Ha vissuto il tormento del mondo d’oggi

7 agosto 1978 :: La Stampa, di Vittorio Messori

Il pontificato di Paolo VI appariva ormai concluso da non poco tempo. Per il credente, il protrarsi della sofferenza del venendo ottuagenario avrebbe potuto aggiungere meriti non calcolabili (sul piano della fede) alla salvezza universale. Lo storico che guarda al Papato con categorie e mezzi umani vedeva tendenze e acquisizioni che un’attività futura, anche annosa, difficilmente avrebbe potuto modificare.

C’è, infatti, nella vita di papa Montini, il grande merito della coerenza: nel suo lungo pontificato non ha smentito le linee di fondo che già furono del giovane lettore di Maritain. Soltanto alcuni decenni di distacco permetteranno, come sempre, di dare il giudizio storico definitivo sul significato dei suoi anni di governo della più antica e numerosa comunità cristiana. Il senso immediato di quel governo, il suo stile, i suoi fini appaiono però chiari sin da ora.

Montini, dicevamo: fu attento lettore di Maritain: un nome che qui citiamo non a caso, per i significati molteplici (ecclesiali e politici) che vi sono legati. Maritain rappresenta l’ultimo, vivace culturalmente dignitoso, ma in fondo disperato tentativo di continuare la missione della Chiesa nel mondo senza soluzioni di continuità con il passato. Progredire, cioè, persistendo a cercare impulso per l’azione in quella filosofia, in quella teologia di san Tommaso in cui sin dal Medio Evo la Cattolica ha riconosciuto il «suo» pensiero.

Genio prodigioso, doctor angelicus ispirato da Dio stesso per alcuni; «grande corruttore» per altri perché con la potenza del suo pensiero avrebbe staccato dalle sue radici bibliche, ebraiche la Chiesa travestendo Jahvé da Ente Supremo aristotelico: Tommaso d’Aquino è certo, tra i cristiani, segno di contraddizione. Quando già il mondo protestante tendeva l’orecchio alle nuove filosofie della crisi e il giovane Bultmann attraverso Heidegger importava stimoli esistenzialistici nella teologia cristiana, la neoscolastica maritaniana agiva nella Chiesa Cattolica a dare nuovo vigore almeno apparente alla filosofia tradizionale.

Opere come «Umanesimo integrale» hanno profondamente segnato generazioni, teologiche e, dati i tempi, non certo in senso negativo. Tanto che Montini, accettando quel pensiero, si schierò (se è lecito il bisticcio) tra i «tradizionalisti progressisti». Tra coloro cioè che dalla rilettura di Tommaso fatta dal filosofo francese traevano conseguenze che non tutti, nel cattolicesimo, erano disposti ad avallare: l’impegno politico del credente (purché in organizzazioni «cattoliche»); il rapporto dialogico con il mondo; la necessità dell’approfondimento anche culturale della fede; l’impegno a leggere la Scrittura non soltanto in senso spiritualistico o moralistico, ma in chiave, appunto, di « umanesimo integrale ».

Conclusioni alle quali prelato, l’arcivescovo. il cardinale, il papa si è mostrato fedele. Fedele anche, crediamo, non soltanto per obbligo, quando si trattò di portare avanti i lavori del Concilio.

Quali fossero però i limiti del rilancio tomista fu chiaro quando le forze telluriche messe in moto dal Concilio cominciarono ad agire. Maritain, un tempo tacciato di “progressismo” non nascose preoccupazione e allarme vivissimi per quanto stava capitando. Si rifugiò, vecchio ormai, nella preghiera di un eremo da cui lanciò il celebre lamento dei «contadino della Garonna». A Giovanni Battista Montini, Papa della Chiesa Universale, non fu lecito abbandonare il mondo: uomo che veniva da lontano, dalla tradizione antica, anche se riletta in forme moderne, intese il suo compito come quello di moderatore tra varie tendenze, nella speranza di evitare alla Chiesa guasti più gravi. Certo, la contestazione da destra, alla monsignor Lefèbvre, sembrò più comprensibile a un Papa che non approvava la rivolta ma poteva capirne i motivi.

Quanto a ciò che avveniva a sinistra, si è avuta talvolta in questi anni la sensazione che Paolo VI non riuscisse neppure a comprendere da dove nascessero tesi e prese di posizione che tanto lo addoloravano, Uomo di dubbio (come ogni uomo di cultura vera) pontefice tormentato e preoccupato forse del giudizio della storia, talvolta preferì affidarsi all’appello accorato più che all’azione risolutiva. La fede era in lui fermissima quanto ai principi, l’incarnazione di quella fede nei governo della Chiesa non pareva sembrargli sempre chiara. Uomo certo più «moderno», malgrado tutto, di Papa Roncalli che non mostrava in pubblico le esitazioni tormentose proprie dei vivere contemporaneo, credeva però ancora che “partiti cattolici” curie (sia pure rammodernate e internazionalizzate), diplomazia vaticana, devozioni antiche potessero essere segni della fede nel mondo d’oggi. Così, L’impegno in cui Maritain gli era stato maestro è stato inteso lecito forse troppo spesso solo se riversato nell’ufficiale, nel tradizionale.

C’era in lui anche la coscienza che (per quanto lungo), il suo pontificato era pur sempre di transizione sentiva suo dovere restare sofferente, al timone anche al di là dei limiti d’età, da lui stesso fissati, per consegnare la nave non troppo segnata dalla bufera al suo successore. Lo storico futuro dirà se ha avuto ragione a non concedere un «segno» profetico di rottura col passato, ai tanti che glielo chiedevano: certi riflussi dopo i dieci anni di fuoco della Chiesa e del mondo, certo rientrare di alcune fughe in avanti postconciliari forse già indirizzano un giudizio.

Ora che è entrato in quella dimensione dell’Eterno cui tanto spesso ha ricorda l’esistenza e le esigenze, il cordoglio non può non essere unanime, qualunque sia la sede: in lui, il dramma del mondo d’oggi ha avuto un testimone sincero e sofferente.

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