Il “Gas”

Italgas (Rivista della Società italiana per il gas), di Vittorio Messori

II «Gas»: detto sempre con la maiuscola, pronunciato talvolta con un pizzico di rancore, altre volte con un briciolo di apprensione; più spesso con una sorta di sopportazione affettuosa.

«Gas», dunque: tre lettere che mi hanno accolto bambino e accompagnato sino all’uscita dalla casa dei genitori. Ma ancora adesso risuonano a ogni ritorno; e il loro suono è tra tutti il più familiare.

«Gas» ha significato stipendio ogni mese, il 27, con immancabile puntualità, per una indefinita successione di decenni. «Gas» ha significato anche l’attesa dei soldi del carbone: non so quale indennità sostitutiva, appunto, di una fornitura di carbone, istituita per i dipendenti durante chissà quale guerra. Poche decine di migliaia di lire, presumo: ma attese a lungo, destinate con mesi di anticipo a qualche spesa non del tutto indispensabile; voluttuaria, per dirla come mia madre.

Ma «Gas» ha significato anche casa. Per non so quale fortuna o privilegio, si trovò per noi, nella Torino devastata del dopoguerra, un alloggio nel palazzo stesso del «Gas». Mi dicono che ora il numero 45 della via XX Settembre è stato tutto occupato dall’espansione degli uffici. Ma allora, un trent’anni fa, il «Gas» non possedeva che alcuni ambienti di quell’edificio, attiguo alla Direzione Generale. Tra quegli ambienti c’era l’ultimo piano: mansarde, certo, con i soffitti che a un certo punto improvvisamente diventavano spioventi. Ma spaziose, piene di luce e di sole, aperte alla vista dei tetti di piazza San Carlo, del vecchio centro, di tutta l’intera collina.
Quelle stanze appollaiate tra le tegole hanno visto la mia infanzia: anni di letture, rannicchiato negli angoli dove la spiovenza del tetto formava nicchie favolose per la fantasia di un bambino. Sotto, il «Gas» di mio padre. E anche il suo ufficio, a me scolaro delle elementari, pareva luogo di avventure eccitanti. Era un magazzino tutto colmo di ghiottissimi articoli di cancelleria: dai temperini a prodigiose macchine cucitrici. C’erano mille altre cose, talvolta dall’aspetto e dall’impiego misterioso, in armadi e scaffali che si inseguivano per vani lunghi e stretti, con scalette, svolte improvvise, porte che davano su stanzucce senza finestre. Qualche volta, andando a trovare mio padre al termine dell’orario, mi smarrivo in quel labirinto, finendo su scaloni sconosciuti, con quadri e affreschi. E solo l’aiuto di un fattorino di guardia mi riconduceva all’ufficio che cercavo. Strano ufficio anche quello, ricavato come tutto lì dentro da locali antichi, costruiti da architetti aulici per sedi di ambasciate o per soggiorni nobiliari e costretti con la forza a ospitare la sede di una Società in espansione. Dalla finestra, l’architettura metafisica, art nouveau, della volta che copriva con ferro e vetro un antico cortile per carrozze, trasformato in salone per gli sportelli del pubblico.

In quel magazzino, in un posto d’onore, troneggiava una monumentale taglierina per la carta, manovrata da un addetto che, ogni qualvolta gli portavo i libri di scuola perché li “rifilasse”, non mancava di avvertirmi dei pericoli della lama. E quella lama enorme, che scendeva con lentezza sui miei «sussidiari», liberando le pagine ancora unite tra loro, mi riempiva puntualmente di paura. Talvolta, di notte, sognavo che, con il libro, sotto quella mannaia finivano anche le mie mani.

È sempre da quello strano ufficio che uscì il primo giornale cui abbia collaborato. Si chiamava «Il passerotto», era la voce della terza maschile della elementare «Giacinto Pacchiotti » di via Bertola. Mio padre aveva ottenuto di recarsi in ufficio il sabato pomeriggio e di utilizzare certe vecchie matrici di un ciclostile: come redattore del giornale (direttore era il maestro della classe) gli portavo i “pezzi”, temi in classe scelti democraticamente come i migliori. C’erano anche i disegni. Il tutto finiva su un foglio “in quarto”, stampato su entrambe le facciate e tirato in una trentina di copie: tante quanti gli allievi della terza maschile.

Le scale che portavano alla nostra casa, sui tetti del «Gas», ricordavano con tristezza un passato borghese cancellato dalla guerra. A dire il vero, se il 45 di via XX Settembre ancora esisteva lo si doveva a un caso bizzarro. Ridotto a rudere dalle bombe l’edificio attiguo (quello sulle cui rovine doveva sorgere l’orrida parodia di grattacielo di via Santa Teresa), devastati gli edifici di fronte, quelli di piazza San Carlo, il nostro 45 viveva di vita precaria, sotto la tutela di spie di vetro nei muri maestri lesionati. Capitava qualche volta di trovare infranta una di quelle spie: lo si scopriva con inquietudine, salendo i più di cento gradini sino al cancello in ferro che dava accesso al corridoio delle mansarde. Prima del cancello, però, era d’obbligo la sosta su un balconcino sospeso a picco sul cortile: di lì, le ferite della città apparivano tragiche. A perdita d’occhio macerie, ruderi affumicati da cui spuntavano travi contorte, palazzi puntellati.

Gli intonaci delle scale del 45 scampato alla distruzione si erano staccati la notte in cui l’edificio affianco era stato centrato dalle bombe. Di restauri neanche parlare, essendo in corso una causa annosa di sfratto contro gli inquilini che si ostinavano a contrastare la proliferazione degli uffici del «Gas». In attesa di quello sfratto che appariva lontano, l’antica torrefazione «Trombetta» continuava a tostare nel cortile i suoi caffè. L’odore del «Gas», da allora, è legato per me a quel lo un po’ pesante e oleoso del caffè torrefatto. Spesso, i sacchi con i chicchi bianchi ancora in attesa di essere lavorati ingombravano l’androne: e sui caratteri esotici, sui nomi di porti lontani stampati sulla juta si scatenavano le mie fantasie più eccitanti. Poi, il «Gas» vinse la battaglia: a uno a uno se ne andarono gli inquilini, le scrivanie presero il posto dei salotti, schedari furono piazzati dove per decenni erano stati letti matrimoniali. Alla fine, non rimase che la torrefazione, al pianterreno; e noi, appollaiati sulla testa stessa del «Gas». Nei pomeriggi feriali i miei compiti erano accompagnati dall’ansimare, di sotto, di non so quale «centro meccanografico». Ma ogni sabato e domenica era il silenzio: vuoti gli uffici non solo di sotto ma anche di fianco, davanti, dietro, per estensioni illimitate. Vuoto non solo il «Gas», ma vuote anche le banche attorno, il palazzo della posta in via Alfieri, le sedi di società di tutto il centro. Sprangata anche la torrefazione, chiuso il negozio del corniciaio accanto, la vecchia bottega di guanti, tutti i pochi negozi della via.

Fu forse quel silenzio disumano E scacciare anche noi. Ce ne andammo dalle mansarde, abbandonammo i «Gas» per emigrare in un quartiere lontano: il «Gas», però, non abbandonò noi. E ancora oggi le tre lettere ci accompagnano.

©Italgas (Rivista della Società italiana per il gas)