giugno 2004 :: Il Timone :: Vivaio

Che cosa c’entra una suora croata con un sommergibile della marina da guerra del Perù? E perché alla Congregazione vaticana per le cause dei santi ci si è chiesti quale sia il record mondiale di sollevamento pesi? È spiegabile con cause naturali che un uomo possa sollevare

quattro tonnellate? Strane domande per una storia singolare. Una delle più straordinarie, almeno tra quelle recenti, conservate in quella sorta di giacimento del prodigioso che è la sezione “miracoli” dell’archivio della Congregazione romana. Miracoli che, lo si sa, sono richiesti – quasi un imprimatur divino – per promuovere un cristiano al culto degli altari, come beato o santo.

La vicenda che qui ci interessa (e per la cui ricostruzione, storicamente rigorosa, sono riconoscente anche al collega Saverio Gaeta, di Famiglia cristiana, che ha lavorato sui dossier originali) si svolge la sera del 26 agosto del 1988, a poche miglia dal porto di Callao, il maggiore del Perù, dove – al termine di una esercitazione – si sta dirigendo il sommergibile Pacocha. Lungo oltre 100 metri, dall’aspetto imponente, è in realtà poco più che un ferrovecchio: costruito nel 1943 per la marina degli Stati Uniti, è stato ceduto nel 1974 a quella peruviana, che lo usa per pattugliare le coste. Poiché l’attracco alla banchina del porto è imminente, tutti i portelli sono già aperti e sollevati. All’improvviso, la collisione con un peschereccio oceanico giapponese in uscita dal porto: una grande nave con la prua corazzata per rompere il ghiaccio nella battute antartiche. Sventrato a poppa, il Pacocha imbarca subito un’enorme quantità di acqua e comincia ad inclinarsi verso il fondo.

Intrappolati tra le paratie, muoiono tre marinai, tra i quali il comandante. Quello in seconda,
il trentaduenne tenente di vascello Luìs Cotrina, ordina l’evacuazione attraverso il portello di prua, dal quale in effetti riescono a gettarsi in mare alcuni membri dell’equipaggio, prima
del rapidissimo affondamento totale. Quando il sommergibile è interamente coperto dalle acque, ci si rende conto che quel portello usato come via di fuga non si è chiuso e non può
chiudersi: per l’urto e per l’assetto anomalo assunto dallo scafo, le leve di chiusura sono uscite dai loro alloggiamenti e ne impediscono la serrata. Resta aperta, così, una larga fessura da dove entra una cascata di acqua la cui portata, a causa della pressione, diventa tanto più violenta e imponente quanto più il sommergibile scende verso il fondo. Intanto, il giovane vice comandante Cotrina è ferito sul pavimento: proprio mentre cercava di aiutare i suoi marinai ad uscire e gettarsi in mare, è precipitato da un’altezza di quattro metri.

Testimonierà poi, nei molti processi ecclesiastici cui sarà convocato, che nei pochi secondi della caduta fu investito da una “esplosione di luce”, al centro della quale stava il volto sorridente di suor Maria di Gesù Crocifisso, nata nel 1892 in Croazia e morta a Roma nel 1966, fondatrice delle Figlie della Misericordia e il cui processo di beatificazione era allora aperto. L’anno prima, il tenente di vascello era stato ricoverato all’ospedale militare di Lima e una delle suore infermiere gli aveva dato da leggere la biografia della religiosa. In quei momenti drammatici, il volto di suor Maria, visto sulla copertina del volume, appare
inopinatamente come in un flash accecante e dà all’ufficiale la certezza di un aiuto. Come investito da una forza sovrumana, pur dolorante per la caduta e vincendo la forza dell’acqua che precipita, Cotrina riesce ad arrampicarsi per la scaletta e a raggiungere il portello. In quel momento, il sommergibile è inclinato di alcune decine di gradi ed è alla profondità di oltre 20 metri. Come stabiliranno le inchieste rigorose della marina peruviana (affiancate da un’indagine di quella americana e passate infine al vaglio dei tecnici nominati dalla Congregazione per i santi) la pressione esercitata dall’acqua sul portello equivale a un minimo di cinque tonnellate, compensate per circa una tonnellata dalla pressione interna del sommergibile. Il giovane, dunque, non solo deve sollevare quel grande “coperchio”, vincendo un peso di quattro tonnellate, per permettere ai grossi ganci di chiusura di rientrare nei loro alloggiamenti, ma deve contemporaneamente girare un volantino che permetta la manovra, reggendo nel frattempo alla violenza dell’acqua gelida che tende a
travolgerlo. Il record mondiale di sollevamento pesi apparteneva allora (e dovrebbe appartenere ancora adesso) all’iraniano Hossein Rezazadeh che, alle olimpiadi di Sidney del 2000, alzò 212 chilogrammi e mezzo. Ebbene, davanti al porto di Callao il portello fu sollevato, i ganci furono fatti rientrare, la falla fu rinchiusa: il peso sollevato dall’ufficiale peruviano fu di almeno venti volte superiore al primato olimpico.

