. La cinghia di trasmissione diretta tra la Chiesa ed il partito era saltata. Così nella Dc, partito di maggioranza relativa e quindi in grado di assicurare potere e spartizione di ghiotti bocconcini, si creò spazio per gli avventurieri ed i cinici.

Quello che dopo il Concilio ha contrassegnato frapporti tra mondo cattolico e Dc è stata l’allergia a decidere, a prendere posizioni chiare. Non hanno neanche saputo dirci se la Dc fosse o meno un partito cattolico. In tutti questi anni, la Chiesa non ha mai «bacchettato» i democristiani quando, sull’onda della demagogia di sinistra, prendevano dei provvedimenti

Vittorio Messori: «Nel disastro morale della Dc sono responsabili le scelte sbagliate di tanti uomini della chiesa post conciliare» (Grazia Neri/Cannarsa) radicalmente contrari alla sua dottrina sociale, non ha mai cercato di formarli religiosamente. Ma soprattutto, prima di ogni elezione, i suoi vescovi si riunivano per invitare i cattolici a votare ancora una volta Dc. Ruini e gli altri hanno una grossa responsabilità in quello che sta succedendo. É inutile che facciano i moralisti: Tangentopoli è anche democristiana, ed è uno degli ennesimi disastri sorti dalla linea pastorale postconciliare. Sono grotteschi questi anziani uomini di Chiesa che si radunano per ripetere che «occorre recuperare una nuova moralità», che «si deve fare spazio agli onesti».. Queste sono banalità da Santoro: basta un editoriale di Curzi o un Maurizio Costanzo Show per ripetere simili concetti. Stiano attenti, questi uomini di Chiesa che fanno i sermoncini alla Maurizio Costanzo: se la Democrazia Cristiana è finita così, lo si deve al fatto che loro non hanno voluto sporcarsi le mani.

E nel clima ambiguo ed ipocrita che ha contrassegnato i rapporti tra Chiesa e partito dopo il Concilio, il parroco molto spesso ha continuato a trescare con il deputato democristiano della zona. Il voto di scambio, nelle parrocchie, è stato esercitato ad abundantiam in questi anni.

Passiamo alle organizzazioni cattoliche di maggiore diffusione. Quel rapporto privilegiato tra Azione Cattolica e Dc che, negli anni del dopoguerra, ha fatto la fortuna di entrambe, si è esaurito.

L’Azione Cattolica, con tre-quattro milioni di tesserati, fu quella che nel dopoguerra fornì al Paese ed alla Dc la classe politica di ricambio. Tutti i leader democristiani del ’48 e degli anni cinquanta venivano dai suoi quadre. Con il Concilio, l’Azione Cattolica fece quella che chiamò «la scelta religiosa»: di politica, e della Dc, non se ne volle più occupare. Il risultato fu che i suoi iscritti crollarono da tre milioni a mezzo milione. Quella riserva potenziale ed effettiva per la classe dirigente che era stata l’Azione Cattolica, venne così a mancare. Nello stesso tempo, i suoi dirigenti, con modi tartufeschi, continuarono a dire di votare per la Dc, però le mani non se le vollero più sporcare. Nella Democrazia cristiana rimasero così le vecchie cariatidi, formatesi nel clima preconciliare, tra cui Andreotti, uomo della Fuci, Fanfani, Taviani…

Anche molti gesuiti hanno abbandonato la Dc. Come valuta il comportamento di chi si è schierato dalla parte della Rete?

La Compagnia di Gesù è una sorta di caleidoscopio, nel quale c’è tutto ed il contrario di tutto. Assieme ai padre Pintacuda convivono fior di gesuiti che hanno opinioni e prospettive completamente opposte. Nella Compagnia di Gesù c’è la destra e la sinistra, c’è il demagogo ed il reazionario. Esiste comunque una vecchia tradizione gesuitica di prete traffichino, politologo e consigliere dei principi. Può darsi che questo abbia una sua funzione: di certo è molto pericoloso, perchè certe situazioni, come è successo a padre Sorge, ti possono sfuggire dalle mani. Orlando è una creatura di padre Sorge, e del centro da lui diretto a Palermo. Poi è diventato una scheggia impazzita, e padre Sorge ha preso le distanze, ma solo dopo averlo formato: troppo comodo. In fondo quei demagoghi gesuiti che sono rimasti assieme al leader della Rete sono più coerenti e coraggiosi di lui. Comunque c’è una responsabilità del gruppo di Palermo. Dove ha potuto Orlando crearsi la sua base se non nel centro Arrupe diretto da padre Sorge? A me questa tradizione del gesuita traffichino e cortigiano non è mai piaciuta: nulla è più inutile di un prete che fa il politologo, cioè che non fa il prete. Noi laici credenti di sociologi e di opinion leader ne abbiamo fin troppi. Il prete ci interessa non perchè faccia il sociologo, il politico o il cortigiano, ma perchè ci porga i sacramenti.

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