I naziskin? lasciate che parlino, si condannano da soli

13 novembre 1992 :: Corriere della Sera, di Dario Fertilio

Vi gridano in faccia “apartheid”, perché il colore della vostra pelle non è abbastanza chiaro. Incollano sul vostro negozio una stella gialla, perché nelle vostre vene non scorre sangue abbastanza ariano. E se provate a discutere con loro, tagliano corto citando il secondo capitolo del Mein Kampf: “Risolvere con i pugni una contesa è un atto più nobile e civile di mille parole”. Ora, se questo ed altro sono i naziskin, è giusto lasciarli fare? Si può ammettere che parlino di “ripulire” una città dai negri come i serbi si propongono di “ripulire” la Bosnia dai musulmani? Che ricordino con ammirazione Auschwitz? La tolleranza democratica deve essere estesa anche a chi vuole distruggerla? Non lo crede Luciano Canfora, che ieri sul Corriere ha lanciato un appello perché venga loro tolto il diritto di associazione e di propaganda. Canfora pone dei limiti anche al concetto di tolleranza: “Chi predica il razzismo – afferma – non ha diritto di parola”. Contemporaneamente, un polemista come Massimo Fini dichiara sull’Europeo di stare dalla parte degli skin. Non delle loro idee, evidentemente, ma dei loro diritti: perché “anche un naziskin è un essere umano”. Secondo lui il considerarli “cimici” o “sottouomini” rivelerebbe un disprezzo paradossalmente simile a quello dei nazisti nei confronti degli ebrei. Strano destino delle teste rapate, negazione vivente di cultura e legge, quello di diventare segno di contraddizione fra gli intellettuali. Perché se Canfora e Fini rappresentano le ali estreme, i pareri sui diritti degli skin non sono concordi. Uno storico di sinistra come Rosario Villari propone di rifarsi esclusivamente alla legge: “Credo che a questo punto ci si debba attenere al dettato della Costituzione: lascio a chi vuole il piacere di andarsi a rileggere quelle norme”. Ma se sul divieto di apologia e di ricostituzione del partito fascista non discute, un intellettuale laico come Alessandro Galante Garrone evita posizioni ultimative: una cosa è la libertà di pensiero e parola, un’altra la propaganda e l’azione violenta. “Sono sempre stato dell’idea di sostenere la più ampia e illimitata libertà di parola, espressa sia in forma pacata che incolta, truculenta, rozza. Quindi, anche per i naziskin deve essere ammessa libertà di espressione purché non trapassi in apologia di delitto o atteggiamento criminoso. In pratica: accetto che si ristampi il Mein Kampf di Hitler e rifiuto qualsiasi censura anche alla più assurda manifestazione di pensiero. Ma se si inneggia al duce e si indossa la camicia nera si diventa dei sovversivi, si commette un reato”. Non tutti credono che il problema delle teste rapate vada affrontato solo a colpi di codice penale e Costituzione. Lo storico socialista Giuseppe Tamburrano cita il lontano insegnamento di un suo professore d’università: “Libertà ferisce, libertà guarisce”. E traduce così quel motto: “Se la libertà permette ai naziskin di parlare, la libertà guarirà gli altri dal contagio, perché dovranno inorridire”. Non che Tamburrano neghi l’importanza delle leggi e delle giuste condanne penali: “Proprio perché i nazisti mi fanno orrore e ho fiducia nel genere umano voglio che possano parlare. Perché la loro causa è danneggiata da quelle farneticazioni più che da una repressione speciale, la quale alla fine li circonderebbe dell’aureola del martirio”. Lo scrittore cattolico Vittorio Messori inorridisce di fronte al neopaganesimo nazista, ma rifiuta di mettergli “la mordacchia”. “Il totale permissivismo dell’Occidente -afferma- conosce una sola eccezione: è lecito dire solo male di nazismo e fascismo. Ma perché non si fa lo stesso con lo stalinismo? Io dico che se, dopo il Sessantotto, è vietato vietare, non hanno ragion d’essere zone e settori culturali, come il nazismo, per i quali è proibito non vietare”. E ancora avverte: “Stiamo attenti a non demonizzare, perché il diavolo ha un suo fascino”. E loro, gli skin? Più che parlare, agiscono. E se pensano, forse si rallegrano d’essere riusciti a farsi prendere sul serio.

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