Davvero un miracolo, oppure un fatto raro ma spiegabile in certe condizioni, dove l’istinto vitale può spingere a performances straordinarie? Sia i tecnici peruviani che, in seguito, quelli degli Stati Uniti e poi quelli vaticani, hanno discusso tutte le possibilità, giungendo alla conclusione che anche le condizioni più estreme non possono giustificare il sollevamento di 4.000 chili, per molti centimetri e per molti minuti, mentre il volantino veniva fatto girare, così che in fondo tutto il peso gravava su un solo braccio. Si narra di guru orientali che compirebbero imprese inspiegabili. Imprese, peraltro, mai verificate scientificamente come invece è avvenuto qui, attraverso il vaglio di molte commissioni
in molti anni di inchiesta. Non a caso il Pacocha è stato recuperato e demolito, ma la torretta e il suo portello sono tuttora esposti davanti alla scuola navale militare di Callao, con una targa che non parla solo di valore degli uomini ma anche – esplicitamente – di milagro. Di miracolo, insomma. Quello che, riconosciuto alla fine come autentico, ha permesso la beatificazione di suor Maria, avvenuta a Ragusa, in croato Dubrovnik, per mano del Papa stesso, il 6 giugno del 2003.

Certo, l’enigma resta fitto anche nella conclusione di quel naufragio: i 23 occupanti del sommergibile ormai adagiato a oltre 40 metri di profondità, non dovevano più vedersela con l’acqua da quando il portello era stato chiuso, ma con l’aria che diventava irrespirabile. Cotrina decise di ordinare l’evacuazione, a gruppi di quattro che cercavano di raggiungere la superficie dove incrociavano le navi di soccorso. Ce la fecero tutti, tranne due che, appena emersi, furono stroncati da embolia cerebrale. Un miracolo per tutti, dunque, ma non per due. Un problema che sta fra le righe anche del dossier vaticano, dove ci si arrende
al mistero, ricordando che non è in potere dell’uomo penetrare i disegni divini: le Sue vie, dicono gli ecclesiastici che hanno firmato il decreto di beatificazione, non sono le nostre.
The Passion

Per cambiare del tutto argomento.

Le parole di Simeone a Maria all’inizio del vangelo di Luca: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i segreti di molti cuori». Ci pensavo seguendo le reazioni mediatiche alla Passione di Mel Gibson. Dico mediatiche, cioè dei soliti che vanno per giornali e tv, questa sorta di “compagnia di giro”, di tuttologi o di presunti “esperti” che campano esibendosi nel loro “secondo me”. Che quasi mai corrisponde a quello della gente, come si è visto anche questa volta. Molti,troppi, anche nella Chiesa confondono l’opinione pubblicata con l’opinione pubblica. Sono due realtà spesso in antitesi. Sventurati coloro che pensano che il media-system rispecchi la società reale! In effetti, anche in Italia – come in tutto il mondo – proprio la cosiddetta “gente comune” si è messa in fila ai botteghini e, alla salute del coro impressionante di condanne degli “opinionisti”, non è stata delusa, ha fatto anzi scattare il passa parola così che quella pellicola (nella quale nessuna casa di distribuzione “seria” aveva creduto) è entrata subito nella classifica dei maggiori successi anche d’incassi della storia del cinema.
Naturalmente sono ben consapevole che «si tratta solo di un film» (come si è premurato subito di dire e di ripetere il quotidiano “cattolico”) e a noi è chiesto di essere apostoli dei quattro Vangeli, e di quelli soltanto. Dunque, conserviamo il senso delle proporzioni, guardiamoci da ogni spirito “missionario” per un’opera con pregi e con limiti ma non possiamo non constatare che la reazione negativa – anche cattolica – sembra essere scattata proprio perché quel film voleva essere il più aderente possibile ai Vangeli. Se quelle immagini hanno «svelato i segreti di molti cuori» è perché hanno confermato che esiste e perdura quella che qualcuno ha chiamato una «cristofobia». Niente di sorprendente, è Simeone stesso che lo profetizza: quel neonato sarà, sempre e comunque, “segno di contraddizione”, oggetto di amore e di odio. In fondo, c’è da rallegrarsi per l’alzata di scudi quasi unanime (pochissime le voci a difesa) contro questo film: se fosse piaciuto a tutti o se fosse scivolato nell’indifferenza sarebbe stato sbagliato, non avrebbe avuto alcun legame con quel suo Protagonista che – non dimentichiamolo mai, nei nostri orgasmi buonisti – non è venuto a portare la concordia ma la divisione, non la pace ma la spada. L’avversione è dunque un buon segno. Oltretutto, ha contribuito a creare un caso mondiale che, svegliando la curiosità, ha formato le code davanti ai cinema. Gli stessi ebrei americani hanno dovuto riconoscere che l’aggressione preventiva e tenace dell’Anti Defamation
League (con addirittura il suo Presidente che si precipita a Roma per convincere il Papa a… censurare i Vangeli) è stata un caso da manuale di autogol. Non a caso, quella protesta si è fatta man mano più soft, sino a spegnersi quando la gente ha potuto vedere il film.

