Il cronista della fede

febbraio 1994 :: Pagine Libere, di Rino Cammilleri

Da poco uscito, il secondo volume di «Vivaio» già si situa tra i libri più venduti, cosa a cui ormai è abituato il suo autore, scrittore non di libri ma di bestseller, come affettuosamente lo appellano gli amici. Vittorio Messori, infatti, non scende mai al di sotto delle cinquantamila copie (per non parlare del celeberrimo Ipotesi su Gesù, non best ma long-seller, visto che, dopo più di dieci anni, continua imperterrito ad essere acquistato). L’ultima fatica sono le cinquecentotrentadue pagine di questo La sfida della fede, significativamente sottotitolato Fuori e dentro la Chiesa: la cronaca in una prospettiva cristiana (Edizioni San Paolo, L. 38.000), che raccolgono alcune tra le cartelle non dedicate alla storia (queste ultime uscirono a suo tempo col titolo Pensare la storia, nella collana appositamente creata per riprodurre in volume le centinaia di puntate della fortunata rubrica «Vivaio» che Messori ha tenuto per anni sul quotidiano Avvenire). Tra l’altro, l’espressione “l’ultima fatica” rischia di essere superata quando questa intervista verrà data alle stampe. Infatti è già pronto il libro-indagine sull’Opus Dei, prodotto da Messori per i tipi della Mondadori: uscirà presumibilmente a marzo.

Vittorio Messori ha accettato di parlare de La sfida della fede davanti a un pacchetto di sigarette nel suo “eremo urbano” di Desenzano del Garda.

Ancora una volta, nel suo libro, non vengono risparmiate le frecciate caustiche contro certo clero e certi teologi contemporanei.

«Sono perplesso, magari un po’ ironico, davanti agli innamoramenti per la “modernità” di questi preti che, sino al Concilio, non conobbero che chiusi ambienti cattolici. Chi, e fu il caso del sottoscritto, in quella cultura tardo-illuminista si è formato – e ne conosce dunque dall’interno le grandezze, ma anche le miserie, le angustie, i tabù – non riesce a condividere quegli entusiasmi; e sa come i laici “veraci”, i maitre-à-penser della cultura secolarizzata, siano sempre più esitanti nelle loro già granitiche ideologie e guardino con sorpresa un po’ divertita ai fervorosi neofiti sbucati da seminari, conventi, sagrestie. Forse, con un errore di prospettiva spiegabile con il lungo isolamento in cui vissero gli uomini di Chiesa, si è valutata come incinta di futuro quella “modernità” che invece agonizza; o è già morta, come dicono gli stessi maestri di laicismo, che già sono passati al post-moderno e, abbandonando le prospettive ottocentesche, cercano rifugio sulle spiagge del “pensiero debole”, che è poi la rinuncia impotente a ogni pensiero che tenti di capire l’uomo, la storia, il mondo. Oggi, di profanità, di razionalismo, di libertinismo, di illuminismo, di socialità è stanco e ne muore, cercando, a tentoni, Sacro, Simbolo, Mistero, Disciplina, Religione, Miracolo, Mistica, Prodigio, Scandalo e Follia».

Parliamo di «Vivaio».

«Suggerito da un appunto di Giovanni Papini, “Vivaio” fu il titolo della rubrica plurisettimanale pubblicata dal maggio del 1987 sino alla fine del 1992 sul quotidiano “di ispirazione cattolica” Avvenire. “Vivaio” fu dunque anche il nome scelto dalle Edizioni San Paolo per una collana che (come insistentemente chiedevano i lettori di quel giornale) raccogliesse quegli articoli. Il primo volume, recante come sottotitolo Una lettura cattolica dell’avventura umana, mette assieme, tra le prime 400 puntate della rubrica, quelle nelle quali mi confrontavo con temi di carattere direttamente “storico”, esaminandone dati, fatti, fonti e giungendo non di rado a conclusioni assai diverse da quelle presentate da certa cultura egemone e ora, sorprendentemente, non di rado accolte anche da certo mondo cattolico. In un terzo volume sarà poi presentato l’ulteriore materiale pubblicato sino al numero 577, che segna la conclusione di una iniziativa giornalistica il cui successo, che ha sorpreso me per primo, conferma il bisogno di tanti, oggi, correnti, con i temi religiosi. Ai 289 frammenti del libro precedente si affiancano ora i 216 di questo La sfida del la fede. Qui, poiché mi ritengo un cronista, sono spesso partito dall’attualità.

Se, dunque, lo spunto per iniziare il discorso potrà sembrare talvolta “datato”, mi sono sempre sforzato che non lo fosse la riflessione. Non, quindi, una raccolta d articoli, ma un discorso unitario per riflettere “cattolicamente” su mistero della vicenda umana».

Lei ironizza spesso su “certo clero” e “certa teologia” à la page. Non la coglie mai il sospetto che anche quel lo suo, pur seguitissimo, possa essere solo uno dei tanti punti di vista oggi presenti nel mondo cattolico?

«La passione con cui, qui come sempre, mi confronto con simili temi – i soli, in una prospettiva di fede, per i quali la passione non sia un optional ma un dovere – convive sempre con la vigile autoironia di chi sa bene come il credere non sia un arrogante, magari fanatico, “secondo me”. Più che per “insegnare”, mi sforzo di studiare, riflettere, scrivere per imparare. Per grazia di Dio non sono tra coloro, oggi numerosi, convinti che ad essi sia stato dato di scoprire, finalmente, in che consista il “vero” cristianesimo, la “vera” Chiesa. E che pensano che solo a partire dagli anni Sessanta del ventesimo secolo un gruppo di teologi accademici avrebbe scoperto che voglia davvero dire il Vangelo. Quasi che, per tanti secoli, lo Spirito Santo fosse restato in letargo o, sadicamente, si fosse divertito a ispirare in modo errato ed abusivo tante generazioni di credenti, tra i quali una folla di santi che solo Dio conosce. Per quanto mi riguarda, sono aperto all’umiltà dell’obbedienza, al sacrificio duro ma convinto del saper tacere, qualora così un giorno fosse deciso da chi, nella Chiesa, detiene la legittima vigilanza sul “deposito della fede”».

Léo Moulin, nella prefazione, le tesse questo bell’elogio, che è anche in verità, un autoelogio: «Come lui, anch’io mi sorprendo dei cristiani che si vergognano, quelli dei segni di croce furtivi. O i cristiani della domenica, simili ai “pittori della domenica”. La loro tiepidezza, si dirà, dovrebbe lasciare indifferente un agnostico come me. Non è così, invece: avverto come un affronto alla follia della croce il vivere poveramente la propria fede. La fede per me è altra cosa, e ben più che un’assicurazione conto i rischi per I’Al-di-là».

«In realtà, come dicevano i cristiani di quei secoli frettolosamente definiti “oscuri” ma che ci hanno lasciato le cattedrali e la Divina Commedia, non siamo che nani sulle spalle di giganti e che possono vedere anche più lontano, a patto che rimangano sulle spalle dei giganti. E solo la consapevolezza di venire da uno straordinario passato, dove abbondò sì il peccato ma sovrabbondò anche la Grazia, può aprirci le vie del futuro».

© Pagine Libere