I Sordi della Prima Repubblica

7 luglio 1994 :: Corriere della Sera, di Dino Messina

Rivolto ai conservatori, una volta Nanni Moretti aveva gridato: “Ve lo meritate Alberto Sordi”. Ora quell’accusa di perpetuare i vizi italici rappresentati dal grande attore viene rovesciata: dalla nuova destra contro la vecchia sinistra. In un editoriale pubblicato ieri dal Giornale, intitolato “Ammazziamo Alberto Sordi Non l’attore, ma le sue, nostre viltà”, Marcello Veneziani dà l’affondo contro quella che egli considera la malattia politica della Prima Repubblica, il “sordismo” appunto, incarnato, manco a dirlo, dai progressisti che a parole vorrebbero il cambiamento ma nei fatti si mettono a sbraitare appena qualcuno vuole intaccare lo status quo. Secondo il collaboratore del Giornale, che è anche direttore dell’Italia settimanale, “il compito più urgente per generare una svolta nel Paese è proprio quello di dimenticare Alberto Sordi. Non come comico per carità, ma come rappresentazione del carattere nazionale, come autobiografia della nazione. I suoi personaggi condensano il peggio prodotto dalla nostra nazione in questo mezzo secolo: la viltà e il pressappochismo, la fuga dalle proprie responsabilità e l’ostentazione quasi orgogliosa delle proprie debolezze (…), il servilismo verso il potenti e gli stranieri, l’imitazione de i modelli importati e l’approssimazione, il parassitismo furbo…”. Povero Sordi (non l’uomo, ma la maschera, s’intende), forse nemmeno lui sapeva di averne combinate tante, fino ad aver contribuito a creare l’ideologia del compromesso storico. Ma se con la Prima Repubblica dobbiamo dimenticare anche l’Albertone nazionale, quali sono i modelli che si propongono gli ideologi del nuovo corso? Chiediamolo per primo proprio a Marcello Veneziani, che un modello vivente lì su due piedi non ce l’ha, né un attore né un politico, ma nel passato gli esempi li trova, subito: “Da una parte l’antifascista Giaime Pintor, dall’altra il fascista eretico Berto Ricci. Due intellettuali di qualità accomunati dalla fierezza di essere italiani e da un patriottismo antiretorico e sgradito alle rispettive aree di appartenenza. Due uomini che finirono ammazzati in guerra”. Le virtù di un antifascista e di un fascista anomalo, considerato da Montanelli uno dei pochi italiani di carattere, contro i vizi di Sordi. Come la pensano altri intellettuali della destra ora vincente ma fino a ieri appartata? A Giano Accame, ex direttore del giornale missino Il secolo d’Italia e oggi presidente dell’Associazione Terzo Millennio, questa polemica su Sordi non sembra nuova: “Non conosco nemmeno uno del mio ambiente cui piacesse Alberto Sordi. Un articolo come quello di Veneziani lo scrisse una trentina d’anni fa Piero Buscaroli per il Borghese. Sordi come maschera cinematografica era un po’ l’emblema dell’Italia che noi detestavamo, quella della palude democristiana, delle segnorine e dei sciuscià che erano cresciuti ed erano entrati in società. Certo oggi il panorama non è entusiasmante, forse non ci piace nemmeno la saga di Dallas-Arcore, ma l’efficientismo milanese di Berlusconi è pur sempre un passo avanti rispetto al sordismo romanesco. Un uomo nuovo che rappresenti le virtù della Seconda Repubblica contrapposte ai vizi della Prima? Al governo, uno dei pochi che mi sembra faccia bene e sia molto innovativo è senz’altro il ministro Giulio Tremonti”. Anche per lo scrittore cattolico Vittorio Messori Sordi è da buttare (non l’uomo, ma la maschera). Anche perché “rappresenta un vizio, l’antiitalianismo, che si può datare con grande precisione con la riforma di Martin Lutero, agli inizi del Cinquecento”. “Prima gli italiani – continua Messori – erano ammalati della malattia opposta, disprezzavano qualsiasi prodotto, intellettuale o materiale, che fosse ultramontano, cioè barbaro”. Poi con la polemica contro Roma, in quanto sede del Papato, da parte di Lutero è cominciato il “masochismo italico, che ci fa scambiare per caratteri nazionali quelli che sono invece vizi universali”. Abbasso l’italiano rappresentato da Sordi, “personaggio vigliacco e troppo adattabile, fino alla stupidità”, anche per lo storico Piero Melograni, che ai vizi della Prima Repubblica come vizi non solo della politica ma di tutta la società civile ha dedicato l’ultimo capitolo del suo ultimo libro, Dieci perché sulla repubblica. Dimenticare Sordi, dunque? Per lo storico medioevalista Franco Cardini che alle ultime elezioni politiche ha votato al Senato un candidato di Alleanza nazionale e alla Camera un rappresentante dei progressisti, non ce n’è bisogno, “perché Sordi l’abbiamo già ucciso ignorando il suo film più recente, Nestore, l’ultima corsa, in cui l’attore romano è dalla parte di chi si sente fuori luogo, invecchiato, in quest’Italia che bada soltanto ai valori materiali”. Perché, attenzione, dice Cardini, “la maschera plautina di Sordi non è soltanto la rappresentazione di certi vizi nazionali, ma anche l’esaltazione dell’umanità popolare. E non vorrei che in questo furioso e un po’ giacobino desiderio del nuovo buttassimo via anche la tradizione, la storia di questo Paese”. Cardini non condivide l'”ottimismo propositivo” di Veneziani, di cui pur apprezza lo stile, anche perché “tra qualche anno potremmo svegliarci con la scoperta che questa fase politica di transizione ha aggiunto nuovi a vecchi vizi”.

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