Ma i «pensieri del cuore sono stati svelati» pure all’interno del mondo cattolico. Il quale ha mostrato di essere inquinato (almeno in certi settori, pure qui non dobbiamo generalizzare)
da quella “mentalità ideologica” che dal Settecento deforma e guasta la cultura dell’Occidente, provocando disastri terribili. È la mentalità, cioè, che giudica uomini ed eventi secondo lo schema preventivo, di origine tutta politica ma applicato anche,
travisandolo del tutto, al mondo religioso: “destra” e “sinistra”, “conservatori” e “progressisti”. Per l’ideologo non contano i fatti, conta il pregiudizio interpretativo. Così, molta stampa cattolica ha stroncato, con parole pesantissime, questa Passion of the Christ già ben prima di vederla. So per certo che non ne avevano visto neanche un fotogramma gli “opinionisti” clericali che sono partiti a testa bassa contro Mel Gibson. Questi, in effetti, era stato incasellato previamente come “cattolico tradizionalista”, come “credente di destra”: ma allora, che bisogno c’era di confrontarsi con la sua opera? Perché, prima di rifiutare, perdere tempo ad aspettare di vedere il film? Il sacro orrore per le opinioni “non progressiste” del suo autore non poteva non estendersi a quanto aveva fatto, quale che fosse. Come sempre per l’ideologo, i fatti non contano, conta l’etichetta, il timbro applicato dai custodi del solo cristianesimo praticabile: quello che definiscono «aperto, pluralista, dialogante».

Ma, in alcuni cattolici, sembra essere scattata pure quella mentalità gnostica che ha orrore della carne, quella che tende a dematerializzare i Vangeli, riducendoli non alla storia di un uomo crocifisso e risorto, ma a un manuale di “spiritualità”, di morale, di concordia paciosa e universale. La condanna scandalizzata, ripetuta come un mantra, della “violenza”, del sangue che scorre a rivoli, nasce da questo desiderio di avere un Vangelo “pulito”, non “sporcato” da un eccesso di corporeità, dove la Passione non è che un incidente secondario, da non enfatizzare, quel che conta essendo non la sofferenza dell’“Uomo dei dolori” ma l’insegnamento etico. Non le torture, le terribili frustate ma le sagge parole: solo quelle, però, accettabili dall’ideologia del momento. Sono più che mai attuali le profonde
parole di Paolo: la croce è «scandalo» ed è «follia» per i quali non c’è posto non solo per gli increduli ma neppure per i cultori benpensanti del cristianesimo theologically correct.

I «pensieri del cuore sono stati svelati» anche nel confermarci chi siano, in concreto, certi apostoli cattolici del dialogo, dell’ascolto, della tolleranza. Se mi è lecito un riferimento personale (ma che, però, mi pare significativo): su The Passion ho detto la mia, per quanto vale, in un articolo sul Corriere della sera, poi nella prefazione a una sorta di “guida alla visione” diffusa, assieme a un quotidiano e poi in libreria, in decine di migliaia di copie e infine in una puntata del televisivo Porta a Porta. Chi ha letto o visto quei miei interventi può testimoniare che ho cercato di comprendere, di spiegare, spesso di condividere le ragioni del regista, ma basandomi su dati oggettivi e usando sempre e comunque parole del tutto pacate. Ho detto con chiarezza ciò di cui ero convinto ma senza alzare la voce, senza usare parole grosse, senza negare la possibilità di un parere diverso. Ben consapevole che ciò che qui è in discussione è qualcosa di altamente opinabile come un’opera artistica.

Ebbene, Francesco Cossiga ha voluto intervenire su La Stampa e naturalmente, da “cattolico democratico e liberale” come si autodefinisce, ha parlato sprezzante di western, di horror, ha detto che dopo un quarto d’ora voleva andarsene sbattendo la porta, ha stigmatizzato la “violenza”, ha denunciato “l’antisemitismo”. Il solito rosario perbenista, insomma, sempre eguale, tante volte sentito. Comunque, se così gli piaceva, aveva ovviamente ogni diritto di ripetere la vulgata della maggioranza degli intellettuali. Più
opinabile, invece, che quell’antico Presidente della Repubblica avesse il diritto di gratificarmi di pesanti epiteti solo perché mi ero permesso di non stroncare quel filmaccio “di destra”. Così, ecco il Cossiga che, poiché non condanno previamente Gibson, mi definisce «cattolico tradizionalista pre-conciliare per non dire anti-conciliare». Del film, stando sempre a quel politico, avrei parlato «con ammirazione enfatica se non fanatica».

Ma, aggiunge «così capita spesso al buon Messori». Un «buon» che si usa per i semplici, per i tonti. Insomma, stando a questo «cattolico aperto e democratico» solo gli scemi del villaggio, per giunta anti-conciliari e, soprattutto, fanatici possono non stroncare un film ispirato ai Vangeli ma fatto e pensato da un regista-attore “di destra”. Naturalmente non me ne stupisco. So da sempre, per dirla con l’immortale Flaiano, che se hai un’opinione diversa da chi si proclama «uomo di dialogo, di tolleranza, di apertura, di ascolto », devi prudentemente controllare se hai il passaporto in ordine.

Potrebbe servirti presto per rifugiarti all’estero.

© Il Timone