Gesù tra Erode e Pilato

19 aprile 1977 :: La Stampa, di Vittorio Messori

Accoccolato sul bordo di una piscina, Gesù si soffrega le braccia con l’acqua: a giudizio di Sergio Sierra è stato questo il momento più significativo dell’ultima puntuta dello sceneggiato di Zeffirelli. Il prof. Sierra, docente di ebraico all’università di Genova, è rabbino capo della Comunità Israelitica di Torino. Il rito di purificazione che è fatto compiere dal regista al suo Cristo-Powell, spiega il rabbino, ricorda agli spettatori una verità tanto elementare quanto dimenticata: Gesù era ebreo osservante e rispettava la legge. “La sua polemica non fu contro l’ebraismo e nemmeno contro i farisei ma contro l’ipocrisia, ovunque si annidasse”.

Erano in molti, domenica scorsa, ad attendere al varco Zeffirelli. Dalla Galilea provinciale e sospetta agli integristi di Giudea, dalle polemiche nelle sinagoghe periferiche Gesù muove verso Gerusalemme, la città del gran Tempio, dell’ortodossia gelosamente sorvegliata dalla casta sacerdotale. Proprio a Gerusalemme la situazione precipita: all’ombra dei colonnati giganteschi elevati da Erode, l’ebraismo ufficiale decreta l’espulsione violenta dal suo corpo di quel profeta non rispettoso delle regole del gioco. Una tragedia (comunque si sia davvero svolta) che proiettererà su venti secoli la sua ombra sanguinosa. Sullo sfondo della croce, la cristianità monterà la sua gran macchina antisemita. Gli ebrei, il popolo di Gesù, di Paolo, di tutti gli apostoli, diverranno per due millenni i «perfidi Giudei» della liturgia del venerdì santo che solo Giovanni XXIII penserà a modificare. Come rappresentare il dramma rispettando spirito e lettera dei vangeli e senza fornire ulteriore alimento al gioco degli equivoci sorto attorno alla condanna?

Di recente, con un ritardo di trent’anni e soltanto grazie al contributo delle benemerite «Amicizie ebraicocristiane» è apparsa la traduzione italiana di Gesù e Israele di Jules Isaac. Isaac sfuggito per caso ai forni crematori che ingoiarono tutti i suoi familiari (“Colpevoli soltanto di chiamarsi Isaac”, come dice l’epigrafe sul frontespizio del volume) dedicò quanto restava della sua vita alla ricostruzione storica del processo di Gesù, per mostrare l’innocenza del suo popolo.

Chiunque tenti di ricostruire la vicenda del Gesù storico (esegeta, scrittore o cineasta che sia) deve fare i conti con il dramma della condanna di un uomo che alimenterà i drammi senza fine di tutto un popolo. Come se l’è cavata Zeffirelli? Il prof. Sierra è perplesso: ogni rappresentazione popolare dalla vita di Gesù, dice, è esposta ai rischi dell’antisemitismo. «Se non si situa quella vicenda in un contesto storico preciso se non la si colloca nell’ambito dell’ebraismo antico è quasi inevitabile che si suscitino sentimenti antiebraici». A, suo avviso Barabba (così come Zeffirelli lo ha convincentemente presentato facendone e la moderna esegesi concorda, non un brigante da strada ma un nazionalista, uno “zelota”) a emergere bene il clima tragico in cui Gesù opera ed è ucciso.

Per l’ebraismo, Gesù non è che un uno dei tanti predicatori messianici che rischia vano di turbare il precario modus vivendi instaurato faticosamente con gli occupanti: ogni parola, ogni gesto imprudente poteva far scattare repressioni sanguinose. E se colpa dell’ebraismo ci fu, aggiungerà Isaac questa è da attribuire a una cricca di farisei e sadducei collaborazionisti, isolati dal popolo: Vichy a Gerusalemme, Quisling in Giudea. “Dov’é l’apporto dei consiglieri ebrei di cui Zeffirelli dice, di essersi valso? – si chiede Sierra -: In realtà manca quel recupero dell’ebraicità di Gesù che sarebbe stato necessario por superare gli equivoci millenari”.

Soddisfatto invece un altro ebraista. Per il prof. Paolo Sacchi, docente di ebraico o classico all’università di Torino e specialista della cultura giudaica antica, Zeffirelli conosce che un Sinedrio rappresentato come scosso all’interno da perplessità e opposizioni non soltanto è più aderente alla realtà storica dell’implacabile consesso assetato di sangue della tradizione popolare ma può anche aprire uno spiraglio nel muro di pericoli antisemiti cui è esposto il racconto della passione. La storia di Gesù, del resto, non finisce con l’ultima cena su cui si è chiusa la puntata di domenica: devono ancora entrare in scena veri padroni della situazione, quei romani che sinora sono apparsi nello sfondo, di pattuglia sulle mura.

Se alcune chiese orientali e africane hanno fatto di Pilato un santo, lo storico non ignora l’immensa responsabilità di quel burocrate pavido e spietato al tempo stesso (fonti èxtraevangeliche ce ne presentano l’aspetto sanguinario, Roma stessa finì per richiamarlo a causa di un massacro di Samaritani) che in Gesù vide un pericolo per la propria carriera. Sarà nelle scene del processo davanti al procuratore imperiale di Giudea che misureremo se e come la lettura evangelica di Gesù sia riuscita a superare gli scogli dell’antisemitismo.

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